C’è chi crede che i libri siano un fiume placido di ispirazione, altri che li intendono come una lotta che spilla fino all’ultima goccia di sangue. Questo secondo caso vale sicuramente per Come un pugno, l’ultimo romanzo di Claudio Marinaccio (Aliberti).Non solo perché parla di pugilato (e di scrittura), ma anche perché è un libro che ti mette KO nel modo in cui meno te l’aspetti.

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C’è lo scrittore fallito Mark Scannagatti in cerca di redenzione, alle prese con l’incubo della creatività e il fantasma di un padre ingombrante; ci sono gli sportivi tutti marketing e oscuri segreti; c’è una Los Angeles invischiata in droga, strip club e violenze da gang.

Ogni scrittore ha la sua musa, la mia era un enorme pugile messicano.

Tutto punterebbe al cliché della letteratura maledetta e del postmodernismo americano, invece Marinaccio salva tutto con una buona dose di sapida, talvolta allucinata ironia e un sottotesto che, dietro la facciata pulp, mette in campo il tema della ricerca di sé (sempre piena di demoni e sensi di colpa), della negazione e poi riappropriazione delle proprie radici, di un collegamento inevitabile con ciò che siamo stati e saremo sempre (la nonna, ad esempio, è un personaggio “in absentia” eppure fondamentale).

Più che puntare allo stomaco, Marinaccio i pugni li assesta dritti a un punto molto vicino al cuore.

Posted by Paolo Armelli