Mathias Malzieu è un artista scatenato e inarrestabile, iperattivo fino all’esasperazione: cantante e autore della band rock francese Dionysos, scrittore (suo il meraviglioso La meccanica del cuore del 2007) e sceneggiatore. Ed era alla sua iperattività che aveva attribuito il pallore, la stanchezza e lo scoramento che l’avevo atterrito negli ultimi mesi del 2013: invece era una malattia terribile, l’aplasia midollare, che l’ha costretto per un anno, fino a un complesso trapianto, a fare una trasfusione di sangue completa ogni settimana. Anno in cui Malzieu ha scritto un diario che è diventato un libro, Vampiro in pigiama (Feltrinelli) e un disco della sua band. Nel libro l’artista racconta il suo percorso clinico con grande lucidità ma anche con fantasmagorica creatività, unendo a riflessioni di profondità toccante una specie di straniato umorismo necessario alla sopravvivenza. L’abbiamo incontrato in questi giorni a Tempo di Libri, la fiera milanese dell’editoria.

I libri possono davvero aiutare a guarire?

In realtà è un accumulo di cose: ovviamente possono aiutare, sarebbe pretenzioso dire che scrivere o leggere dei libri fa guarire, contribuiscono all’intervento dei medici, alla vicinanza dei parenti, alla situazione in generale. Tutte queste cose possono far ottenere una vittoria sulla malattia. Tutte le lotte sono però differenti: c’è chi si salva con la musica, con i film, scrivendo, non c’è una regola fissa. Ognuno deve trovare ciò che lo fa stare bene e anche il modo di condividerlo con gli altri.

9788807032264_0_0_1594_80Però la decisione di scrivere è stata utile in quel percorso.

Se non avessi tenuto questo diario, probabilmente non avrei voluto dopo raccontare quello che mi è successo. Ero nella verità del momento, come un reporter, e questo ha portato sincerità al racconto. In fondo non è un libro sulla malattia, ma sulla rinascita.

E ora dove sta Miss Damocle, la personificazione della malattia con cui dialogavi in ospedale?

Ora è lontana, anche se non mi fido ancora di lei. Sto sempre in equilibrio fra la paranoia e l’attenzione vigile, è difficile regolarsi: penso che rimarrò ipocondriaco per tutta la vita. Comunque ora lei non sta più da me. La rappresentazione della malattia come una persona è stato un modo di esorcizzarla, tra l’altro non la dipingo come un mostro ma come una donna che ha i suoi aspetti seducenti. In questo modo sono riuscito a renderla un bersaglio più preciso, sia durante la cura sia nella narrazione.

Personificare la malattia è stato un modo per esorcizzarla. E per farlo ho dovuto gettare tutte le maschere, riavvicinarmi a me stesso.

La malattia è stata però paradossalmente anche una forma di ispirazione. 

Ovviamente non scrivo solo quando qualcosa va male. Per me è sempre una questione di compensazione: si scrive quando si sta male o c’è una morte, ovviamente, ma anche quando si viaggia o ci si innamora follemente, quando cioè si crea una situazione di squilibrio che devi in qualche modo compensare.

Non è stata dura essere così sincero sulla tua situazione?

Volevo fare cadere una maschera, non volevo raccontarmi come un personaggio, come uno Jedi o un supereroe. Ho corso il rischio di non mettere dei filtri, un rischio che però dovevo correre per ritornare ora a scrivere narrativa di finzione. Anche sul palco ho sempre avuto maschere di scena, come uccelli o altri animali: qua ho scelto di non mettere nessun trucco. Ho dovuto obbligatoriamente avvicinarmi a me stesso.

Devo ancora ricostruirmi un carapace. Ogni evento come l’attentato di ieri a Parigi mi colpisce enormemente. Sono preoccupato per le elezioni: ora l’avversario non è solo l’estrema destra ma anche il terrorismo.

In che modo oggi sei diverso da quello che eri prima della malattia?

Oggi sono peggio di com’ero; peggio ma anche meglio. Sono più che altro esacerbato, sono ancora più iperattivo e creativo ma qualsiasi cosa di negativo accada nel mondo mi affligge enormemente. Non mi sono ancora ricostruito completamente il carapace. Anche quello che è successo ieri sugli Champs Elysées, devo ancora riprendermi. Quando sono uscito dall’ospedale pensavo a questi medici e infermieri che hanno lavorato duramente per ridonarmi la vita passo dopo passo lentamente, e subito dopo ci sono stati gli attentati a Charlie Hebdo: ci vuole talmente tanto per stare bene e così poco per uccidere in modo così barbaro. Non riuscivo a metabolizzarne il senso.

Eppure sembra che questa sensazione di morte e di disfatta sia molto diffusa.

Quello di cui non mi capacito è che prima in Francia avevamo un unico avversario, che era l’estrema destra, ovviamente con molte sfumature ma c’era uno scontro preciso. Ora abbiamo anche il terrorismo e ciascuno di questi avversari si nutre l’un l’altro e quello che resta in mezzo, il fronte democratico, si assottiglia sempre più. Sono molto preoccupato per queste elezioni, temo che dopo Trump e la Brexit, anche se molti dicono che Marine Le Pen non possa vincere, ci potrebbero essere delle sorprese. Spero che le forze progressiste, politiche e non solo, facciano gruppo.

Scrivere e fare musica possono essere antidoti a questa deriva?

Ovviamente c’è una sensazione di rabbia e ingiustizia diffusa. Io penso che l’arte, i viaggi e la lettura siano però armi fondamentali: dovrebbe essere obbligatorio viaggiare, leggere. Ovvio che non si può puntare il dito contro le persone che si chiudono in loro stesse, sempre di fronte alla tv, ma basterebbe aprirsi un po’ all’esterno per capire che c’è molto altro. L’essenziale è creare dei legami: raccontare, mostrare, istruire. Che non significa affatto dare delle lezioni dall’altro ma aiutare veramente le persone a vedere.

Posted by Paolo Armelli