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Tina di Alessio Torino, pubblicato da minimum fax, è un romanzo immerso nella bellezza irresistibilmente pericolosa di Pantelleria, battuto dai suoi stessi venti pieni di vita e frustrazione. Tina è una piccola protagonista straordinaria, uno scoglio resistente nonostante sia roso da adulti le cui fragilità di fronte alle relazioni bruciano come meduse impazzite. La sua resistenza stolida e piena di disincanto sono un baluardo potente ai soprusi di un’immaginazione che si sgretola crescendo. Alla ricerca di un’identità che in pochi riescono a riconoscere nella sua piena esattezza. Per un’estate che sa di sole, di sale e di sangue.

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L’amore è eterno finché non risponde di Ester Viola sta a metà fra un romanzo di (de)formazione amorosa e il teatro dell’assurdo ai tempi dei social, dove ai dialoghi si sostituiscono le chat di Facebook. Il tutto incentrato su ostinazioni, fantasie e ossessioni sentimentali della divorzista napoletana Olivia Marni. Tutti i personaggi che la circondano (e in parte lei stessa) sono troppo benestanti, scostanti e disinteressati per avere una parvenza matura d’intelligenza emotiva: proprio a partire dalle loro esperienze Viola cesella frasi incontrovertibili sull’amore e sull’umanità 2.0, a colpi di incisiva saggezza da Twitter e citazioni da gossip e film hollywoodiani. Per un’estate che non si vorrebbe mollare mai.

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Le cose che restano di Jenny Offill, edito da NNeditore, è la meravigliosa avventura di uno scontro che è anche un amore, una giostra che sorprende ma anche atterrisce senza sosta (nella mirabolante e perigliosa traduzione di Gioia Guerzoni. Che unisce e divide al contempo padre e madre, fantasia e scienza, suggestione e precisione, infanzia ostinata e crescita inevitabile. In mezzo Grace, una bambina tutta occhi sgranati in una famiglia e in una realtà che la sballottano eppure l’affascinano. Perché diventare grande significa affrontare i propri mostri, attraversare i propri laghi ma anche conservare i propri fantasmi, accarezzarli come si accarezza la propria anima. Per un’estate in cui spiccare il volo come uccelli tremendi e leggendari. 

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Harry Potter and the Cursed Child è l’ottavo capitolo della saga, atteso per anni (l’edizione italiana, Harry Potter e la maledizione dell’erede, uscirà per Salani editore il 24 settembre) e che però torna in forma di spettacolo teatrale, quello in scena in questi mesi a Londra. I personaggi sono quelli di sempre, ma ritrovati 19 anni dopo, ancora fragili e inseguiti da fantasmi passati, eppure sempre eroici e anche attorniati da una nuova generazione di nuovi maghi, i loro figli. Non c’è nulla da fare: si inizia a leggere con tante perplessità, magari considerando quei capitoli come chiusi; e invece in quelle pagine si viene nuovamente rapiti, macinandole una dopo l’altra mentre le vicende del mondo dei maghi si perdono nelle pieghe del tempo. Forse la forma teatrale non è quella a cui siamo più abituati, ma gli effetti e i colpi di scena sono quelli dei migliori romanzi di J.K. Rowling, senza averne, inevitabilmente, la compiutezza e l’infinito intreccio. Per un’estate in cui sospendere per poco il disincanto. (Su Wired ne ho scritto più approfonditamente)

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Il mio nome è Shylock di Howard Jackobson è una rilettura contemporanea de Il mercante di Venezia, nell’ambito della collana di Hogarth Press di riscritture shakespiriane d’autore pubblicate in esclusiva in Italia da Rizzoli Libri per i 400 anni della morte del Bardo. Il gioco di patti violati, promesse mancante, amori clandestini e terribili vendette è riproposta oggi nel mondo opulento e idiosincratico dei quartieri ebraici di Londra. Proprio il tema dell’ebraismo diventa un filo conduttore fondamentale e ossessivo, in particolare su quella ferita distintiva fra ebrei e gentili che si pratica con la circoncisione. Un romanzo erudito, dialogico, di un’ironia aspra e rabbiosa, a volte poco nitido per chi non è familiare con queste tematiche. Ma avvincente e in qualche modo intrigante, anche se Shakespeare rimane un pallido pretesto. Per un’estate che vale una libbra di carne.

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Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax) è qualcosa di più di un romanzo. È un universo, quello così intrecciato e pastoso e sanguigno di un paese della profonda provincia toscana, Corsignano, ricco di quelle vicende minime eppure così grandi che sono le vite di tutti: dei fedifraghi, dei cacciatori, degli orfani, dei pazzi, dei genî. Vite così fragili, imperfette, manchevoli e al contempo totali, illuminanti. Ma è anche un ambizioso (e a tratti difficile nel suo stesso stile stratificato e wallaciano) trattato di linguistica, di linguistica del significato universale e particolare di un cinghiale che, osservando quelle stesse vite, cerca di costruirsi una grammatica di senso delle cose, di senso della vita, del dolore, della meraviglia. Per un’estate che vuole trovare i nomi alle cose.

Posted by Paolo Armelli