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Luke Cage, la terza serie nata dalla collaborazione fra Marvel e Netflix basata sui personaggi che nel 2017 si riuniranno nei Defenders, ha debuttato sulla piattaforma di streaming lo scorso 30 settembre. Nato negli anni ’70 come il primo supereroe afroamericano ad avere un proprio fumetto (ma inizialmente caratterizzato in modo stereotipico anche a causa del successo dei film di blaxploitation), Cage, interpretato da Mike Colter, torna, dopo una parentesi nella serie di Jessica Jones, in un prodotto tutto suo, incarnando la quintessenza dell’identità afroamericana in una storia piena di riferimenti all’attualità.

Completata la sua visione, la serie appare lungi dall’essere perfetta: la trama è spesso sbrodolata e ridondante; i dialoghi a volte solo allungati e ripetitivi, spesso didascalici e molto “scritti”, tanto da sembrare riempitivi; i climax sono distribuiti in modo bizzarro (lo scontro con il super villain nell’ultimo episodio si esaurisce nei primi 20 minuti); la struttura a 13 episodi (troppi per la storia raccontata) soffre anche di un effetto déjà-vu rispetto agli altri prodotti Netflix correlati, forse più ricchi di possibilità narrative, come Daredevil e, appunto, Jessica Jones.

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Eppure sembra anche una delle produzioni Marvel più potenti di sempre, soprattutto perché si cala all’ennesima potenza in una realtà che di fumettistico e immaginario ha poco, invece ha tutto della più stretta e tragica attualità. Luke Cage, il suo personaggio, la sua indistruttibilità, la sua innocenza di fronte a meccanismi corrotti, sono la metafora della fragilità della blackness nell’epoca di Black Lives Matter. I poliziotti non posso nulla contro la pelle infrangibile dell’eroe, eppure vessano in una spietata caccia alle streghe gli altri abitanti di Harlem, i quali sono al contempo vittime e carnefici di un mondo che non sa rinunciare agli espedienti e alla violenza.

Harlem stessa diviene un personaggio a sé, con i suoi contrasti sempre in bilico fra corruzione e redenzione. E anche se la storia diviene un moto di orgoglio che vuole difendere la dignità e la fragilità degli afroamericani, non c’è molto di apologetico: le due figure femminili principali, ad esempio, sono incastrate nella loro volontà di portare ordine e giustizia nel sistema pur ricorrendo a mezzi che a quel sistema, sia esso della polizia (Missy Knight) o della politica (Mariah Dillard), sono esterni e sovversivi.

E mentre solo una delle due riuscirà a non cedere totalmente al lato oscuro, nemmeno per l’altra e per tutti i personaggi i risultati non saranno completamente edificanti. “Per andare avanti ogni tanto bisogna tornare indietro“, deve ammettere Cage durante l’epilogo di questa stagione. Il potere, la politica, la vendetta, la riappacificazione col passato, l’eroismo inteso come salvezza degli innocenti ma anche rottura di regole: nessun tema fondamentale della serie si risolve in modo scontatamente positivo. Lo stesso Luke Cage è intrappolato, e solo alla fine redento, nella condizione di dover essere un supereroe (ma anche un vigilante) e al contempo un esempio, una speranza per la sua comunità.

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Luke Cage è un’immersione nella cultura nera, dalla colonna sonora allo slang, ed è una dimostrazione di bravura sconfinata dei suoi attori (prima fra tutti Alfre Woodard, raffinatissima ed espressiva nella sua sconfinata ambiguità, ma anche lo spietato Mahershala Ali nei panni di Cottonmouth). Per un pubblico non americano (né, soprattutto, afroamericano), tutto diventa un insieme di simbologie suggestive e solo talvolta controverse (certe sfumature, poi, si perdono soprattutto in traduzione, come ad esempio i discorsi di accettazione o di repulsione che i personaggi fanno su alcune parole come nigga o bitch). Diverso deve essere l’effetto sul pubblico statunitense: in un momento in cui la convivenza con gli afroamericani è appesa al filo di violenze gratuite e di proteste che finiscono per degenerare, Luke Cage è un momento di riflessione su ciò che significa appartenere a un luogo, una comunità, una cultura così identificata e al contempo così sfaccettata. E qui l’orgoglio spesso si mescola alla rassegnazione, ma anche all’indignazione.

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Di questi tempi, vedere un eroe nero che veste il tipico hoodie ma è immune dalle pallottole di poliziotti e gangster è un’immagine potentissima. Eppure anche quell’eroe ha i suoi peccati da espiare, le sue scelte anti-sistemiche da scontare, il suo nome da difendere. Come se nessuno fosse completamente libero di essere innocente. Nonostante una resa narrativa non eccezionale e la prospettiva che nella serie corale le sue connotazioni civili si edulcoreranno necessariamente, Luke Cage rimane una serie necessaria per riflettere su quanto spesso una potenza ostentata, negli equilibri sociali come in ogni ambito, nasconde un’irrimediabile fragilità.

Posted by Paolo Armelli