C’è un’opera che richiama più il Natale de Lo Schiaccianoci? Il balletto sulle note di Tchaikovskij è una delle rappresentazioni più famose e più consuete in questo periodo festivo: anche se non lo si è mai visto a teatro (o in una delle sue innumerevoli versioni cinematografiche, non ultima quella Disney uscita proprio quest’anno), sicuramente si riconoscono ai primissimi accenni alcune delle sue musiche più rappresentative. Ma Lo Schiaccianoci è un’opera natalizia davvero a tutto tondo: per la sua storia di magia e incanto, per le sue scenografie calde e familiari, per le sue coreografie di raro virtuosismo. Allora quale periodo migliori di dicembre per vedere questo spettacolo dal vivo? E quale migliore cornice del Teatro alla Scala, per di più in una serata completamente dedicata ai giovani?

A me è capitato proprio questo, ed era anche la mia prima volta alla Scala: Lo Schiaccianoci, nella versione coreografata da George Balanchine e nella sua prima rappresentazione italiana, ha debutto ufficialmente nel cartellone milanese il 16 dicembre 2018, ma la sera prima c’è stata una speciale anteprima under 30. Il massimo teatro operistico italiano era gremito di giovani, e io ho potuto partecipare grazie a #SharingArts di Intesa Sanpaolo Giovani, il progetto che l’ente bancario ha messo a punto per coinvolgere i propri clienti più giovani e interessarli in modo attivo al mondo dell’arte, dell’opera e dalla cultura. E non è per caso che Lo Schiaccianoci ben si addice a parlare a chi si affaccia al mondo adulto: “L’opera di George Blanchine parla del senso di meraviglioso che ci portiamo dentro dall’infanzia, l’indicibile sensazione di stupore provata dall’ammirare per la prima volta balocchi e dolciumi o un paesaggio innevato“, ha dichiarato la scenografa e costumista Margherita Palli, che qui ha ricreato un universo di incanto color pastello, dove ogni scena si apre per mostrare un universo di fantasia ulteriore, prima celato.

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La storia de Lo Schiaccianoci è effettivamente fanciullesca, tanto che numerosi sono i giovanissimi danzatori del corpo di ballo: derivata dal racconto Schiaccianoci e il re dei topi di E. T. A. Hoffmann (1816) e poi edulcorata da Alexandre Dumas padre (Storia di uno schiaccianoci, 1845), la trama s’incentra su una famiglia che riceve, la vigilia di Natale, i propri amici coi figli piccoli. La piccola Marie riceve in questa festosa occasione uno schiaccianoci di legno a forma di soldatino, che però si rompe, dunque la bimba si addormenta triste cullandolo; all’improvviso però si risveglia in un mondo in cui tutto è sproporzionato, a partire dall’Albero che troneggia sul palco: arrivano dei topi giganteschi, il cui Re è però sconfitto dallo Schiaccianoci che ha preso vita e, rotto un antico incantesimo, diventa un bellissimo principe. Nel secondo atto Marie e il Principe, traghettati dai Fiocchi di Neve in valzer, giungono nel Regno dei Dolci, dove assistono meravigliati alle esibizioni della Fata Confetto e dei suoi compagni che incarnano golosità da tutto il mondo.

Partendo come una storia familiare e quasi stereotipica, Lo Schiaccianoci si trasforma pian piano in una fantasmagoria di colori, suggestioni e musica che lascia nello spettatore, costretto (ma di buon cuore) in qualche modo a tornare bambino, dove a dominare è anche una specie di incredibile sincretismo, che mette sullo stesso piano elementi estetici, narrativi e culturali di ogni dove. Non è casuale che nel secondo atto si succedano ballerini che interpretano il cioccolato iberico, il tè cinese, il caffè aravo ecc.: come ci ha spiegato la storica della danza Francesca Pedroni in una speciale introduzione all’opera poco prima del suo inizio, lo stesso Balanchine, nato a San Pietroburgo, imbevuto di educazione europea e soprattutto francese e poi emigrato negli Stati Uniti dove ebbe enorme fortuna, è l’emblema di un viaggio fra le culture che si traduce nella sua visione di questo balletto.

In America le varie versioni de Lo Schiaccianoci sono un must delle stagioni teatrali natalizie, ma sono sicuro che anche chi lo vede (più saltuariamente) in Italia può capire come questo sia uno spettacolo che non può mancare in una totale e incantevole celebrazione festiva. L’abete che ingigantisce a vista d’occhio, i giocattoli che prendono vita, i dolciumi che danzano di fronte ai nostri occhi, la neve che si fa scenografia e corpo di ballo, la slitta che prende il volo nel finale: tutto fa parte di un immaginario vividissimo che però visto qua tutto assieme è di impatto sconcertante. E appunto è bene che questa opera abbia parlato innanzitutto a una platea di under 30, molti dei quali come me erano alla loro prima volta alla Scala: perché la cultura, se realizzata con qualità e impegno, è proprio questo, ovvero la riscoperta di un incanto che non potevamo neanche immaginare.

Per rendere la serata ancora più ricca di stimoli, prima della prima siamo stati anche alla mostra in corso alle Gallerie d’Italia, gli spazi espositivi di Intesa Sanpaolo in piazza della Scala: aperta fino a marzo 2019, Romanticismo racconta in 200 opere un’epoca tumultuosa e ricca di invenzioni come quella dell’Ottocento, in cui l’arte, legandosi saldamente alla letteratura, alla natura ma soprattutto alle vicende politiche di nazioni in divenire come era quella italiana, ridefinì i canoni facendosi epica e popolare al contempo. Opere come La meditazione di Francesco Hayez, La donna velata di Raffaele Monti o la Luna nascente di Caspar David Friedrich raccontano a loro volta un periodo in cui l’umanità riscoprì le profondità del proprio animo. Perché alla fine si ritorna allo stesso punto: maturare significa in fondo tornare bambini, o all’essenza più profonda di sé.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Intesa Sanpaolo Giovani.

Posted by Paolo Armelli