Ieri, 17 marzo 2016, sono stato invitato a parlare a un corso di aggiornamento dell’Ordine dei Giornalisti organizzato da IDN Media Relations, dal titolo “E-book e auto-pubblicazione. Situazione attuale e prospettive“. Con me sono intervenute Rossella Canevari, scrittrice indipendente; Angela Di Luciano e Vicky Satlow, fondatrici di Vanda ePublishing, Chiara Beretta Mazzotta, blogger letteraria e Giulia Poli, responsabile Kindle Content di Amazon Italia. Di seguito una sintesi del mio intervento.

Ho scelto di intitolare questo mio intervento “E-mprimatur. Le necessità della pubblicazione fra ebook e self-publishing” facendo riferimento, con un gioco di parole, all’espressione latina “Nihil obstat quominus imprimatur“, con cui le autorità ecclesiastiche durante l’Inquisizione autorizzavano la stampa dei libri ritenuti consoni. In effetti la questione dell'”autorizzazione” a pubblicare, cioè sentirsi autorizzati o volersi sentire autorizzati in quanto autori, è centrale nel panorama editoriale di questi anni, modellato e rivoluzionato com’è, appunto, da ebook, strumenti digitali e autopubblicazione.

Iniziamo intanto a considere il contesto generale dell’editoria e della lettura nella situazione così peculiare che caratterizza il nostro Paese. In estrema sintesi, se la situazione non è catastrofica, poco ci manca, al netto dei timidi segnali di crescita che sono stati registrati negli ultimi mesi. Secondo l’Aie (Associazione Italiana degli Editori), che elabora dati dell’Istat, nel 2015 sono stati pubblicati 62.250 titoli. Si potrebbe dire un’enormità soprattutto se relazionati alle statistiche sulle abitudini di lettura dello stesso periodo: secondo l’Istat, solo il 42% degli Italiani sopra i 6 anni ha dichiarato di aver letto almeno un libro nell’anno passato, di cui un esiguo 13,7% si può definire lettore forte (cioè che ha letto almeno un libro al mese). C’è da dire che, rispetto al 2014, si sono recuperati 412mila lettori (+1,7%). Per quanto riguarda l’editoria digitale, sappiamo che l’8,2% dei lettori (circa 4,5 milioni di lettori) ha scaricato un ebook nel 2015, un lettorato che è in calo del -5,6% rispetto ai 12 mesi precedenti, anche se paradossalmente il mercato dei libri digitali cresce, probabilmente soprattutto grazie a un tendenziale aumento dei prezzi.

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Si vende meno, si legge meno, si scrive di più Potremmo dire, in sintesi: in Italia si vendono meno libri e in generale si legge di meno, anche per la concorrenza di innumerevoli fonti di conoscenza e intrattenimento (app, tv on demand ecc.) che vengono da quegli stessi strumenti digitali che, per alcuni, dovrebbero promuovere o facilitare la lettura: parliamo di smartphone e tablet, essenzialmente. Ancora una volta paradossalmente, però, in Italia ma anche nel mondo si scrive di più: un po’ perché proliferano post social, blog, mezzi di espressione collettiva, un po’ perché letteralmente scriviamo tendenzialmente libri più lunghi. Una ricerca del Guardian, che prende in considerazione i bestseller del New York Times degli ultimi 15 anni, ha calcolato che il numero di pagine per libro è cresciuto del 25%. E in più appunto, molti più scrittori amatoriali si sono trovati a pubblicare il loro libro in autonomia grazie ai mezzi messi a disposizione dal digitale.

L’ebook, infatti, ha messo in campo una rivoluzione in campo editoriale che basa i suoi vantaggi soprattutto sulla smaterializzazione del supporto fisico: eliminata la carta, i libri digitali hanno permesso un abbattimento dei costi di produzione e distribuzione; il drastico accorciamento delle tempistiche di invio, reperimento e aggiornamento (questo ultimo fattore con ricadute molto utile soprattutto su pubblicazioni scientifiche, saggistiche o giornalistiche); e infine l’interattività dei formati e della relazione coi lettori, divenuti immediati commentatori di ciò che leggono. Si può dire che siamo tornati ai tempi in cui Arthur Conan Doyle si vedeva costretto a far risorgere il detestato Sherlock Holmes a causa delle proteste furiose dei suoi lettori che allora giungevano via lettera, oggi via commento su Facebook.

Per fare un po’ di storia della diffusione degli ebook basta partire dal 1971, ovvero dalla nascita del Project Gutenberg, la prima iniziativa che legittimava il formato digitale del libro raccogliendo e rendendo disponibili a tutti le opere fuori diritti, perciò patrimonio dell’umanità. L’anno successivo The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy di Douglas Adams, menzionando un libro elettronico che nascondeva i segreti dell’universo, rendeva già cult una forma libro ammantata però ancora di mitologia. Bisognerà aspettare la fine degli anni Novanta per assistere a un exploit sia commerciale che letteraria: nel 1999 la grande casa editrice Simon&Schuster lancia l’iniziativa iBook, forse la prima a capire le potenzialità di questo nuovo mezzo, mentre nel 2000 il più grande degli scrittori popolari, Stephen King, pubblica il romanzo breve Riding the Bullet solo in digitale. Ma per il passo successivo bisogna attendere Amazon, il colosso della rete che nel 2007 lancerà Kindle e il Kindle Direct Publishing: la fruizione agevole degli ebook in ogni luogo si accompagna con la promessa che qualunque autore può diventare editore di sé stesso. In Italia, dove notoriamente ci sono più scrittori che lettori, ce ne accorgiamo quasi subito: nel 2008 il Gruppo Editoriale L’Espresso lancia ilmiolibro.it, iniziativa di autopubblicazione – sia digitale sia cartacea – che parte in sordina ma è oggi una realtà ben consolidata, emulata da altre operazioni simili.

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Dall’editoria tradizionale al self-publishing Il self-publishing, se ci pensiamo, interviene nel panorama editoriale contemporaneo sovvertendo uno dei principi che era stato alla base dell’industria editoriale, se vogliamo dalla metà dell’Ottocento ad oggi: per essere pubblicato devi passare per una casa editrice. Questo avveniva soprattutto per necessità materiali: solo un editore o uno stampatore – figure che all’alba dell’editoria moderna coincidevano – potevano avere i mezzi e le finanze per pubblicare (e in seguito anche promuovere) un libro. Ma c’era anche un concetto, ben radicato in particolar modo nella cultura italiana e ben esemplificato da un romanzo come Il pendolo di Foucault di Umberto Eco (e qui cito le considerazioni di Alessandro Gazoia in Come finisce il libro), che l’unico scrittore autorizzato a pubblicare fosse quello che passava attraverso le cure editoriali ma anche attraverso il prestigio di una casa editrice consolidata e tradizionale.

Quest’equivalenza con il self-publishing viene meno. Un po’ perché, come detto, gli ebook e gli strumenti digitali permetto di superare tutta una serie di costi prima inaffrontabili da un singolo autore. Per di più il fenomeno della cosiddetta vanity press, cioè la pubblicazione a pagamento solo per soddisfare l’ego dello scrittore di turno, è sopravvissuto ai vari anatemi e si è anzi perfino consolidato in un contesto sociale in cui siamo costantemente abituati ad offrirci pubblicamente attraverso i contenuti più vari (selfie, post su Facebook ecc.) Se a ciò aggiungete un clima di generale sfiducia nei confronti dell’establishment editoriale, dominato secondo molti da nepotismi, miopie, lungaggini ecc. viene naturale che si legittimi sempre più nel sentire comune la figura dell’autore fai-da-te.

I dati lo confermano, e qui cito un articolo molto circostanziato scritto da Giacomo Papi sul ilPost: oggi come oggi si calcola, secondo dati Nielsen, che il 14-18% del mercato librario USA sia caratterizzato da autopubblicazioni, l’85% delle quali transita attraverso gli strumenti o il mercato di Amazon. Anche in Italia il self-publishing va forte: StreetLib (già Narcissus.me), prima piattaforma di servizi editoriali online, ha facilitato 15mila titoli solo nel 2015, un dato sempre in notevole crescita rispetto agli anni precedenti. Ma il lato interessante del fenomeno è che una quantità tale di titoli self-published non è totalmente caotica, ma permette di individuare caratteristiche comuni: la maggioranza dei titoli autopubblicati, infatti, si concentra sulla cosiddetta letteratura di genere (rosa, sci-fi, fantasy, thriller), questo anche perché il lettore tipo di queste tipologie è più definito e, talvolta, più facile da attrarre o accontentare; inoltre c’è anche una costante economica, nel senso che la maggioranza di questi ebook (solo raramente passati alla stampa) costano poco – dai 0,99 ai 3,99 euro – e rendono molto all’autore (fino al 60% del prezzo di vendita).

E questa è una delle caratteristiche su cui con più insistenza si gioca l’opposizione fra l’editoria tradizionale e quella self-published. La prima, infatti, è generalmente basata su una selezione possiamo dire “dall’altro” di autori, titoli, generi e tematiche, selezionati attraverso un attento lavoro di scouting, editing e valutazione del mercato. I libri prodotti dalle case editrici godono poi della visibilità attraverso i canali aziendali e i contatti che le stesse case più consolidate hanno tradizionalmente sviluppato con i media. Tutto ciò perché sostanzialmente le case editrici sono aziende, spesso anche voluminose, che valutano di volta in volta la convenienza di una pubblicazione. L’autore in self-publishing, invece, queste considerazione non è necessario che le faccia: può pubblicare immediatamente e senza limitazioni (a meno di particolari limiti posti dal fornitore del servizio di autopubblicazione). Questo però comporta che debba poi anche autopromuoversi, cosa che viene resa più facile oggigiorno grazie ai social network. Inoltre, come detto prima, l’unico interesse economico che può avere il singolo autore è il non dover sottostare a contratti magari per lui svantaggiosi, accaparrandosi invece la maggior parte delle royalties, ossia tutto ciò che non se ne va in spese di produzione e di servizio.

Questione di barriere: quantità, qualità, temiRiformulando il discorso da un altro punto di vista potremmo dire che è una questione di barriere. Innanzitutto una barriera quantitativa, mi verrebbe da dire la più cruciale: sappiamo bene che il mercato è caratterizzato oggi da un’ipertrofia editoriale che alcuni definiscono allarmante; sono le stesse case editrici che pubblicano una congerie incontrollata di titoli, ma il loro è comunque un lavoro di filtro che l’autopubblicazione sorpassa, aggiungendo altrettanti titoli alla mole già esistente. Un’altra è la barriera qualitativa che ha a che fare con il valore culturale del prodotto editoriale: possiamo dirci sicuri (o dovremmo poterci dire sicuri) che un libro uscito dalla filiera di una casa editrice tradizionale è stato lavorato con tutti i criteri del caso e quindi corretto dal punto di vista linguistico, consono e coerente dal punto di vista contenutistico e accurato dal punto di vista informativo; nel caso del self-publishing, a meno che non ci siano aziende digitali che facciano da filtro, le garanzie sono quasi nulle e anzi molto spesso perfino l’editing è un passaggio che avviene successivamente alla pubblicazione, con l’aiuto dei commenti dei lettori. L’ultima barriera, quella ideologica, ribalta la bilancia: da una parte troviamo un tipo di editoria che già a monte detta l’agenda degli autori che è bene pubblicare, dei temi che è bene trattare, della fasce di mercato che è bene presidiare; il self-publishing libera da questo filtro, che spesso può essere restrittivo e normalizzante, aprendo la possibilità di espressione letteraria a qualsiasi modalità, coprendo magari generi (come la poesia) o temi (altrove considerati politicamente scorretti) che non hanno bisogno di alcuna legittimazione per essere mandati “in stampa”. Alcune nicchie, come quella dell’instant journalism o della divulgazione scientifica specializzata, godono con il self-publishing di una rinnovata possibilità espressiva.

Noi viviamo in questo determinato periodo storico e ci pare ovvio considerare, une effetti, il self-publishing come un fenomeno che caratterizza pienamente questa nostra era digitale. Volendo analizzare la storia dell’editoria con più ampie vedute, tuttavia, ci accorgiamo che l’autopubblicazione è un fenomeno piuttosto datato e storicamente ricorrente. Anzi, era una prassi piuttosto comune prima che l’editoria si modellasse come un’industria artigianalmente organizzata fra Settecento e Ottocento e massivamente organizzata dal Novecento in poi. Per fare esempi solo in epoca moderna, Lawrence Sterne pubblicò a proprie spese il Tristram Shandy nel 1756; Marcel Proust si vide rifiutare dalla Nouvelle Revue Française il primo capitolo della Recherche, Du coté de chez Swann, e se lo pubblicò nel 1913; l’opera massima del nostro Novecento modernista, lo Ulysses di Joyce, vide la luce solo perché, nel 1922, una ricca libraria americana trapiantata a Parigi, Sylvia Beach, prestò allo scrittore irlandese i soldi necessari.

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Questi sono comunque tutti casi piuttosto “elitari”, se così vogliamo definirli. Si deve appunto attendere il boom degli ebook, nei primi anni Dieci del 2000, per assistere a una massificazione più generale dei fenomeni di self-publishing. Fra 2011 e 2012 abbiamo l’assoluta apripista, E.L. James della saga delle Cinquanta sfumature: il suo caso, ovvero autori che hanno assumono enorme notorietà grazie al passaparola nel mondo dei self-published per poi essere pubblicati nel mondo da editori più tradizionali, è replicato in molti altri casi. Pensiamo a Hugh Howey e alla sua Trilogia del Silo, che ha interessato perfino Ridley Scott, o anche Andy Weir e il suo The Martian, divenuto un film candidato all’Oscar.

Il paradigma degli autori nati sul web e poi notati dalle case editrice più consolidate non è raro neanche in Italia: Anna Premoli, autrice di Ti prego lasciati odiare, messo online a sua insaputa dal marito, è divenuta l’autrice di punta di Newton Compton, così come Martin Rua, fattosi notare con il suo noir Le nove chiavi dell’antiquario. In un percorso simile, ma questa volta veicolato da Feltrinelli tramite un apposito concorso online (Io Scrittore), è quello di Ilaria Mavilla e il suo Miradar.

Tutti questi casi di self-publishing sono mediati, appunto, dalla pubblicazione di una casa editrice tradizionale che garantisce notorietà, promozione e consacrazione autoriale. Internet però è piena di titoli autopubblicati che difficilmente avranno la stessa fortuna. Parliamo di libri surreali, grotteschi o addirittura assurdi, come storie passionali fra donne e cavalli, amori fra fantasmi omosessuali, incesti gotico-pornografici o ancora storie hard pubblicate come instant book in base agli avvenimenti della campagna presidenziale americana. Ma questi sono gli aspetti più coloriti di un fenomeno che in realtà è più multisfaccettato che mai.

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Self-publishing e editoria tradizionale: sono antagonisti?Volendo tirare le file di una realtà così polimorfa non si può altro che riferirsi alla fluidità dello scenario editoriale attuale. Al di là di facili critiche, o di altrettanto facili entusiasmi, oggi come oggi come non possiamo considerare il self-publishing e l’editoria tradizionali come due antagonisti opposti e inconciliabili: perché, come abbiamo visto, per ora l’autopubblicazione è un interessante terreno di sperimentazione che, pur liberandosi di alcuni laccioli imposti dalla filiera consueta, guarda all’editoria pura come un punto di riferimento incrollabile; al tempo stesso è l’editoria pura che monitora il campo dei titoli self-published per fare scouting non solo di nuovi autori ma anche di tendenze di lettura e di pubblico. Restano ovviamente delle questioni aperte, che però riguardano la pubblicazione così come ogni ambito dell’informazione e della comunicazione digitale: resta infatti in qualche modo problematico l’accesso incontrollato alla pubblicazione, che in realtà è mediato in maniera sostanziale dai grandi colossi di Internet; fanno discutere poi le conseguenze sul sistema libro generale in relazione a un abbassamento degli standard linguistici, letterari e culturali; infine, la tensione fra self-publishing ed editoria di filiera rimette in gioco i dibattiti sui monopoli culturali che, al di là appunto di allarmismi o lassismi, possono venire sia dall’alto che dal passo, sia dal cartaceo che dal digitale, sia dalla grande azienda come dai tanti individui organizzati attraverso mezzi digitali.

Ma, infine, il tema ancora più centrale è il matching fra libri e lettori: se non si coltivano questi ultimi, i libri potranno essere pubblicati in qualsiasi maniera, ma non troveranno mai un pubblico, se non esiguo, a cui parlare.

Per approfondire

Posted by Paolo Armelli