Quando un album estremamente pop va male, le popstar estremamente pop di solito pensano che l’antidoto per recuperare il successo sia quello di spogliarsi di tutto ciò che le rendeva estremamente pop. Lady Gaga, dopo quell’incomprensibile artificio che era ARTPOP (2013), l’ha fatto con Joanne: non solo ha semplificato l’immaginario di copertina, abiti, esibizioni promozionali, ma ha anche scarnificato le sue canzoni da tutta la ciccia camp. Un’operazione che aveva già accennato negli anni scorsi, dopo un cambio di management molto chiacchierato e una sapiente operazione di career washing portata avanti grazie alla collaborazione con Tony Bennett in Cheek to Cheek, battendo l’infallibile strada degli standard jazz.

Da disco diva a erede di Blossom Dearie fino a cowgirl, il passo è breve. La soluzione è stata recuperare le radici profondamente americane della sua voce e della sua musica (e in qualche modo anche il background familiare, visto che Joanne è il nome di una zia che ha segnato molto la sua formazione, oltre che uno dei suoi tanti secondi nomi), puntando tutto sulla potenza delle sue corde vocali e su suoni molto tradizionali, quasi country, a volte soul, a volte grunge. Perché il risultato non fosse eccessivamente conservatore, la cantante si è affidata alle abili mani (un po’ sornione) di Mark Ronson, che ha scritto con lei quasi tutto l’album (scartate, invece, le collaborazioni annunciate nel corso dei mesi scorsi, come quelle con Elton John, Giorgio Moroder e Nile Rodgers, che avrebbero probabilmente spinto il tutto verso una non coerente virata dance-elettronica).

Le prove più convincenti sono comunque quelle in cui la produzione upbeat si fa più evidente, come in “John Wayne”, il singolo di lancio “Perfect Illusion” e “Sinner’s Prayer”, anche se pezzi più scabri come la title track “Joanne” e “Million Reasons” rimangono in linea con altre ballad della sua carriera (ad esempio “Dope” dell’album precedente). Ma la perla della tracklist si nasconde quasi alla fine, in “Hey Girl”, il duetto con Florence Welsh che è l’unico respiro vagamente classic dance di tutta l’opera (l’altra collaborazione eccellente, quella con Beck, ha sfornato invece l’ipnotica e quasi reggae “Dancin’ in Circle”).

Avendo intuito l’intenzione di Lady Gaga di sbarazzarsi di tutto il suo baraccone pop, temevamo di peggio: Joanne è un album coerente e prudente, ben prodotto e ben cantato, in cui i testi vanno un po’ più in profondità rispetto ai precedenti tentativi della cantante ma solo quando si parla, ancora una volta, di delusioni d’amore. Poteva essere peggio, appunto, ma l’effetto è comunque disorientante: come inserirlo nel catalogo di una cantante che ha fatto della sua irriverenza pop e del baraccone elettronico il suo tratto distintivo? Qui Gaga quasi non si riconosce, se non per la sua voce che finalmente ha il primo piano che meritava. Eppure le popstar estremamente pop, alla fine, rimarranno sempre popstar estremamente pop.

Posted by Paolo Armelli