Kevin Spacey è un grande attore. I soliti sospetti, Seven, American Beauty e lo stesso House of Cards bastano a confermare l’evidenza: tutti ruoli giocati sull’ambiguità, la repressione, il gioco spietato e autodistruttivo del potere, in interpretazioni sempre affilate, fulminanti. Tutti temi che si intrecciano in modo macabro e profetico con la sua vita personale e l’attualità di questi giorni.

Perché a quanto pare Kevin Spacey è anche un molestatore. O almeno lo sarebbe, dato che finora quindici uomini sostengono di aver ricevuto da parte sua avance e approcci indesiderati, la maggior parte dei quali avvenuti quando erano minorenni. Dallo stesso set di House of Cards vengono ricostruzioni di un ambiente reso “tossico” dagli atteggiamenti inappropriati dell’attore (Jon Bernthal, poi, aggiunge che sul set di Baby Driver Spacey si comportasse generalmente come un bullo). Dunque ci troviamo di fronte a una persona che (come tutti?) ha due facce: quella pubblica del grandissimo artista, quella privata dell’uomo che per affogare fantasmi e pulsioni approfitta della sua posizione.

Eppure questa doppiezza colpisce in modo ambiguo chi osserva dall’esterno la vicenda. Tutte queste denunce sono scaturite come da un vaso di Pandora dopo che un altro scandalo qualche settimana prima aveva scosso Hollywood, quello legato al produttore Harvey Weinstein, accusato da decine e decine di attrici e collaboratrici di abusi, molestie e in qualche caso addirittura di stupro. A lui si sono aggiunti poi numerosi altri accusati: i registi James Toback e Brett Ratner, il manager di Amazon Roy Price, il giornalista Mark Halperin, gli attori Dustin Hoffman, Ed Westwick e Jeffrey Tambor, il tech guru Robert Scoble e la lista sembra dover crescere ogni giorno che passa. Non ci sono ancora stati processi o condanne, solo alcune indagini sono in corso, ma ognuno di questi individui ha avuto ricadute a livello personale più o meno pesanti.

Hollywood è un sistema scientificamente basato sull’autoconservazione, che non solo infanga e abusa dei giovani che vi si affacciano ma non esita un secondo a eliminare chiunque, anche i più grandi, danneggi il sistema stesso

Lo stesso Spacey ha visto il suo status completamente annullato nel giro di pochi giorni: la produzione di House of Cards è stata messa in pausa dopo l’annuncio che comunque la prossima sesta stagione sarà l’ultima; Netflix ha reso palese che non collaborerà più con lui cestinando anche il progetto di un biopic su Gore Vidal che l’avrebbe visto protagonista; il regista Ridley Scott rigirerà le sue scene nel prossimo Tutti i soldi del mondo sostituendolo con Christopher Plummer. Anche qui nessun processo, ma la concordanza di almeno quindici accusatori sono sufficienti per far sì che nessuno a Hollywood voglia incrociare la sua strada. Lo stesso era successo con forse maggiore (e allora inedita) evidenza con Weinstein: contratti annullati, film penalizzati, licenziamento dalla sua stessa azienda. Eppure nel caso di Kevin Spacey la percezione di molti commentatori soprattutto online è stata diversa, spesso quasi di empatica partecipazione e di giustificazione.

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Ci sono varie, possibili spiegazioni a tutto ciò. Innanzitutto c’è da considerare il paradosso della fama: Weinstein che lavorava dietro le quinte è divenuto subito l’orco da sbattere senza esitazione in prima pagina, su Spacey chi l’ha visto in film e serie tende in qualche modo a esser più cauto, a voler cercare delle attenuanti. Anche se logicamente i suoi comportamenti sono da sanzionare in ogni modo, “di pancia” si tende a vedere il trattamento a lui riservato come spietato. La cancellazione delle scene dal film, poi, è l’ultima goccia di un vaso che testimonia un altro fatto che atterrisce: Hollywood è un sistema scientificamente basato sull’autoconservazione, che non solo infanga e abusa dei giovani che vi si affacciano (fra tutte, la cosa più grave) ma non esita un secondo a eliminare chi danneggia il sistema stesso; perché è vero che ci sono forze che, in tutti questi anni e anche nei più recenti tentativi di omertà, tendono a tutelare le mele marce per non esporre lo status quo malato nella sua interezza, ma è anche vero che vince ancora più pervasivamente la necessità di allontanare ogni bad publicity possibile.

Dietro ci sono ovviamente interessi economici, che si intrecciano a obiettivi di altro tipo: se Netflix si fa paladina dei diritti e di una società in cui tutti sono tutelati è anche perché il suo posizionamento e gli investimenti contenutistici che ha fatto e farà vanno in quella direzione. La sistematica lucidità con cui queste personalità ritenute colpevoli di abusi vengono rimosse non solo dai loro ruoli chiave ma anche dall’immagine pubblica è sintomatica di una precisa volontà, se nata da interessi o convinzioni poco importa: la società che si vuole creare è diversa da quella che c’è stata finora, gli abusi sono intollerabili, donne minori e minoranze vanno tutelate sempre, il sesso non dev’essere più un gioco di potere (se non privatissimo).

A rendere controverso il caso Spacey contribuiscono la purga senza precedenti degli abusatori, le conseguenze inedite nei confronti di star amatissime, il vizio di forma legato all’omosessualità

Ciò scatena ovviamente alcune obiezioni cruciali, su cui è difficile prendere una posizione netta senza sembrare ipocriti da una parte e puritani dall’altra: è una caccia alle streghe, è un’esagerazione isterica, fra un po’ qualsiasi corteggiamento sarà considerato come un abuso! Sono ovviamente esagerazioni (e si noti spesso l’uso strumentale di alcuni termini, come streghe e isterismo, che rimandano a una percezione sovversiva e stereotipica della donna) ma che servono anche come provocazioni: ovvio che il sesso deve rimanere una parte integrante e aperta del dibattito e della cultura pubblica, ma forse la rimozione da esso di fattori devianti come l’abuso di potere e la soggezione dei ruoli aiuterebbe a risanare alcuni aspetti sociali che ancora non funzionano. L’emergenza di questa situazione fa passare in secondo piano anche il più convinto dei garantismi.

Ma tornando a Spacey tutti questi discorsi, appunto, si complicano: istintivamente vedere applicati i meccanismi della rimozione e della damnatio memoriae su un attore così amato da molti lascia sconcertati. Merita tutto ciò?, ci si chiede spontaneamente prima che ci sia un processo o una conclusione inequivocabile della vicenda (meritavano i ragazzi di essere abusati? potrebbe chiedere qualcun altro). Siamo di fronte a cambi epocali di non poca importanza: Kevin Spacey è la prima celebrità universalmente riconosciuta su cui si sta “testando” questo processo di purificazione. Ovvio che tutto ciò lasci sconcertati e, anche se è improbabile, l’eventualità che tutte queste accuse si rivelino false getta un’ombra ancora più inquietante sulle conseguenze di questo fenomeno.

Tra collegamenti di omosessualità e pedofilia e inutili intromissioni in questioni legittimamente private, lo stereotipo sessuale ha talvolta reso meno “corrette” accuse che invece sarebbero di per sé sacrosante

Ciò non toglie che, al di là di ogni empatia istintiva, resta il fatto che il messaggio ultimo e fondamentale è che non si possono accettare oltre questo tipo di violenze e, ancora di più, è inaccettabile il clima di omertà e protezione che le ha celate finora. Un’ultima complicazione poi riguarda il caso di Spacey in particolare: nella dichiarazione pubblica da lui rilasciata dopo la prima accusa, l’attore ha fatto un controverso coming out, da molti visto come un tentativo di nobilitare il proprio dissidio interiore e di sviare l’attenzione dai fatti più gravi; sia sensata o meno questa interpretazione, sta di fatto che l’essere gay non è un fattore secondario nel trattamento pubblico delle sue accuse. Da chi ha ribadito il collegamento fra omosessualità e pedofilia a chi ha tirato fuori fatti assolutamente privati e – fino a prova contraria legittimi -, come la vacanza in yacht con undici ragazzi, sono entrati in scena alcuni automatismi legati al fatto che si sta parlando un uomo che va con uomini (e, in particolare, coi ragazzini). Lo stereotipo sessuale ha talvolta reso meno “corrette” accuse che invece sarebbero di per sé sacrosante.

Tutti questi fattori (la purga senza precedenti degli abusatori, le conseguenze inedite nei confronti di star amatissime, il vizio di forma legato all’omosessualità) rendono il caso Spacey un laboratorio fenomenale e al tempo stesso spiazzante di come il discorso pubblico sta cercando di far ripartire il motore inceppato del rapporto fra i sessi e il ruolo della sessualità nelle dinamiche sociali. Il paradosso della fama di cui si parlava prima rende tutto ciò ancora più doloroso per i fan, gli osservatori, i critici. Doloroso ma necessario, perché non sarai mai doloroso come quello che hanno subito le persone che davvero hanno subito violenza, abusi e vergogna.

Posted by Paolo Armelli