Uno dei testi fondamentali della nostra contemporaneità nasce portando con sé un piccolissimo inganno, essendo a sua volta un’opera che si fa chiave degli inganni della mente: nel novembre 1899 un ambizioso neurologo viennese pubblica il manuale che fonderà la psicanalisi ma, a segnare la portata epocale di quella soglia, sul frontespizio viene segnato l’anno 1900. Quel volume era  L’interpretazione dei sogni e quel neurologo era nient’altri che Sigmund Freud. Più di un secolo dopo Stefano Massini, uno dei più grandi drammaturghi italiani, reduce dal successo di Qualcosa sui Lehman, riformula l’esperienza di Freud sui sogni in un romanzo e in uno spettacolo teatrale.

Il romanzo, L’interpretatore dei sogni, è uscito alla fine del 2017 per Mondadori: nella forma di un finto diario in cui Freud annota i racconti onirici dei pazienti che incontra, fra reticenze e censure, Massini sublima la decina d’anni passati a studiare le opere del dottore viennese. Traduce quindi in queste pagine l’approccio freudiano alla dimensione onirica e alle sue immagini più varie: dal bosco nero di Wilhelm T. agli anelli perduti di Tessa W., dalle casse di vetro di Greta S. al mattatoio di Gregor N., i sogni diventano la chiave per accedere a piccoli e grandi turbamenti. La lingua di Massini, pur aggrappandosi ai perigli di una realtà sfuggevole e sconnessa, è sicura, sempre controllata eppure infinitamente suggestiva, che ricorda autori come Joseph Roth e Heinrich Böll. E a ogni pagina il lettore piomba nel dubbio di trovare qualcosa di sé in uno di quei simboli.

Con il suo ricorso estensivo al dialogo, alla ripetizione e alla spiegazione ossessiva, il libro può risultare a volte eccessivamente cerebrale. Questo rischio viene meno con Freud o L’interpretazione dei sogni, lo spettacolo che Massini propone al Piccolo Strehler di Milano fino all’11 marzo, con la regia di Federico Tiezzi e l’adattamento di quest’ultimo con Fabrizio Sinisi. A guidare il numeroso cast c’è un fenomenale Fabrizio Gifuni, che offre un’interpretazione (appunto!) dall’impostazione ipnotica, da cui traspare che l’ossessione freudiana per la psiche non è solo un dovere terapeutico ma una dolente proiezione di sé: “Non crede, dottore,” gli fa del resto notare una paziente, “che lei non faccia altro che interpretare i suoi sogni, non i nostri?”.

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Grazie all’iniziativa Sharing Arts di Intesa San Paolo Giovani, alcuni fortunati fra cui il sottoscritto hanno potuto visitare il dietro le quinte, approfondendo la genesi dello spettacolo anche nei suoi aspetti più tecnici, che però riflettono a fondo il modo in cui Massini e i suoi hanno voluto impostare lo spettacolo. Ad esempio Marco Rossi, responsabile delle scene, ha raccontato com’è nato un palcoscenico apparentemente semplice, foderato com’è di raso nero e punteggiato da numerose porte, ma che si anima durante la rappresentazione per immergerci nella mente dei vari pazienti: “Abbiamo lavorato proprio ispirandoci all’interpretazione dei sogni. A un certo punto Freud dice che i sogni utilizzano i materiali di scarto, e anche noi l’abbiamo fatto con i gessi di sculture antiche“, racconta lo scenografo. “Poi abbiamo giocato sull’interazione fra primo e secondo piano, perché spesso è proprio dallo sfondo che vengono i significati più profondi. E poi sull’uso del buio e sullo sdoppiamento di certi elementi“.

Anche i costumi sono una parte fondamentale della resa espressiva, in questo spettacolo in particolare perché rappresentano all’esterno l’interiorità, spesso travagliata, dei personaggi: “Ci siamo ispirati alla Secessione viennese“, spiega il costumista Gianluca Sbicca mentre ci fa visitare i camerini e la mitica sartoria del Piccolo Teatro. “I colori degli abiti diventano sempre più sgargianti man mano che si avvia il processo di guarigione, così come scompaiono le maschere di animali che coprono i volti all’inizio. Fondamentale è stato poi l’uso del velluto, di cui son fatti tutti i costumi: è un tessuto significativo, che si esalta alla luce ma anche scompare al buio, giocando bene con le scene“.

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Attorno a Freud, in questa ambientazione che è a metà strada fra il clinico e il metafisico, entrano ed escono di scena – così come lo spettatore entra ed esce dalla loro mente – una varietà di personaggi. Fra tutte la presenza più magnetica è quella della paziente Tessa W., interpretata da Elena Ghiaurov: il suo viso emaciato e la sua figura scenica che, negli abiti e nell’acconciatura (curata da Aldo Signoretti), sembra uscita da un quadro di Klimt sono il perfetto contraltare di una storia interiore bloccata dalle fobie e dall’autodistruzione causate da un trauma irreparabile. Ma a colpire come un fulmine è anche la battuta di un altro paziente, Hernest D. (David Meden): “La condanna peggiore che un essere umano possa ricevere è comprendere le cose”.

Nessuna verità è più grande e il personaggio di Freud, qui, sembra essere sempre più sopraffatto dalla natura umana man mano che cura i suoi pazienti, i quali sembrano tutti l’espressione franta non solo dello spirito di un’epoca travagliata, ma anche di una coscienza collettiva ormai irrimediabilmente divisa. Questa percezione raggiunge il suo apice in un finale che è sorprendente e metanarrativo, quando appunto anche gli spettatori non potranno far altro che sentirsi nel mezzo di quelle storie, nel mezzo di quei sogni. Che, forse, non sono altro che i loro.

(Foto di Masiar Pasquali, dal sito ufficiale)

Posted by Paolo Armelli