Stella Sacchini ha tradotto svariati libri dall’inglese, dal latino e dal greco. Dopo una laurea in Filologia bizantina e un master in Traduzione, ha lavorato sulle opere di autori come Francis Scott Fitzgerald, L. Frank Baum, Mark Twain, Jack London, John Berger, Joseph Sheridan Le Fanu, Josephine W. Johnson, William Finnegan e Charlotte Brontë. Proprio la sua ritraduzione di Jane Eyre (Feltrinelli) le è valsa nel 2014 il Premio Babel per giovani traduttori. In occasione della premiazione della terza edizione del Premio Babel-Booksinitaly, lo scorso 19 novembre durante Bookcity Milano, Sacchini ha parlato del suo rapporto con la traduzione dei classici, in un intervento molto suggestivo che Liberlist ha il piacere di pubblicare qui di seguito.

Quello con Jane Eyre è stato un incontro fortunato e irripetibile, come tutti i grandi amori lo sono. Non era un romanzo cui ero particolarmente legata, un romanzo che credevo, come si dice in certi ambienti, “nelle mie corde”. Mi spiego meglio: una volta che inizi a tradurre cambia qualcosa nel tuo modo di leggere, per sempre. Di leggere in una lingua che non è la tua, ma anche nella tua lingua madre. Leggi e, inevitabilmente, ti chiedi come sarebbe tradurre quella scrittura. Dopo un po’ che traduci, ti rendi conto che non sempre quello che ti piace leggere poi ti piacerà tradurre. E non sempre quella che credi sia una scrittura nelle tue corde, al momento della traduzione si rivelerà tale.

La traduzione ti mette davanti all’inconsistenza e alla fragilità dei tuoi preconcetti, delle tue astrazioni intellettuali, dell’ipocrisia di quello che credi sia il tuo gusto. Perché se per la scrittura vale l’assunto che non si scrive come si vuole, ma come si deve, un assunto simile è valido anche per la lettura, e per la traduzione. Traducendo si scopre che certe scritture apparentemente lontanissime dai nostri gusti sono in realtà più vicine di quanto pensavamo. E che altre scritture che credevamo prossime sono quanto di più lontano da noi esista. Stessa cosa per l’amore: non si ama chi si vuole, si ama chi si deve. È sempre un fatto di necessità: la scrittura che si scrive, quella che si traduce e l’amore.

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F. H. Townsend, Illustrazione a Jane Eyre (1847)

Spesso si rivela un grande amore quello a cui, all’inizio, non davamo un soldo di fiducia. Un abbaglio, invece, quello che avevamo deciso sarebbe stato un grande amore. C’erano tutti i presupposti perché lo fosse. E invece no. Perché l’amore si rivela grande contro ogni pronostico. E ameremo alla follia una scrittura, una voce, un autore contro ogni pronostico. La traduzione sbugiarda gli amori costruiti a tavolino. Ti costringe a un atto di onestà. Ed è così che è andata con Jane Eyre.

All’inizio, mi sono messa a tradurre come un bravo soldatino. Ma a un certo punto è successo quello che non avevo previsto: mi sono innamorata. Di chi mai avrei pensato di innamorarmi. E ho scoperto che quella scrittura non solo era “nelle mie corde”, ma nel mio cuore, nella mia mente, sulla mia pelle, sulla punta delle mie dita, dentro agli occhi, tra le labbra. Ce l’avevo dentro ma non lo sapevo. A quel punto mi sono arresa e ho fatto l’unica cosa che potevo fare: amarla. Jane Eyre mi ha insegnato cos’è l’amore. Credo che venga da questo “l’esito felice” della motivazione del Premio Babel. Dalla fortuna sfacciata dell’amore.

La traduzione è sfida, è fatica, è umiltà, è pudore, ed è rispetto. Il traduttore ha un compito enorme: quello di tenere in vita dei testi, o riportarli alla vita, come un negromante o novello Orfeo.

Per molto tempo, dopo aver finito di tradurre Jane Eyre, ho avuto la sensazione, ogni volta che ricominciavo un altro romanzo, di tradire quel primo, grande amore. A ogni parola che traghettavo all’altra sponda del fiume, chiedevo scusa al mare di parole del libro precedente. Quando il fiume arriva al mare e lì si perde, acqua nell’acqua, vorrebbe restare per sempre mare. E invece deve tornare a essere fiume, rivolgersi alla montagna, accogliere dentro di sé nuove correnti, perché ci sia ancora vita. Non so quante volte si può fare questo viaggio, dal fiume al mare e poi di nuovo dal mare al fiume, da acqua ad acqua, da sponda a sponda, questo faticoso attraversamento che è la traduzione.

Penso alla storia del salmone, al suo nome sontuoso come quello di un Re, alla sua vita costellata dalla fatica. Gli antichi romani lo chiamavano Salmo Salar, dal verbo “salire”, riferendosi al suo incredibile viaggio nelle acque dolci e salate. Il salmone è infatti un pesce che nasce nei fiumi, scende fino al mare per poi risalirli nuovamente in un lungo e faticoso percorso controcorrente, per andare a deporre le uova. Un viaggio che per la maggior parte di loro termina con la morte; solo i più forti resistono, anche se non riescono a compiere più di due o tre ‘risalite’ nella loro vita. Al traduttore, ovviamente, si augura di compiere più di due o tre ‘risalite’, ma una cosa è certa: la traduzione è sfida, è fatica, è umiltà, è pudore, ed è rispetto. Il traduttore ha un compito enorme: quello di tenere in vita dei testi, o riportarli alla vita, come un negromante o novello Orfeo, rispettandone l’alterità per la cultura che li vorrebbe o dovrebbe conoscere, di rendere familiare a chi legge ciò che dovrebbe mantenere la propria specifica estraneità. Deve restituire, come in uno specchio forse deformante, certo manipolatorio, mai neutro, un’immagine che sia il più possibile completa di un Uno che vive anche nella sua prima cultura come pluralità.

È un compito difficilissimo, paradossale, utopico, come diceva Ortega y Gasset: il traduttore “parte sempre verso il fallimento, e prima di entrare nella lotta porta già la tempia ferita”. E inoltre ogni traduzione è provvisoria, così come sono provvisorie le vite degli autori e dei traduttori. Tenere o riportare in vita un dialogo, una conversazione con un altro che altrimenti sarebbe in-comprensibile e in-afferrabile, e quindi perso nella polvere dei secoli, è il compito primo del traduttore, è il suo solo modo, umile e pudico, di “ridere al giorno”. Di essere, come dice Montale nella sua commovente poesia L’anguilla (anch’essa nota per la sua ostinazione biologica e per la grande avventura vitale che lo conduce dai mari nordici fino alle montagne europee e da queste lo riporta ai mari), “freccia d’Amore in terra / che solo i nostri botri o i disseccati / ruscelli pirenaici riconducono / a paradisi di fecondazione” e, qualche verso dopo, “l’anima verde che cerca / vita là dove solo / morde l’arsura e la desolazione, / la scintilla che dice / tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi”.

Giuseppe Grisoni, Ratto di Proserpina (1732, Uffizi)

Giuseppe Grisoni, Ratto di Proserpina (1732, Uffizi)

Da Jane Eyre e dal premio Babel sono passati più di due anni, e ci sono stati tanti altri libri. Libri letti e libri tradotti. Tempo fa mi chiesero come fosse nata la mia passione per le letterature classiche e per la traduzione. Per rispondere a queste domanda sono tornata indietro nel tempo, al libro da cui tutto ebbe inizio. Non il primo libro che lessi, ma quello che forse mi cambiò la vita. In terza elementare vinsi una gara di lettura e la maestra mi regalò, come premio, Proserpina e Plutone della Editrice Piccoli, collana “Miti e Leggende”, la storia del ratto di Proserpina da parte del dio dell’Ade, Plutone. Ricordo ancora la copertina, molto beardsleyana: una bellissima Proserpina in riva al mare, con la veste cerulea e i lunghi capelli d’oro increspati dal vento, che stringe al petto una festa di fiori d’ogni colore.

Tradurre è tentare l’impresa: riattraversare l’Acheronte, tornare dall’altra parte, rappresenta il paradosso della traduzione, che “è quella cosa impossibile che si può fare”, come dice Riccardo Duranti.

Forse è nata lì la mia passione. Dalla primavera e dall’estate rubate da Plutone, dalla terra che muore nelle lacrime di Cerere, da quel grido disperato di madre: “Proserpina, torna a casa, torna da tua madre!”. Tornare dall’Ade si può, questo l’avrei scoperto solo tanto tempo dopo, grazie alla traduzione. Tornare a “ridere al giorno”, tornare, per un istante, a un tempo, anzi “all’inizio dei tempi”, in cui sulla terra splendeva sempre il sole e faceva sempre caldo, i prati erano perennemente coperti di fiori e nei campi crescevano frutti, verdure e frumento tutto l’anno. Prima che Proserpina fosse rapita da Plutone, prima che Cerere, disperata per la perdita della figlia, lasciasse avvizzire i fiori e smettesse di seminare la terra, prima che Proserpina mangiasse i sei chicchi di melograno che la costringeranno a restare per sei mesi l’anno nel regno dei morti. A un tempo in cui non si moriva mai. E non si traduceva neppure.

Dopo Jane Eyre, ho continuato a tradurre quasi esclusivamente “classici”, soprattutto di lingua inglese ma anche dal greco, con mia grande gioia. La mia esperienza con i contemporanei è più limitata. Di scrittori viventi ho tradotto solo una raccolta di interviste immaginarie a icone del passato, Interviste con il morto (i morti non mancano neanche qui!), e William Finnegan, premio Pulitzer per Giorni Selvaggi. Per il resto ho lavorato solo su autori morti e stra-morti. La meno morta, Josephine Johnson, è passata a miglior vita appena una cinquantina di anni fa. Con i morti, si sa, non si può parlare. O meglio, parlare ci si può anche parlare, ma non scrivendogli una mail o facendogli una telefonata per chiarire eventuali dubbi. Tradurre classici fa della traduzione una specie di negromanzia. L’altra sponda rispetto a quella dove ci troviamo noi è quella dell’Acheronte e per parlare con le anime vagolanti dell’Ade dobbiamo affidarci al traghettatore Caronte e poi tentare l’impresa impossibile: riattraversare il fiume, tornare dall’altra parte. L’”inremeabilis unda” (Eneide, libro VI, v. 425), il fiume “senza ritorno” (trad. Serpieri), o “l’irripetibile onda” (trad. Carena) dell’Acheronte rappresenta il paradosso della traduzione, che “è quella cosa impossibile che si può fare”, come dice Riccardo Duranti. Insomma, tornare si può. Malconci, ma si può. Con la tempia ferita, ma si può.

Stella Sacchini

Posted by Stella Sacchini