Il musical che ritorna ai tempi d’oro del cinema e il biopic senza sconti su Carrie Fisher e Debbie Reynolds dimostrano come cambia la nostra percezione del mondo dello spettacolo

È l’inizio di qualcosa di fantastico / o l’ennesimo sogno che non realizzerò”: questo verso è tratto da “City of Stars”, pezzo fondamentale nella colonna sonora del film musicale di Damien Chazelle, La La Land. Il musical è in uscita in Italia il 26 gennaio, dopo aver raccolto un enorme successo di pubblico e di critica negli Stati Uniti, aver battuto il record di premi ai Golden Globes ed essere uno dei superfavoriti ai prossimi Oscar. Già dal titolo vuol essere un tributo alla città del cinema e dello spettacolo, Los Angeles, ma anche a quelle illusioni effimere che spesso si sostituiscono ai sogni.

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In effetti La La Land sembra inaugurare una nuova fase del cinema americano: tornando indietro alle sue origini, ovvero al musical della golden age hollywoodiana, la pellicola con Ryan Gosling e Emma Stone è puro intrattenimento, con la storia d’amore zuccherosa, i passi di tip tap, le canzoni fischiettanti. Eppure il risultato è godibile e al contempo contemporaneo perché fonde una calibratissima nostalgia con tematiche di grande attualità e verità: i sogni irrealizzabili in una società dello spettacolo sempre più frenetica e spietata, il ridursi degli spazi in cui coltivare iniziative culturali (in questo caso far sopravvivere la musica jazz), le contraddizioni per cui si può essere invitati a un party stellare pur non avendo di che arrivare a fine mese.

L’operazione di Chazelle è particolarmente riuscita perché, pur in una cornice allegra e scintillante, in cui il tributo ai grandi classici di Hollywood è continuo, serpeggia il disincanto di una generazione che come mai prima ha accesso ai prodotti dello spettacolo ma altrettanto riesce con difficoltà a portare avanti i propri sogni artistici e, quando ci riesce, anche a costo di rinunce sentimentali o familiari. Non è compiaciuto La La Land, piuttosto mostra le due facce della medaglia e, intrattenendo con spensieratezza per più di due ore, dà senza pesantezza l’idea di come ogni luce proietti inevitabilmente un’ombra.

Una sensazione simile si ha guardando Bright Lights, il documentario Hbo ora disponibile su Sky Cinema, su Carrie Fisher e la madre Debbie Reynolds, scomparse l’una a distanza dell’altra lo scorso dicembre. Nei più classici metodi della documentaristica americana, il film segue in presa diretta le due attrici mentre affrontano i loro impegni quotidiani e, soprattutto, mentre gestiscono il loro complicato eppure intenso rapporto. Accanto al racconto dei loro successi e del loro passato più glorioso, vediamo le due alle prese con le difficoltà del tempo che passa e con le costrizioni che il mantenimento della fama comporta: la principessa di Star Wars, ad esempio, dopo anni di rifiuti, cede ai vari comicon in cui file sterminate di fan attendono un suo autografo (a pagamento); l’ormai anziana attrice e cantante di Singing in The Rain, invece, non si arrende all’età e al deperimento fisico e, pur di portare i suoi spettacoli a Las Vegas, si aggira per le hall degli hotel su una macchinetta per anziani e senza parrucca.

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Tutto il glamour e l’estenuante mantenimento di una facciata perfetta e aspirazionale vengono meno, resi invece terribilmente reali dai problemi che queste star affrontano e dalle varie idiosincrasie tipiche dei famosi più eccentrici (certe scene ricordano il mitico Grey Gardens). Carrie Fisher non lesina dettagli sulla sua dipendenza da sostanze (ora sostituite da fiumi di Coca-Cola a qualsiasi ora) mentre Debbie Reynolds, pur scherzando sui suoi vari matrimoni che ne hanno dissipato le finanze, partecipa con rassegnazione all’asta in cui è costretta a vendere i cimeli di Hollywood che con tanta fatica aveva accumulato negli anni.

Invecchiare è terribile per tutti noi. Ma Debbie Reynolds cade da un’altezza ancora più grande. (Carrie Fisher)

Ne viene fuori un ritratto penoso di stelle al tramonto? Assolutamente no. Abituati come siamo ai vari reality degli anni Duemila e Duemila-e-dieci in cui vip senza sapore ostentano la loro vita altrettanto autoreferenziale, vedere sullo schermo veri talenti di Hollywood che lottano contro i problemi della vita di ogni giorno è una rassicurazione che, paradossalmente, rinsalda la fiducia nelle potenzialità dello spettacolo. Ma non si tratta di immedesimazione, siamo sempre nell’ambito dell’ammirazione: queste celebrità hanno raggiunto l’apice del successo e toccato il fondo della sofferenza, si potrebbe dire quasi nello stesso momento, ma per noi rimangono apprezzabili proprio perché incastonate in quell’Olimpo cinematografico di cui non possono che evidenziare le più vive contraddizioni.

La La Land e Bright Stars sembrano condividere un nuovo territorio della rappresentazione dello spettacolo che, nell’epoca della post-truth, si potrebbe definire con un azzardo post-Hollywood: lo spettatore non rinuncia cioè a veder rappresentati il fascino e la soddisfazione artistica dell’industria cinematografica più pura, ma al contempo è pronto ad accettare il disincanto e la rassegnazione che questi tempi cupi inevitabilmente impongono su tutto. Unendo il potere straordinario di raccontare della realtà a una nuova consapevolezza dello spettatore, il cinema non è più una bugia dorata da accettare con sospensione dell’incredibilità da una parte oppure implacabile documento di denuncia dall’altro: i toni si sfumano, i generi si fondono, le luci e le ombre si compenetrano.

Posted by Paolo Armelli