È stata annunciata oggi la dozzina dei libri finalisti che concorreranno alla formazione della cinquina definitiva del Premio Strega 2017: fra i titoli selezionati c’è anche La più amata, il romanzo di Teresa Ciabatti proposto da Mondadori. Non è una sorpresa, in effetti, dato che il suo romanzo è stato fra i più apprezzati e chiacchierati di questi ultimi mesi.

9788804664529_0_0_1537_80La più amata è un romanzo per molti versi sconvolgente, perché in questa autobiografia Ciabatti getta qualsiasi maschera autoriale e si lancia nella ricostruzione senza rete della propria infanzia e della propria vita: “Non avendo nessuna verità o nessuna visione superiore da offrire al lettore, cerco invece di essere sincera e diretta”, ci ha raccontato l’autrice. E in effetti questo romanzo sembra quasi più americano, nel suo spudorato racconto non filtrato da nessun tipo di pudore; eppure non può che essere profondamente italiano, nella realtà piena di ambiguità e dati storici che mette in campo, nel suo sviscerare una vergogna che è individuale, famigliare ma anche intrinsecamente nazionale. Nel libro Ciabatti vuole infatti ricostruire il proprio passato attraverso, in particolare, la figura del padre: il Professore, primario all’Ospedale di Orbetello da tutti stimato ma anche temuto, è una figura genitoriale piena di asperità ma anche di misteri, e si scoprirà poi coinvolto nella loggia massonica P2. Senza risparmiarsi, l’autrice cerca una propria verità raccontando anche momenti crudi della propria esistenza, dal sequestro del padre alla cura del sonno imposta alla madre: un filo che è il suo percorso a ritroso in un labirinto di ricordi personalissimi, ma che getta eco nell’esperienza di ognuno.

Una bruciante storia privata che si fonde con una controversa vicenda pubblica, senza rinunciare un secondo alla propria letterarietà: La più amata è anche uno spaccato importante di storia italiana, dove l’ascesa e la caduta di una famiglia diventano simbolo di un particolare periodo storico in cui il potere e il privilegio cercano di imporsi per vie surrettizie ma si sgretolano altrettanto rapidamente. Tutto molto vero, crudo e per certi versi disturbante, oltre il velo di un’apparente ordinarietà: “Il lettore è portato ad odiare perfino la me bambina,” confida Ciabatti, “ero viziata e insopportabile, ma rivendico anche il fatto di potere essere oggi una donna immatura“. Se finora si toglieva gli anni, infatti, ora la scrittrice è costretta ad ammettere la propria età, che diventa quasi un ritornello ossessivo nel corso del romanzo: “Ammettere di avere 44 anni è stata la prima presa di responsabilità su cui ho costruito l’intero percorso del libro“.

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e non trovo pace. Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, deve esserci un’origine, ricordo, collego. Un motivo che mi ha resa tanto diversa… L’anno che mamma dormiva. Deve essere successo qualcosa. Qualcuno mi ha fatto del male. Ricordo, collego, invento. Cosa ha generato questa donna incompiuta.

Ossessione e responsabilità sono due dei temi portanti di quest’opera, così come lo sono la colpa e il perdono: “In fondo sono partita dal tentativo infantile di incolpare qualcuno, in particolare mio padre, per quello che sono oggi, anche se ho finito per accettarmi così come sono“. Liberarsi dallo spettro di un passato ingombrante diventa l’arma per una maggiore consapevolezza di sé, consapevolezza che include però anche la possibilità di non avere certezze: “Sono una donna normale, con limiti enormi“, dice Ciabatti. “È strano perché di solito la letteratura femminile è legata alla saggezza, ma io di risposte da dare non ne ho“.

Eppure La più amata è un risultato letterario davvero stimolante per il lettore: la patina dell’ossessione trasuda nello stile scattante di Ciabatti, che costruisce le scene per pennellate fulminee, flash che ripetono in modo assordante le stesse parole, a dare la sensazione che quelle immagini devono essere inseguite per essere catturate almeno in parte. Perché poi come sempre un’autobiografia così ostentatamente onesta non può che essere anche un esercizio letterario tanto elaborato quanto soggettivo: “Ho scelto gli eventi, ho rallentato o accelerato il tempo, ho manipolato tante vite: in questo libro ci sono molta narrazione e molta intenzione“. Perché la verità, in letteratura, non può che essere la più sincera delle menzogne.

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, quarantanove, cinquantasei. Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho sessantun anni, gli anni di mio padre quando è morto, e inseguo la gallina bianca. Questa gallina bianca che zampetta sull’erba, col mago che tenta di riprenderla, chiedendo aiuto anche a noi, e allora quelli più intraprendenti si uniscono alla caccia, protagonisti per la breve durata del gioco

Non dev’essere facile mettersi a nudo così apertamente,  soprattutto per una scrittrice come Teresa Ciabatti che, ad esempio, rifugge le foto mentre sui social è una personalità seguitissima, celando dietro all’iconica immagine di Joyce Carol Oates (altra maschera qui aggiunta anziché tolta) una lingua calcolatissima e un umorismo spesso disarmante. Anche se sul web è stata di recente bersaglio di numerose e pesanti accuse: “Sono 17 anni che scrivo e ad essere sincera i miei libri sono stati quasi sempre ignorati. Quest’ultimo invece no, ma non mi si può accusare di nulla se non di aver fatto un percorso“. E ammette: “Nella mia generazione ci sono molte altre scrittrici che avrebbero meritato più di me la candidatura allo Strega, però è capitato a me, è anche questione di culo“.

 

Posted by Paolo Armelli