Secondo quanto riportato dal Financial Times, ripreso poi da altre testate, il modello di informazione messo in campo da Buzzfeed, da molti in questi anni considerato vincente soprattutto nell’affrontare l’innovazione digitale dell’informazione, sta entrando in crisi: pare infatti che il sito americano nel 2015 abbia mancato i suoi obiettivi di guadagno del 32% (170 milioni di dollari invece di 250 milioni) e sia stato costretto a rivedere anche le previsioni per il 2016, da 500 a 250 milioni di dollari.

Buzzfeed è una media company americana nata nel 2006 e presto affermatasi come un modello di informazione online macina-click che copre un’infinità di argomenti (dalla politica alla cucina, dal gossip alla critica cinematografica) e i cui contenuti sono espressamente pensati per essere facili da fruire e da condividere sui social network (le breaking news, le gif animate, i quiz, i cosidetti listcles ovvero le liste delle 10-20-50 cose più chiacchierate del momento…). Dal 2011, con l’arrivo alla direzione di Ben Smith dal più serio Politico, si è cercato di promuovere contenuti di attualità e inchiesta di più ampio respiro, come nel recente reportage sulle rivelazioni degli scandali del tennis realizzato in collaborazione con la BBC.

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Il modello di business di Buzzfeed, in ogni caso, si basa sull’enorme quantità di visitatori che transitano per le sue pagine (il mese scorso ha totalizzato 181 milioni di visitatori unici in tutto il mondo). Essendo privo di pubblicità, l’unica fonte di guadagno è la produzione di contenuti a pagamento per le aziende o la promozione di contenuti nativi di altri siti, a cui si dà grande visibilità visti i numeri stratosferici dei visitatori. Eppure questo modello pare ora in crisi, anche se i rappresentanti di Buzzfeed si sono dimostrati ottimisti con il Financial Times: “Siamo molto fiduciosi sulla direzione in cui sta andando il mondo del contenuto digitale e pensiamo di essere ben posizionati“.

È ancora molto presto per dire con certezza se siamo davvero di fronte a una crisi di un certo modello di informazione online basato tutto su condivisioni social e numero di click. Eppure la situazione che sta attraversando il web, soprattutto negli Stati Uniti, non sembra delle più rosee. Un recente articolo di Variety indica che il pubblico di Vice, un altro colosso nativo digitale più virato su arte e temi controcorrente, ha subito a marzo una flessione del 17,9% rispetto al mese precedente e la situazione appare ancor più drammatica dopo le critiche emerse sulla pratica non molto trasparente di gonfiare i dati aggregando le visite generate da altri siti satellite. In generale, dall’inizio dell’anno altre realtà digitali come HuffPost Live, Mashable e appunto Buzzfeed hanno portato avanti significativi tagli del personale.

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Segnali di difficoltà forse non definitiva, ma che possono stimolare a cercare alternative ai modelli di informazione online finora ritenuti inossidabili. Ad esempio in Italia ci stanno pensando i ragazzi di Slow News: come dice il nome, un gruppo di professionisti dell’informazione che lavora per lo più online ha creato un progetto di slow journalism, sfruttando contenuti qualificati e mirati a un pubblico definito e interessato e inviandoli tramite newsletter, medium che sta vivendo un nuovo periodo d’oro. Perché, come spiegano nel supplemento Wolf, curato con DataMedia Hub: “Un click non vale niente. Non vale niente da quando i click si comprano. Non vale niente perché i click si gonfiano“; e ancora: “Oltre il titolo, c’è un articolo. Accalappiare i lettori a colpi di  è truffa, non giornalismo“. E la caratteristica “alternativa” è anche un’altra, oltre alla particolare cura dei pezzi: Slow News è un servizio in abbonamento, perché la qualità dell’informazione si paga. Un’abitudine che abbiamo perso ma che probabilmente vale la pena recuperare.

Posted by Paolo Armelli