Dal gossip reale al successo di un prodotto seriale come The Crown, continua la resistenza simbolica della Famiglia reale britannica, fra neocolonialismo irrisolto e fascinazione mediatica

Lo scorso 9 novembre, lo stesso giorno in cui gli Stati Uniti consegnavano inaspettatamente la Casa Bianca a Donald Trump, dall’altra parte dell’Oceano, Kensington Palace, la residenza ufficiale di Harry d’Inghilterra, rilasciava una lettera ufficiale, piuttosto inconsueta, in cui si esprimeva grande preoccupazione rispetto alle ripetute violazioni della privacy dell’attrice americana Megan Markle, da settimane indicata dalla stampa come nuova fidanzata del principe. Nella dichiarazione si riporta che Harry stesso si dice “profondamente dispiaciuto per non essere riuscito a proteggerla” e, anche in relazione al passato della sua famiglia e di sua madre Diana in particolare, rifiuta le considerazioni di chi afferma che tutta lattenzione mediatica faccia parte del gioco: “Non si tratta di un gioco, ma della vita di lei e di lui”.

Nonostante la comprensibile apprensione del principe, appare altamente improbabile che i tabloid distolgano lo sguardo da una così appetibile coppia di celebrità, a maggior ragione dopo che la lettera stessa dà conferma ufficiale della relazione dei due. Questo a maggior ragione in un momento storico in cui, dopo anni di alti e bassi, l’interesse nei confronti della Casa reale britannica è tornato a livelli considerevoli, complici l’arrivo dei figli della coppia William e Kate ma anche dell’ostinata resistenza di Elisabetta II, ormai intenzionata a battere ogni record di longevità, sia governativa sia anagrafica (il suo regno ha superato in lunghezza quello della regina Vittoria, ed è anche il più lungo fra i monarchi viventi, dopo la recente scomparsa del re di Thailandia). Mai come oggi, poi, i Windsor sono percepiti come un fruttuoso brand globale.

Il principe Harry visita Saint Kitts e Nevis (foto: royal.uk)

Il principe Harry visita Saint Kitts e Nevis (foto: royal.uk)

Anche lo stesso Harry, dopo anni di vicende burrascose, fra insofferenze nell’esercito e nottate di strip poker a Las Vegas, sta provvedendo in questi ultimissimi anni a una graduale pulizia della sua immagine pubblica. L’ultimo dei suoi impegni istituzionali si sta svolgendo proprio in questi giorni: il principe è infatti impegnato in una visita ufficiale di due settimane per conto della nonna, nei Paesi dell’area caraibica in cui lei è ancora regina –  Antigua e Barbuda, Barbados, Saint Kitts e Nevis, Grenada, Saint Lucia, e Saint Vincent e Grenadine – e in un altro vicino che fa parte del Commonwealth, Guayana (quei Paesi, cioè, che i media britannici nominano tutt’oggi, con malcelato passatismo, “West Indies”).

Quello che poteva sembrare un semplice viaggio ufficiale dall’interesse solo di facciata si è trasformato tuttavia in un riemergere polemico di sentimenti antibritannici e anticoloniali. Sui social si è diffuso l’hashtag #NotMyPrince, coniato sul modello del #NotMyPresident che contrassegna in queste settimane le proteste contro Trump, per ribadire il fatto che la presenza di un membro di primo piano della famiglia reale riaffermi in qualche modo i legami di supremazia e di dipendenza che la Corona britannica ancora vanta su quei territori.

Territori che, nonostante abbiano raggiunto l’indipendenza a partire dagli anni Cinquanta, ancora oggi si portano appresso il fardello di una storia contraddistinta da sopraffazione, sfruttamento economico e schiavitù: le Indie Orientali, fra Seicento e Settecento, furono infatti lo snodo centrale per i traffici oceanici di schiavi, tabacco, zucchero e cotone, ovvero le basi su cui si fondò l’Impero Britannico come lo ricordiamo. Ma è anche storia recente: il Guardian ricorda come, in uno dei suoi primissimi viaggi ufficiali, la neo-regina Elisabetta II nel 1953 soggiornò presso il cugino Lord Harewood in una piantagione di zucchero, proprietà della famiglia dal 1780.

Le accuse di malcelato neocolonialismo si intrecciano a ferite del passato mai del tutto rimarginate: la monarchia inglese ha sempre mantenuto una posizione ambigua su temi come schiavitù e imperialismo.

La storica Nalini Mohabir e lo scrittore Jermain Ostiana, entrambi molto attivi sui temi della decolonizzazione e del neoimperalismo, hanno riassunto sempre sul Guardian le implicazioni simboliche di questa visita caraibica: “Il principe Harry porta con sé quella mistica combinazione dell’essere bianco, della celebrità, del potere e della ricchezza. In cambio sarà accolto da parate militari e performance culturali. Studenti, orfani e giovani si riuniranno per salutarlo. Lui supervisionerà le infrastrutture superstiti dell’impero (giardini, porti, un’ex residenza reale), onorerà eventi caritatevoli con la sua presenza e darà lustro a chiacchiere di circostanza, oltre a partecipare a dimostrazioni sportive. In passato la stessa dimostrazione di potere culturale e militare era fatta per i reali che visitavano le colonie”.

Le accuse di malcelato neocolonialismo si intrecciano a ferite del passato mai del tutto rimarginate. L’osservazione assume un significato ancora più suggestivo se si considera che Megan Markle si definisce per metà nera, rivendicando ascendenze non caucasiche, e lo stesso Harry si è scagliato contro i “sottotesti razzisti” di certa stampa scandalistica nei confronti della fidanzata. Ma la posizione della monarchia britannica è sempre stata ambigua su queste tematiche: nel 2007, in occasione della cerimonia all’abbazia di Westminster per il bicentenario dell’abolizione della tratta degli schiavi, alcuni attivisti chiesero ad Elisabetta II scuse ufficiali per lo schiavismo, ma lei rifiutò.

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Claire Foy interpreta una giovane regina Elisabetta II nella serie di Netflix The Crown

Chi nelle ultime settimane sta guardando su Netflix la serie The Crown, dedicata ai primissimi anni da sovrana di Elisabetta II, sa bene come i viaggi ufficiali nel Commonwealth siano sempre stati uno strumento fondamentale utilizzato dai reali, ma anche dai governi di Londra, per rinsaldare la presa e la popolarità di un Impero britannico ormai al tramonto sui vari territori sparsi per il pianeta. Nel secondo episodio, vediamo l’allora principessa Elisabetta e il neosposo Filippo di Edimburgo in un tour per le colonie africane, interrotto dall’improvvisa morte di re Giorgio VI nel 1952; nell’ottavo, siamo nel 1954 e, su insistenza del primo ministro Winston Churchill, ormai negli ultimi anni di carriera ma determinato nel lasciare un segno di potenza nell’Impero, la coppia reale è costretta a un viaggio di 23 settimane che li porterà da Bermuda alle Fiji, dalla Nuova Zelanda a Ceylon, fino a Malta e Gibilterra. Quel tour passò alla storia come un enorme successo e permise all’evanescente gloria imperiale di perdurare ancora per un decennio.

Proprio The Crown, similmente a questi viaggi nel Commonwealth portati avanti ancora oggi, sembra l’ennesima prova di una resilienza senza paragoni incarnata dalla famiglia reale inglese e in particolare dalla sua inossidabile matrona. La serie, già rinnovata per una seconda stagione ma concepita per comprenderne sei e arrivare ai giorni nostri, è scritta da Peter Morgan, già dietro a ricostruzioni storiche acclamate come The Queen e Frost/Nixon. Ha raccolto numerosi giudizi positivi, proprio per la sua sapiente ricostruzione di un mondo distante e apparentemente vacuo, riempito però di un simbolismo e di accuratezza storica, dove perfino l’etichetta di corte e le sue conseguenze sulla vita dei personaggi coinvolti divengono motivo di suspense e introspezione.

Il principe Filippo (interpretato in The Crown da Matt Smith) in un viaggio ufficiale in Kenya

Il principe Filippo (interpretato in The Crown da Matt Smith) in un viaggio ufficiale in Kenya

Una figura come Elisabetta II “non è esattamente la prima scelta per un autore, essendo una donna monosillabica e dall’intelligenza e immaginazione limitate”, ha dichiarato Morgan al New Yorker. “Non lo dico come una scortesia. Sono sicuro si definirebbe anche lei così. Ma ha enormi riserve di forza, carattere, impegno e fermezza, tutte doti molto interessanti se guardiamo alla crisi di leadership a cui assistiamo di recente nel mondo”. E così anche una sovrana fuori dal tempo e dallo scorrere della frenesia delle notizie di tutti i giorni, ancora impegnata a dare lustro a un Impero ormai dissolto, diventa un attualissimo oggetto di binge watching, anche grazie alla maestosa regia di Stephen Daldry.

Come la monarchia britannica sia oggetto di enorme attenzione mediatica e  di ammirazione, nonostante la consunzione del suo peso politico, gli scandali che ne hanno costellato la modernizzazione e l’ancora irrisolto compromesso con l’imperialismo, rimane un mistero.

Anche se è chiaro che la serie non sia uno smaccato omaggio alla monarchia inglese (una delle sotto-trame, quella del negato matrimonio fra la principessa Margaret e un ufficiale dell’esercito divorziato, ne mostra ad esempio i meccanismi più spietati e arrugginiti), quest’ultima ne esce sicuramente rinvigorita e ammantata di un fascino persistente. Non è un caso che proprio in queste settimane è stato deciso un impegnativo restauro di Buckingham Palace, il simbolo più potente dell’istituzione reale: l’operazione costerà 370 milioni di sterline e si estenderà per un decennio, anche se la Regina ha già fatto sapere che non se ne andrà di lì durante i lavori. Se per alcuni, come i laburisti e i nazionalisti scozzesi, è discutibile che in tempi di austerity si spendano così tanti soldi in un progetto di pura rappresentanza, per altri il restauro del palazzo reale non è che un’ovvia e necessaria conseguenza al mantenimento di una gloriosa famiglia reale.

Come la monarchia britannica sia a tutt’oggi oggetto di enorme attenzione mediatica e perfino di ammirazione, nonostante la consunzione del suo peso politico, gli scandali che ne hanno costellato la modernizzazione e l’ancora irrisolto compromesso con l’imperialismo, rimane per certi versi un mistero. Molto, probabilmente, si deve a una figura come quella di Elisabetta II che ha incarnato per generazioni la Corona stessa, i suoi alti e bassi, i suoi minimi storici e le sue improvvise risurrezioni (l’ultima nel 2012, quando al Giubileo di diamante del suo regno corrisposero le Olimpiadi di Londra), le sue contraddizioni e le sue conciliazioni. Con un’unica, incrollabile certezza: “La Corona deve vincere, deve vincere sempre”.

Posted by Paolo Armelli