Liberlist ospita uno scritto di Scilla, in arte CaraCatastrofe, ligure dalla penna saggia e precisa che potete leggere di solito su Twitter (@unkarmapensante). Parla di quello che è successo in questi giorni a Genova, ma in fondo è un ritratto di un’umanità che si può spezzare e ricomporre in ogni momento. La ringraziamo per aver voluto condividere qui questo pensiero.

Se lo guardi da fuori, quel ponte, è ancora lì. Lo cuci con gli occhi, unisci con le dita quel vuoto, ricrei l’immagine originale, che come tutte le cose che erano già in un modo prima che ci fossi tu, non sono immaginabili in un altro. È che lì sopra, tra Genova e il resto, ci siamo ancora tutti, chi ci passava ogni giorno, chi non l’ha mai fatto, chi come unica volta ha scelto quella sbagliata.

Non puoi dargli un nome a quel disastro che sta lì, appeso ai nostri sguardi, con sotto la vita che stava andando in vacanza, o in piedi dalle sei a fare il turno sbagliato. Forse, tra tutti i modi nei quali ci immaginiamo di morire, questo non c’è mai. La grandiosità dell’evento ce lo fa soffrire di più, ci coglie impreparati, ci fa arrossire di rabbia e di spavento. Ci mette un po’ tutti sul precipizio accanto a quel vigile del fuoco che fa il video che per qualcuno è stato l’ultimo sguardo, per noi un terrore da 32 pollici visto dal divano. Ci fa sentire tutti autisti di quel camion del supermercato sotto casa, le quattro frecce accese, la retromarcia inserita, la paura che come fa a farti camminare, salvarti salvando altri, avvertire quello dietro, che avverte quello dietro, che avverte quello dietro. Trovare le parole giuste, giustiziando le parole.

Siamo tutti quello che si è salvato dopo un volo di 70 metri e chissà che cosa ha visto, cosa si pensa a piombare nel vuoto insieme alla strada, che d’improvviso non fa più la strada. Siamo i bambini che non ci sono più, nel loro ultimo pensiero, magari magnifico, magari semplice, mi piace pensare il meno catastrofico e il più geniale. Siamo le chiamate non risposte, i Vodafone messaggio gratuito che invece si è pagato tantissimo, siamo chi ha fatto tutti i numeri di una famiglia senza che uno solo abbia risposto. Siamo chi ha risposto e chi di là ha respirato mai così bene, mai così a fondo. Siamo la mamma che aspetta un corpo per giorni, e siamo il figlio che lascia una madre senza avvertirla.

Non sai come guardarlo quando lo vedi, quel ponte, un amico che ti ha deluso, diventato di colpo un altro e se un po’ ti manca, un po’ vorresti non vederlo mai più

Siamo il boato che fulmina i tuoni a un soffio da Ferragosto, siamo le bare in fila precisa, come se la morte fosse allineabile, l’Imam che ci commuove con il dolore composto di altri pensieri, le piccole cose che ci ricordano una volta che non ci siamo più, la maglia della squadra che hai tifato sempre, due peluche abbracciati senza essersi mai visti prima, i compagni di squadra vestiti come in campo, ragazzetti tutti capelli alla moda e occhiaie di pianto. Siamo quelli che non erano nel padiglione blu della Fiera di Genova perché non sono nati lì, perché volevano solo tornare a casa, perché a volte i motivi sono più semplici dei meccanismi nei quali li inseriamo a tutti i costi. Siamo anche quelli che non hanno voluto essere lì per le loro ragioni che saranno state comunque buone e comunque le loro.

Il dolore non si colloca, è esattamente un mare che ognuno nuota come può. Tu esci di casa e non torni. Forse dovremmo vederla lucida così, com’è. Questo salto infedele che ti accoglie scollandoti dai sedili e fai un volo che, se per caso dopo ci sei ancora, non sei mica più lo stesso. Non sai come guardarlo quando lo vedi, quel ponte, un amico che ti ha deluso, diventato di colpo un altro e se un po’ ti manca, un po’ vorresti non vederlo mai più. Genova e le sue case lì sotto, un presepe assurdo di persone che raccolgono cose, animali, affetti ed effetti strizzando sorrisi tra le guance incredule, ma mai fuori posto, mai sgradevoli, incredibilmente mai incazzati. Consapevoli che l’essere vivi, oggi, non è solo un’abitudine.

La tragedia è grande, immensa, ma loro sono così splendenti in questo cumulo di macerie che è la loro città, che ti consolano, per la catastrofe che li ha colpiti. Li guardi e pensi che forse non è tutto perduto, che quel buco che ora fa una paura che guai, domani sarà un’altra strada che ricondurrà tutto: questo inenarrabile dolore alla vita, queste infinite polemiche alla giustizia che meritano quelli che non possono più farle. “Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”, scrisse Petrarca. È ancora tutto lì, sembra un tweet scritto ieri.

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Posted by UnKarma Pensante