Al Salone del Libro di Torino ho incontrato Luca Poldelmengo, autore de I pregiudizi di Dio (edizioni e/o), una storia ambientata nella valle dell’Aniene che vuole essere non solo il racconto di una vicenda criminale (un uomo denuncia la scomparsa della moglie salvo poi essere il primo sospettato), ma anche uno spunto di riflessione sul gioco delle parti che caratterizza la nostra visione della realtà. L’eterna antitesi, ma così labile come oggi, fra poliziotto e colpevole, fra buono e cattivo, fra bene e male, è ben esemplificata in una frase del romanzo: “Il bene e il male sono solo i pregiudizi di Dio“. Qui l’autore ci spiega meglio il suo punto di vista.

cover_9788866327240_1612_601Com’è nato questo libro? Pare molto diverso dal precedente Nel posto sbagliato.

I pregiudizi di Dio è, spero, il primo di una lunga serie di romanzi, anche se prende uno dei protagonisti, l’ispettore Marco Alfieri, e tutta la sua sottotrama da una storia che avevo scritto in precedenza, L’uomo nero uscito per Piemme. Diciamo che è un primo numero ma anche uno spin-off, ma in realtà chi legge questo libro non se ne rende conto. E se vogliamo è più vicino questo ultimo romanzo a quello che ho scritto in precedenza, era Nel posto sbagliato a essere un po’ l’eccezione.

Là c’era una società distopica quasi fantascientifica, qui si sentono invece gli echi molto reali di tante storie di cronaca che sentiamo ogni giorno.

L’ispirazione, almeno all’inizio, è venuta in effetti dal caso Parolisi. Mi aveva colpito come questo padre di famiglia fosse da subito messo sotto l’occhio dei media, prima come vittima e immediatamente dopo come mostro. Questa è stata la scintilla. La cosa è rimasta nel romanzo, anche se poi ho sentito l’esigenza di metterci attorno molte altre cose.

Oltre alla storia criminale in sé, ti sei interessato molto all’aspetto etico della vicenda.

Nel libro sentivo la necessità di mostrare attraverso gli occhi dei personaggi come sia possibile distinguere il bene e il male nelle persone. I tre investigatori, infatti, guardano gli stessi elementi oggettivi del caso e poi danno ciascuno dà la propria risposta, spesso non avendo il giusto distacco deontologico. Quando ci si sposta da un piano puramente giuridico a uno più etico, la concezione di ciò che è giusto e sbagliato si allarga, perché è quella che ha ognuno di noi.

Non si corre il rischio di instillare il dubbio sull’integrità di chi investiga?

Nelle classiche storie di detection capita che le vicende personali di chi indaga vengono distorte dal male che incontrano, a me interessava il contrario: porre cioè l’accento sul fatto che dietro alla divisa – che può essere quella di un poliziotto ma anche di un chirurgo ecc. – c’è sempre un essere umano che vive una sua vita e non sempre riesce a separarla da ciò che fa sul lavoro. Ho voluto cercare proprio questo: evitare di dire al lettore “quello è il fulcro del bene, quello è il fulcro del male”. Mi metto perfino nelle scarpe scomode di un personaggio così ambiguo come il marito, Giulio Begucci, perché alla fine anche chi fa le cose più abbiette pensa di avere le sue ragioni per farlo, e anche se sono le più sgradevoli io cerco di raccontarle. Non mi interessa giudicare, mi interessa raccontare.

Inedito sembra anche il rapporto che lega i due investigatori al centro della storia, il commissario Valente e l’ispettore Alfieri: sono davvero così incompatibili?

Diversamente da tante coppie di investigatore-braccio destro qui c’è un sentimento di ostilità quasi immediato, uno degli elementi che tra l’altro ci porta a vedere la storia da punti di vista differenti. E nonostante ciò, pur rimanendo due uomini molto diversi, poi arriveranno a capire che nella loro diversità hanno parecchi punti in comune, soprattutto la vita gli ha messi di fronte a situazioni molti simili.

linea di demarcazione fra ciò che è pubblico e ciò che è privato, anche dal cannibalismo mediatico che racconti nel libro.

È vero che quel tipo di giornalismo così morbosamente attratto dalla cronaca nera non è edificante, ma io ribalterei anche il discorso: se c’è quel tipo di prodotto vuol dire che c’è un pubblico. Tutto il marcio che si vede è anche in chi continuamente richiede la visione della sofferenza, il piacere del dettaglio macabro…

Però non è un interesse innato, questo, che si traduce anche nella passione per i gialli e i libri di questo genere?

Certo, però la spettacolarizzazione del dolore è una cosa insopportabile. Anche nel romanzo quando è vittima c’è chi cerca di puntargli un faro addosso per vederlo piangere. Quelle sono le cose che mi fanno cambiare canale. Una tale spettacolarizzazione del dolore tale che, in seguito a certi fatti di cronaca, che certi familiari delle vittime si danno più o meno coscientemente in pasto ai media.

Per il romanzo hai scelto un’ambientazione un po’ laterale rispetto alla centralità di Roma, che sappiamo oggi molti problemi. È stata una scelta voluta?

È stata voluta nel senso che, come al solito, mi serviva un territorio che conoscessi bene, ho bisogno di conoscere sempre il teatro dell’azione, anche perché sono molto visivo quando scrivo. Mia mamma è di Mandela e quindi per me è un po’ un luogo dell’anima, e poi desideravo un luogo che fosse, per i protagonisti che vivono una fase molto delicata della loro vita, una specie di luogo d’esilio. Sono dei luoghi anche un po’ brutti, una specie di correlativo oggettivo della situazione in cui erano.

Questo è un libro “di genere”, per usare un’etichetta, però ha anche uno spessore etico come dicevamo. Volevi trasmettere qualcosa in più?

Messaggi da dare non ne ho, proprio per questo non giudico nessuno. Sono solo contento se i lettori si faranno qualche domanda in più, cioè se il romanzo invece di dar loro qualche certezza gliel’avrà tolta. E oltre a ciò, ovviamente, se gli staranno appiccicati addosso i personaggi, allora avrò raggiunto il mio scopo.

Posted by Paolo Armelli