Stella Sacchini è una traduttrice dall’inglese, dal greco e dal latino, ed è stata già ospite su Liberlist con un interessante e suggestivo intervento sulla traduzione dei classici. Questa volta propone un breve racconto che si colloca a metà strada fra la fantasmagoria umoristica e la satira di un certo tipo di “non lingua” editoriale, quella decisa a tavolino per far sembrare i libri – soprattutto quelli tradotti – più “libreschi”, senza considerare il testo di partenza. Ecco quindi il suo racconto piccino piccino su una questione grande grande:

C’era una volta, e c’è ancora, una traduttrice piccina piccina che traduceva libri grandi grandi di scrittori giganti giganti e anche un po’ morti morti. Sempre una volta la traduttrice piccina piccina si ritrovò a tradurre un libro un po’ meno grande grande di un’autrice un po’ meno morta morta con una casa editrice grande grande – be’, facciamo grande. E dopo mesi di lavoro ecco che la traduttrice piccina piccina finì di tradurre il libro un po’ meno grande grande e lo consegnò alla casa editrice grande e aspettò.

Passarono i mesi, facciamo un paio, ché questo è un racconto dal ritmo binario, e un bel giorno di inizio estate la traduttrice si mise in viaggio, diretta a una delle tante fiere del libro che spuntano come funghi in lungo e largo, in alto e in basso, a destra e manca, per tutto lo stivale: “Il soggiorno del libro” a Canigattì, “La cucina dell’editoria” a Milazzo, “Più libri meno ciauscoli” a Preciccia, “Un lago di libri” al Lago di Pelato, “Traduttori in movimento intestinale” a Passo di Troia, “Una martina di libri” a Castelfranca Veneta, “È ora di leggere” al Collegio delle Monache Certosine di Viggiù, “Mettete dei libri nei vostri catini” a Giuppersù – una qualunque, fate voi, tanto è uguale. Perché la traduttrice piccina piccina, quando non traduce libri grandi o grandi grandi va alle fiere a conoscere le case editrici grandi, quelle grandi grandi, ma anche quelle piccole, persino le piccole piccole, ché mica ha qualcosa in contrario nei confronti della piccolezza, essendo lei, in prima persona, piccina piccina. Certo, a star coi grandi – figuriamoci coi grandi grandi – ci si sente più tranquilli, più protetti, più sicuri, ma di questi tempi non c’è mica da star lì a far troppo gli schizzinosi.

LEI al mattino non si sveglia, si desta. LEI non apre gli occhi, bensì schiude le palpebre. Non le girano le palle perché ha sonno e ha fatto nottata, no! LEI ha un leggero cipiglio

La traduttrice piccina piccina, tornando a noi, è appena arrivata a Canigattì, Milazzo, Preciccia – fate voi, tanto è uguale – quando le arriva una letterina carina carina da parte di LEI. LEI è una forma di vita superiore che non vive nello stesso mondo dei traduttori piccini piccini. LEI al mattino non si sveglia, si desta. LEI non apre gli occhi, bensì schiude le palpebre. Non le girano le palle perché ha sonno e ha fatto nottata per finire la frase, il paragrafo, il periodo, i periodi, il discorso, la scena, il dialogo, la pagina, le pagine, il capitolo, i capitoli, la postfazione, il libro, no! LEI ha un leggero cipiglio, tutto qui. Non apre le tende – che espressione plebea! – no, LEI scosta appena la cortina di tessuto damascato. LEI non si trascina giù dal letto imprecando contro il tempo di merda fuori dalla finestra, contro il freddo boia o il caldo boia, contro l’odore di chiuso della stanzetta piccina piccina della casa minuscola minuscola dove abita, contro il frigo vuoto, ché per finire la frase il paragrafo il periodo i periodi il discorso la scena il dia… si è dimenticata di fare la spesa la sera prima e ora che cazzo mi mangio a colazione? No. LEI si tira su a sedere e si ferma un momento a sentire sulla pelle i raggi del primo sole del mattino: la fragranza dei gelsomini e delle roselline selvatiche del giardino le accarezzano i sensi, empiendola di euforia e voluttà. È il sapore del mattino, il sapore della vita, quello che sente sulle labbra turgide e sensuali. Schiude le palpebre – sì, un’altra volta! – e si guarda intorno, nella stanza immersa in una luce dorata.

Sul comodino il libro finito di leggere la sera prima, in copertina una schiena nuda di una donna sconosciuta e misteriosa, forse custode di un segreto mai infranto. La tazza color malva della tisana al biancospino australiano e ai fiori essiccati di primula coreana. Il sapore esotico ancora sospeso a mezz’aria. No. LEI può restare seduta ad annusare l’aria, a gustare il sapore del mattino, a percepire la fragranza dorata del giorno. No. LEI non deve correre al cesso con la vescica che esplode inciampando nel tappeto ammucchiato – cazzo! il tappeto non sta mai al suo posto –, con una ciabatta sì e una no perché quella no si è infilata sotto il letto chissà dove chissà quando, i capelli arruffati davanti alla faccia davanti agli occhi davanti alle guance. No! LEI al massimo, con passi lenti e languidi e movenze sinuose e conturbanti abbandona il suo giaciglio e si avvia senza fretta verso il bagno. Il suo ventre è piatto, profumato e saporoso come un’albicocca nana, la sua vescica… no, LEI non ha una vescica – che volgarità! LEI al bagno ci va a piedi nudi – ovviamente profumati e saporosi anch’essi come susine berbere – perché dal giaciglio al bagno le assicelle di pino silvestre sono rivestite da metri, chilometri, galassie interminabili di tappeti bizantini raffiguranti la regina Teodora e il suo eunuco. Galassie di tappeti perfettamente aderenti alle assicelle, senza neppure una piegolina misera misera, senza nemmeno un’increspatura a insidiare il passo lento e languido.

E qui viene il bello: no, nel momento del bisogno, LEI e la traduttrice piccina piccina non sono affatto uguali. Levatevelo dalla testa. La traduttrice piccina piccina un secondo prima che la vescica esploda si lancia sulla tazza del cesso – fiu, appena in tempo! LEI no. LEI, con la morbida chioma ai lati del viso, le gote ancora illuminate dai teneri raggi di luce del primo mattino, le palpebre schiuse e tremolanti, il ventre e i piedi profumati e saporosi come prima, LEI si siede, posa con femminea movenza il burroso ma sodo didietro sull’ovale color grigio perla dei sanitari. E sta.

La traduttrice piccina piccina boccheggia, prova ad articolare una risposta, una qualsiasi risposta – la voce dov’è? Ho dovuto far riemergere la voce, ha capito? La voce non c’era, non c’era proprio

Due o tre minuti buoni prima di aprire quella benedetta mail, prima di leggere la graziosa grafia (sì sì, è una mail, lo so, ma ha usato il font Georgia e il colore carta da zucchero, quindi la sua grafia deve essere per forza graziosa) di LEI, prima che le sue guance si trasformino in gote, i suoi occhi (pardon! le sue palpebre) smettano di aprirsi per iniziare finalmente a schiudersi come Cristo comanda (ops! volevo dire come conviene a una signora bene quale LEI è), la tazza si moltiplichi in sanitari, i segreti si infrangano, la testa diventi capo e invece di spaccarsi preferisca dolere, cazzo – volevo dire, dannazione! Ovvio, le SUE sono soltanto – tu chiamale se vuoi – sensazioni. Ma sono quelle giuste, per dio – ops! volevo dire diamine! La voce, dove è finita la voce dell’autrice? Le domanda LEI. Non lo so, tartaglia la traduttrice piccina piccina, ormai a livelli mai visti di minuscolità. Forse bisogna alzare il volume, forse non si sente… Ma se ti ha appena detto che LEI ha le sensazioni? La voce, dov’è? Ripete LEI, ferma ma pur sempre graziosa. Non saprei, forse mi sbaglio, credo si trovi nell’originale.

La voce della traduttrice piccina piccina è ormai un bisbiglio impercettibile, la sua statura batte in ritirata fin quasi a scomparire. L’originale? Che ne sa lei (piccino piccino) dell’originale, dice LEI, che invece sa cos’è l’originale, perché ha le sensazioni – quante volte te lo devo ripetere? La voce, diamine! La voce, dannazione! La voce! La traduttrice piccina piccina boccheggia, inghiotte aria profumata di LEI e roselline selvatiche, prova ad articolare una risposta, una qualsiasi risposta, un monosillabo almeno, ansima, arranca, annaspa, affoga, a a a – la voce dov’è? Ho dovuto far riemergere la voce, ha capito? La voce non c’era, non c’era proprio, dice LEI, forte delle sue sensazioni. La voce non c’era, non c’era proprio, purtroppo, ripete, aggiungendo quel “purtroppo” per confermare che la voce non c’è, non è mica colpa sua, anzi, LEI è molto dispiaciuta per questa faccenda della voce. La voce è tutto, è il sapore della scrittura. E qui manca proprio il sapore. Come dice? Non la sento. La traduttrice piccina piccina è più muta di un pesce muto, continua a boccheggiare sperando che da quell’ovale che si apre e si chiude esca finalmente qualcosa, un fiato, un refolo di suono, uno sputo di sillaba, un accenno di voce. Mi scusi tanto, sono tanto dispiaciuta, purtroppo non c’è, la voce non c’è. Come? Non riesco a sentirla. La prego, alzi la voce.

Stella Sacchini

Posted by Stella Sacchini