20170515112112_282_cover_mediaChe cosa c’entra la storia di un semisconosciuto acquerellista svedese con la nascita di una catena d’abbigliamento come H&M? O con l’invenzione e l’industrializzazione del chewing gum? O con i puzzle utilizzati come strumento di marketing dai produttori di spazzolini negli anni ’20? O ancora con il fallimentare tentativo di introdurre i cammelli negli Stati Uniti? Apparentemente nulla, ma la straordinaria capacità di un narratore come Fredrik Sjöberg ne L’arte della fuga, appena uscito per Iperborea, riconcilia tutti questi tasselli lontanissimi fra loro in una storia avvincente quanto universale.

Lo scrittore svedese, in origine entomologo e collezionista, si è fatto conoscere con L’arte di collezionare mosche, caso letterario proprio per via della sua abilità quasi alchemica di mescolare autobiografia, minuzie scientifiche, incontri bizzarri e altri aneddoti interessantissimi; ne è seguito Il re dell’uvetta, sulle vicende di Gustav Eisen, esperto di lombrichi diventato abilissimo coltivatore di uvetta sultanina. Ora, a chiudere questa trilogia fra vita e natura, L’arte della fuga si dedica a ricostruire la biografia di Gunnar Widforss (1879-1934), sfortunato pittore svedese dalle mille peregrinazioni che solo alla fine dell’esistenza riuscì ad avere qualche soddisfazione ritraendo i paesaggi dei canyon americani.

La vita di Widforss per Sjörberg è comunque un astuto e suggestivo pretesto: ripercorrendo i fallimenti, gli spostamenti, le frustrazioni e le momentanee illusioni di quello sventurato artista, racconta delle paure di tutti – non avere successo, non essere ricordati, non lasciare tracce. Sullo sfondo anche l’eccezionalità di vite comuni che s’incrociano ai fatti più o meno grandi della storia, e una natura così vasta e contraddittoria da essere essa stessa una storia a sé. Interrogato su questi temi, Sjöberg, in Italia per un giro promozionale, si è dimostrato loquace esattamente come nei suoi libri.

Perché i lettori dovrebbero essere interessati a leggere di un acquerellista quasi sconosciuto?

Scrivo sempre di persone dimenticate, per differenti ragioni: sono un collezionista e un cacciatore, mi piace scoprire tesori nascosti. Avrei potuto scrivere di un pittore famoso, ma allora il lettore avrebbe avuto già dall’inizio un rapporto con lui, tipo con Picasso o qualcun altro, e invece qui non sai nulla e ciò mi dà l’opportunità di dare forma alla tua visione di quest’uomo. E poi mi dà l’opportunità di essere davvero esperto, sono ora il più grande esperto al mondo di Gunnar Widforss e non ci ho messo molto per diventarlo.

Il libro riguarda i meccanismi della dimenticanza, come si finisce per essere dimenticati. È interesse perché riguarda anche la solitudine e qualcosa di cui tutti siamo spaventati. Ho capito che lui poteva aiutarmi a raccontarmi una storia, non esattamente la sua storia, ma qualcosa su di me, sulla natura, sulle connessioni con la natura.

In proposito, il nostro mondo sembra essere superconnesso, abbiamo Wikipedia e ci sembra di poter conoscere tutto, invece lei nel libro scrive che “sappiamo poco di tutto“.

Internet è come un’oceano, ti serve una rete per andare a pescare ciò che ti serve. Se non hai l’equipaggiamento giusto non ci riesci. Per me è una specie di puzzle, infatti una parte importante del libro è dedicata a questa metafora: il libro stesso è un puzzle, così come l’intera trilogia. Ho scritto questo libro in realtà 10 anni fa e Wikipedia non era un fenomeno così grande come lo è oggi, quello che voglio dire è che davvero difficile trovare le relazioni nascoste che esistono fra le cose. Un conto è mettere tutti i pezzi del puzzle sul tavolo e un altro è metterli insieme.

Quando ho scritto questo libro avevo appena avuto un successo enorme con L’arte di collezionare mosche e quello parlava di ambizione, vanità, in particolare le mie; invece qui volevo esplorare la paura, il timore di rimanere soli, di fallire, la paura dell’esilio. Almeno nelle mie intenzioni iniziali volevo che parlasse proprio di paura. Una parte del libro è dunque triste, ma parla anche di amicizia e di romanticismo. Del resto è stato un uomo piuttosto sfortunato, anche se credo che quando dipingesse fosse veramente felice.

Sjöberg sito

In alcuni passi del libro lei lo descrive come un uomo piuttosto mediocre. 

Sì, non è di successo, non ha fascino, è basso, non è di certo un Modigliani. Ma c’è qualcosa di interessante in lui perché permette un’identificazione: io sono come lui, non posso raccontare di persone in cui non riesco a specchiarmi. In un certo senso questa è un’autobiografia, perché lui mi fa da specchio, è come un compagno di viaggio in cui m’identifico. E quando scrivo della paura di essere dimenticato, ovviamente parlo anche della mia paura di esserlo. Mi riconosco in questo giovane timido che viaggia per il mondo. Alla fine siamo diventati amici, anche perché abbiamo dei tratti differenti.

Nella sua trilogia si parla di collezionisti, di naturalisti, di artisti: è corretto dire che tutti questi personaggi siano accomunati dall’ossessione?

Ci sono di sicuro delle similitudini fra i miei protagonisti. Spesso mi chiedono come mai io che mi sono sempre occupato di biologia e di insetti a un certo punto abbia iniziato a parlare di arte: per me non c’è grande differenza, gli artisti e gli scienziati sono piuttosto simili nella loro ossessione, nelle loro particolarità. Alla fine fra collezionare insetti e collezionare opere d’arte l’unica differenza è il costo. In fondo io colleziono storie, più che altro.

Le opere d’arte che colleziono sono solo di artisti semisconosciuti, che vengono via per poco. Gunnar era uno di questi, è molto ricercato negli Stati Uniti invece in Svezia passava inosservato. La mia speranza è quella di scovarne sempre di nuovi e in questo modo far aumentare le loro quotazioni: se lavorassi nelle case d’asta mi accuserebbero di insider trading!

Quando ho portato la mia collezione di mosche alla Biennale di Venezia pensavo che fosse ridicolo: non era arte! Apprezzo di più le mosche in quanto mosche che non come opere d’arte

Lei però anche nel libro dice di non essere un esperto d’arte, anche se parla con molta competenza che sembra tale.

In qualche modo lo sono, è vero, me ne occupo ormai da una decina d’anni. Sono sempre stato affascinato da questo mondo, appunto per le sue somiglianze con il collezionismo d’insetti: è sempre una ricerca, una scoperta anche casuale di nuove cose, un risalire alla genesi di alcuni elementi… Ho imparato molto e posso dire di essere esperto di alcuni specifici artisti come Gunnar, ma non sono di certo un accademico.

Ha mai ricevuto critiche dal mondo ufficiale dell’arte?

In effetti no, anzi in genere apprezzano molto i miei libri, anche perché sono imbarazzati di non aver approfondito loro determinati argomenti, di aver snobbato questi naturalisti d’inizio Novecento quando tutti si occupavano invece dei modernisti. Figurarsi poi in un paese piccolo come la Svezia, in cui comunque la scena artistica è piuttosto ristretta.

Lei fa due critiche al mondo dell’arte, contro tutti gli -ismi di inizio Novecento e poi soprattutto contro l’arte contemporanea, che definisce “anche troppo facile da comprendere“.

Questo è il mio punto di vista, è il mio gusto estetico. Ognuno può dare il valore che vuole alla bellezza in sé stessa, per me è molto importante: devo riconoscere la bellezza in un’opera d’arte, non apprezzo molto il puro intellettualismo, o almeno non lo cerco nell’arte ma nei libri o nel teatro, ad esempio. Quando la mia collezione di mosche è stata esposta alla Biennale di Venezia (lo racconta alla fine de Il re dell’uvetta, ndr), ad esempio, ho pensato che fosse davvero ridicolo: non era arte! Cioè era bella come metafora, ma io apprezzo le mosche più come mosche non come opere d’arte.

Sono solo triste quando artisti più tradizionali vengono trascurati per via di mode più sperimentali. Ad esempio Gunnar è riuscito almeno ad imporsi negli Stati Uniti perché lì, proprio in quel momento, si stava inventando il concetto della wilderness, un concetto diffusissimo in un paese grande come il loro.

Le riserve naturali hanno lo stesso problema della segregazione urbana nelle nostre città: al centro i ricchi bianchi e nelle periferie gli immigrati disoccupati.

Però a un certo ha anche criticato le conseguenze estreme di questa wilderness o anche il concetto stesso, ad esempio, dei grandi parchi naturali.

È un’idea che mi porto dietro da molto, fin dagli anni Novanta quando scrivevo molto di politiche ambientali e di questioni legate alla natura, ho questa formazione. A un certo punto mi sono messo a discutere il concetto stesso di riserva naturale: forse ora è il tempo di non farne più, non è una soluzione, è solo uno strumento di ghettizzazione, esattamente come le riserve indiane negli Stati Uniti. Forse era necessario farle un tempo, ma a un certo punto dobbiamo migliorare la situazione.

È un problema di segregazione, esattamente come sta succedendo nelle città anche in Svezia: centri urbani raffinati, costosi dove vivono solo svedesi autoctoni e ricchi, e periferie zeppe di immigrati disoccupati. Lo stesso stiamo facendo con la natura.

Non è una posizione molto diffusa nei movimenti ambientalisti, questa.

In effetti molti pensano che ogni riserva naturale è una vittoria, invece io la vedo come una sconfitta. Forse sono troppo avanti nei tempi in questa discussione, semplicemente mi rifiuto di trattare queste tematiche come se ci fossero solo posizioni in bianco e nero. In mezzo ci sono molte posizioni intermedie. In ogni caso non voglio essere polemico, sarà che sono ottimista, quindi vorrei far riflettere i miei lettori, piantare un seme che li faccia riflettere sulle crisi ambientali e il cambiamento climatico. Non sono un missionario, però spesso vedo che anche questi temi sono trattati giocando sulla paura e sulla rabbia delle persone: quello che fanno cioè anche i movimenti di estrema destra. Le persone ne hanno abbastanza di rabbia e paura, dovremmo trasmettere messaggi più positivi e concilianti.

Lei sembra dire sempre quello che pensa, la libertà sembra essere un grande valore. Anche Gunnar era una persona libera?

Io credo di essere libero ora che ho soldi, posso vivere di quello che faccio. Da questo punto di vista Gunnar non lo era: aveva sempre difficoltà sia a guadagnare che a risparmiare soldi. Un po’ paradossalmente la libertà è anche non essere soli: l’artista, lo scrittore solitario che è anche molto libero è solo un mito, la libertà invece è anche essere in un contesto sociale in cui ti senti al sicuro. Lui era una specie di rifugiato, in qualche modo. Però era probabilmente veramente libero solo quando dipingeva.

Lei dice di essere ottimista: è per questo che spesso usa l’ironia per parlare anche degli aspetti più sfortunati della vita?

Per me è naturale e mi viene anche dal fatto che vorrei sempre raccontare la mia storia, quello che è successo a me, anche se spesso questo risulta anche molto imbarazzante. Usando l’ironia, invece, posso girarla contro me stesso e mi permetto di raccontare tutto ciò che voglio, soprattutto quando parlo di temi fondamentali, come la vita, la morte, l’ambiente.

Posted by Paolo Armelli