Abbiamo paura del tempo, del tempo che ci dai“: così dice la madre al figlio Louis, protagonista dell’ultimo film di Xavier Dolan, È solo la fine del mondo, che dopo dodici anni decide di visitare la famiglia per annunciare loro la propria malattia terminale. La rivelazione passa in secondo piano quando a deflagrare sullo schermo sono i piccoli e grandi drammi di una famiglia che non sa comunicare come vorrebbe le ferite e i risentimenti di ognuno. I temi centrali sono appunto il tempo, che passa inesorabile pietrificando e avvelenando i non detti, e l’assenza, che rende irrimediabilmente estranei.

Dolan è regista giovanissimo (appena 27 anni) eppure dal talento praticamente indiscusso e in questa pellicola dirige grandi nomi come Vincent Cassel (il fratello più grande), Marion Cotillard (sua moglie, forse l’interpretazione più riuscita), Nathalie Baye (la madre) e Léa Seydoux (la sorella piccola), nonché il protagonista Gaspard Ulliel, tanto bello da essere inaspettatamente espressivo. È la prima volta che si cimenta con attori di notevole fama, e si nota la tensione per non farsene soverchiare, pericolo che sarà ancora più evidente nella sua prossima release, The Death and Life of John F. Donovan, prima sua opera anglofona con attori del calibro di Kathy Bates, Susan Sarandon, Jessica Chastain e Natalie Portman.

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Questo film, premiato allo scorso festival di Cannes, è tutt’altro che perfetto e resiste per un soffio dalla sua intrinseca natura anticinematografica: è infatti tratto dalla pièce Juste la fin du monde dell’apprezzato drammaturgo francese Jean-Luc Lagarce, morto nel 1995 di Aids e che proprio dopo aver scoperto la propria malattia aveva scritto quest’opera. Il suo linguaggio, che Dolan cerca di rispettare il più possibile, è fatto di ripetizioni ossessive, esitazioni estenuanti, frasi sbagliate nei momenti sbagliati. Il regista sta addosso agli attori in maniera pressante, imponendo una recitazione che è fatta di sguardi disperati e labbra tremanti, sacrificando in parte una vera narrazione memorabile.

Ciò che salva È solo la fine del mondo e lo rende anche un film potente è però la sua spietata e realistica descrizioni di dinamiche familiari complesse in cui molti si possono riconoscere. Perché Louis, scrittore omosessuale di talento, per trovare la realizzazione e il successo, e in qualche modo anche per sopravvivere all’asfissia del mondo che lo circondava, è dovuto andare lontano (anche se non così molto lontano, come pare di capire dai vari dialoghi). Andandosene, lascia sola una madre che non fa altro che sfogare le proprie attenzioni eccessive sulla figlia minore, che invece avverte la mancanza del fratello tanto ammirato come un affronto alla propria libertà; e si inimica il fratello più grande, appesantito dai doveri e frustrato dalla sensazione di essere inferiore. Eppure Louis non può fare niente per sanare questa situazione: le uniche sue esternazioni, anche volendo, sono criptiche cartoline o frasi di “due, tre parole appena“.

Xavier Dolan sembra suggerire che tornare a casa è impossibile: saremo sempre ospiti, estranei, colpevoli. Ma in cambio avremo avuto la nostra vita.

Si potrebbe tenere in secondo piano il fatto che Louis sia gay, e così in effetti sembra accadere nel film (apparentemente non gli si rimproverano i suoi gusti sessuali né le sue scelte di vita). Ma questa è una sfumatura importante così come quella della sua carriera: è un uomo di cultura, che ha cura del linguaggio e che viene per questo preso in giro per il suo atteggiamento cerebrale e apparentemente snob. Omosessualità e cultura sono due elementi fondamentali che rafforzano l’estraneità del protagonista rispetto a un contesto familiare e sociale rispettabilmente borghese. Un pesce fuor d’acqua o meglio, per riallacciarsi alla metafora animale scelta per le scene finali, un uccellino in gabbia che per liberarsi sbatte le ali ovunque.

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La malattia che lo riporta forzatamente (e brevemente) a casa è appunto solo il pretesto per ribadire la sua estraneità a un mondo che può vivere nella nostalgia. Ogni gesto è studiato per sembrare opportuno, ogni parola pare essere fuori luogo, ogni tentativo di riallacciare o di dialogare è visto come goffa ammissione di colpa. Perché la lontananza dalla famiglia è proprio la situazione che più di tutte si fa generatrice di sensi di colpa: chiunque si sia trasferito dal luogo di origine per motivi di lavoro, per vivere appieno la propria vita, per inseguire un amore o per sfuggire all’oppressione, sa benissimo che niente potrà togliere di dosso la spiacevole sensazione di essere fuggiti, di aver tradito il nido, di aver causato lacerazioni irreparabili.

Come di consueto e come in altri film precedenti, sempre straordinari ma poco confortevoli come Tom à la ferme o Mommy, Dolan si insinua in situazioni che sembrano personalissime eppure svelano turbamenti universali. Quello che cerca di dirci in questo film così estemporaneo eppure così persistente, è che non si può tornare a casa, neanche nel momento estremo. Le nostre scelte ci porteranno lontano e da quel luogo non potremo mai tornare. Da lì in poi saremo sempre ospiti, sempre estranei, sempre irrecuperabilmente colpevoli. In cambio però avremo avuto la possibilità di vivere la nostra vita, lunga o breve che sia.

Posted by Paolo Armelli