Storia della mia ansia di Daria Bignardi (Mondadori), nonostante il titolo che ti colpisce dritto come le decisioni dolorose, fulminanti e inevitabili, non è un romanzo che parla solo di ansia. E nemmeno solo del tumore che colpisce la protagonista Lea, una scrittrice quarantanovenne che non si può che assimilare almeno in parte all’autrice, pur correndo il rischio di grandi abbagli. La malattia ovviamente c’è, è il veleno che scorre per tutto il libro, conferendogli una viscoscità scura che è al contempo pesante e avvolgente, intima e catartica, senza mai cadere nel pietismo né nella mistica: “Non c’è nulla di eroico nell’ammalarsi e curarsi, casomai c’è qualche nobiltà nella discrezione“. E anche l’ansia c’è, perché è un’ombra inquietante e soffocante che non abbandona mai chi cresce nonostante la sua stritolante compagnia, è un dubbio strisciante che abita ogni pensiero: “Forse sentendo troppo ci si consuma, ci si ammala, si muore“.

978880467315HIG-312x480Eppure Storia della mia ansia è soprattutto la traiettoria di una donna che sopravvive. Sopravvive a un amore incomprensibile e snervante, ma anche irrinunciabile; agli impegni di madre in una famiglia allargata e vagamente anaffettiva, sospesa fra dovere, tenerezza e continuo terrore di sbagliare; a un successo troppo pubblico e troppo viscerale per essere subito serenamente; a un’avventura fatta d’istinto, di pulsione e repulsione, che ha il sapore del tradimento ma anche dell’ancorarsi a certezze sfuggenti. Ma Lea è una donna che sopravvive soprattutto a se stessa e che impara che sopravvivere è un bene, è il destino ultimo. Perché sopravvivere significa accettare la vita fatta com’è di inizi e di conclusioni, di arresti e ripartenze. Senza lezioni da dare, consigli da dispensare, ma con la consapevolezza della propria persona, del proprio corpo che cambia, del tempo che s’infrange sui progetti e le prospettive, e pure sulle illusioni.

Chi segue da tempo Bignardi si troverà comunque a sorridere per le piccole, taglienti ironie ma anche per i tanti aneddoti familiari sparsi fra le pagine (lo stratagemma delle lancette dell’orologio da Non vi lascerò orfani, le liti col marito sul cibo o la simpatia per gli ambulanti sulle spiagge confidate su Vanity Fair anni fa ecc.). Ma anche qui il rischio dello specchiamento ridurrebbe l’intensità di un libro leggero nella trama ma di grande spessore quando si tratta di guardare negli occhi i nodi più fondamentali di un vita in cui siamo tutti piombati senza reti ma con molti pesi. In cui annaspiamo ogni giorno sempre in guardia, in vista del prossimo pericolo, del prossimo trauma, del prossimo dolore. Modulando l’orrore clinico ma mai asettico del calvario e la piccola, disarmante felicità quotidiana di chi comunque continua a vivere imperterrito, Bignardi suggerisce che una delle cure migliori è quella di accettare le proprie paure e di perdonare. Soprattutto i propri errori, soprattutto se stessi: “Ho sbagliato, ma sono. E amo e vivo, per adesso“.

Posted by Paolo Armelli