Nel 1950 l’Indonesia ottiene l’indipendenza dai Paesi Bassi. Assieme ad essa, passano al nuovo stato a maggioranza islamica anche le Molucche, isole cattoliche che avevano contribuito con gran parte della propria popolazione alle truppe speciali che la corona olandese avevano dispiegato nella guerra contro gli indipendentisti. Fallito il tentativo di mantenere una Repubblica indipendente delle Molucche meridionali (RMS), i molucchesi vengono congedati dall’esercito olandese e deportati in massa nei Paesi Bassi. Senza una professione e senza una cittadinanza, per decenni questa popolazione di mezzo vive in sistemazioni di fortuna, molti addirittura nelle costruzioni che avevano ospitato i campi di internamento nazista. Negli anni Settanta, proprio mentre altri paesi come la Germania o la Spagna combattevano RAF e ETA, il Movimento indipendentista delle Molucche compì diversi attacchi terroristici in territorio olandese, fra cui il dirottamento di alcuni treni, la presa in ostaggio di una scuola e diversi tentativi di assaltare l’ambasciata indonesiana ad Amsterdam.

Questa premessa di ordine storico, sconosciuta ai più, è anche il punto di partenza del potente libro di Frank Westerman, I soldati delle parole (Iperborea, trad. Franco Paris). L’autore, con un passato da reporter sul campo e abituato a raccontare le realtà più insolite del pianeta con un andamento che ha quasi del romanzesco, parte proprio da questi eventi, e in particolare dal dirottamento di un treno da parte degli indipendentisti molucchesi del 1975, per affrontare un argomento di ordine più generale: il ruolo dei negoziatori nelle situazioni terroristiche in cui sono coinvolti ostaggi e soprattutto il potere della parola in queste situazioni di violenza. “Sono partito da questa immagine simbolica: il negoziatore che deve usare le parole contro le armi e la violenza dei terroristi è una specie di gladiatore che ha come unica arma il linguaggio“, mi racconta Westerman. “Possono le parole contrastare i proiettili? Questo è quello che mi è venuto da chiedermi“.

Schermata 2017-10-04 alle 15.45.53

Utilizzando dei metodi che lui stesso definisce da gonzo journalism, lo scrittore incontra i personaggi chiave delle vicende molucchesi (compresi alcuni attentatori), partecipa alla simulazione di un dirottamento aereo all’aeroporto di Schiphol, prende parte alla convention mondiale dei negoziatori a Parigi e soprattutto incontra uno dei più grandi esponenti di questa raffinata arte, di cui negli anni anni Settanta era diventano un pioniere, il dottor Henk Havinga: “Mi ha detto che il primo ministro di allora aveva chiamato lui e il collega Dick Mulder perché, essendo psichiatri, erano bravi a parlare“, spiega. “In realtà era tutto il contrario: dovevano essere bravi ascoltatori“. Westerman descrive nel dettaglio molte tecniche che questi operatori del linguaggio dovevano utilizzare per trattare con i sequestratori: mai farsi trovare impreparati, fingere di dover sempre riferire a qualcuno di superiore, temporeggiare chiedendo più informazioni e dettagli e soprattutto farli mangiare (“Non c’è niente di più pericoloso di un terrorista affamato“).

Ciò che rende interessante e soprattutto attuale un libro come questo non è solo la scoperta di una professione spesso tenuta dietro le quinte, ma è anche il fatto che ci parla del terrorismo in chiave decisamente inedita. A un certo punto del libro si dice che “chi è considerato terrorista da un Paese, è il combattente per la libertà di un altro“: mettersi nei panni di questi attentatori significa soprattutto comprendere le motivazioni che li spingono a usare violenza, i messaggi che vogliono diffondere e le leve da spingere per farli tornare sui loro passi: “Il sequestratore soffre del complesso di Icaro, il desiderio dell’individuo anonimo senza possibilità, e spesso anche senza lavoro, di elevarsi platealmente al di sopra della massa, bruciarsi e poi precipitare come martire“, si legge ancora. E poi, citando un esperto di sequestri della Sorbona: “Negoziare con i terroristi è un duello assimetrico. Tu, come mediatore, ricevi direttive dal tuo governo, mentre loro, i terroristi, le ricevono da Dio!“.

Le parole sono fatte di ossigeno, soffici come il vento. Ma allo stesso tempo possono scatenare incendi.

Westerman fa dei paralleli interessanti con gli avvenimenti del terrorismo ceceno e sottolinea la differenza fra il cosiddetto approccio olandese, convintamente pacifista e basato appunto sull’efficacia della parola, e quello russo, secondo cui con i terroristi non è possibile nessun tipo di trattativa, che lederebbe altrimenti il prestigio della nazione ma che ebbe come risultato i massacri al teatro di Mosca nel 2002 e alla scuola di Bezlan del 2004. Non che l’approccio olandese non abbia mietuto le sue vittime: “In qualche modo l’approccio olandese era fin troppo ingenuo, nessuno lo raccomanderebbe oggi“. Ad un certo punto lo scrittore si chiede se ci siano dei casi in cui le parole sono comunque inutili, come nel caso dell’Isis: “È impossibile negoziare con un kamikaze, non c’è alcun motivo di parlarci“, ammette Westerman. “Non sono un pacifista in senso assoluto, ma sono convinto che non si possa usare la spada senza poi usare la penna“. Westerman cita ancora Havinga, il quale sostiene che perfino l’Isis arriverà un giorno a sedersi al tavolo della negoziazione: “Sacrificare lo spazio del confronto e del dibattito è la perdita più grave, anche loro si accorgeranno che non c’è altra via“.

Dunque il linguaggio ha sicuramente i suoi limiti, soprattutto di fronte alla violenza più cieca e irrazionale. I soldati delle parole è però un saggio molto complesso ed efficace proprio per questo motivo: non si nasconde dietro a una società astratta e facilmente perfezionabile, ma anche descrivendo le abiezioni più terribili non perde la fiducia nel potere della mediazione. “Nonostante tutto ho voluto condurre il lettore attraverso un percorso, porre delle domande“, spiega Westerman. “D’altronde oggi tutti possiamo essere negoziatori: dall’assistente sociale all’insegnante nelle scuole fino al poliziotto di strada. Tutti coloro che sono in contatto con situazioni di disagio o radicalizzazione e possono prevenirle con l’inclusione e il dialogo“.

Posted by Paolo Armelli