È difficile trovare un modo convincente di consigliare certi libri brevi quanto sorprendenti. Anzi, basterebbe dire solo una cosa: leggeteli. È il caso del primo libro di Rita Indiana, scrittrice dominicana ma anche leader di una band di neo-merengue apprezzata anche dalla critica USA indipendente. I gatti non hanno nome, appena pubblicato in Italia da NN editore nella traduzione di Vittoria Martinetto, vede al centro un’adolescente che sfugge a parecchi canoni, soprattutto quelli della sua terra. Dall’inizio alla fine del romanzo la ragazza cercherà di trovare un nome alla gatta che vaga per la clinica veterinaria dello zio, in cui lei dà una mano. Senza nome è anche però la protagonista, sebbene il lettore entri nel profondo della sua identità così sfuggente e originale.

Abbandonata dai genitori in viaggio in Europa; affidata allo zio Fin, veterinario più interessato al buddismo che agli animali, e alla zia Clelia, un’architetto forsennatamente infelice; amica di Radames, un clandestino haitiano, e di Vita, studentessa italiana per cui inizierà a provare un affetto molto più complesso, la ragazza ci racconta il suo universo eccentrico e variopinto alternando una visione smaliziata della realtà e un’immaginazione mai troppo surreale, sempre un po’ controllata e sicuramente contemporanea, non ancestrale.

Io, che non sono quasi mai d’accordo con mia madre, sono molto d’accordo quando dice [che zia Clelia vuole solo] “rompere i coglioni all’umanità” e penso addirittura che Zia Clelia, quando va a dormire la sera, veda nella sua testa delle scritte al neon che dicono ROMPERE I COGLIONI ALL’UMANITÀ e sono convinta che le piacciano.

Contrariamente a quanto possano suggerire alcuni modelli letterari, gli elementi principe della letteratura sudamericana o più precisamente caraibica sono sublimati e in qualche modo sovvertiti dalla scrittura di Indiana. Ci sono la magia (la domestica taumaturga Armenia), le storie che si ripetono e si ricomincia frangono sempre diverse (nei racconti della nonna), le vite che s’intrecciano in parentesi quasi favolistiche (il capitolo in cui viene introdotto il più che familiare personaggio di Uriel). Eppure qui tutto è contaminato da uno stile che è controllatamente caustico e venato di agganci pop (Jim Morrison, le popstar latine, i film di Hollywood, perfino il nostro Jovanotti).

Mi chiese se andava tutto bene e io avrei voluto dirle che aveva un nipote che si chiama Uriel, che in clinica c’era un cane figlioccio della zia Clelia, che zio Fin era buddhista e che forse io ero gay, ma preferii non rovinarle il viaggio e le dissi che tutto andava a gonfie vele.

Non realismo magico, ma cinismo magico. Chi legge viene catapultato in un mondo che avverte all’inizio come familiare e che solo gradualmente si definisce nelle sue dimensioni di esotismo e distanza: solo procedendo nella lettura com attenzione ci si rende conto di trovarsi a Santo Domingo, all’inizio degli anni Novanta. La stessa voce narrante guida con compiaciuto distacco nelle proprie vicende familiari, ma saltando da un episodio all’altro, ricostruendo a volte tortuosamente tutti i pezzi di un puzzle disfunzionale eppure gradevole da osservare. In conclusione del romanzo, la traduttrice Martinetto (NN editore e il rarissimo è lodevole caso in cui la casa editrice strappa i traduttori dalla loro invisibilità per farli parlare dei libri che traducono) parla giustamente di “registro dello straniamento” caratterizzato da “immagini, similitudini e aggettivazioni così sorprendenti che poi, mentre uno traduce, si ferma e se le rigira in bocca come deliziose caramelle“.

Questo libro, in effetti, è una gustosissima sfida. Giocata soprattutto a livello di un linguaggio davvero suggestivo, raffinato, a volte espressionistico a volte illusionistico. La narratrice ci spinge a immedesimarci in lei eppure ci tiene sempre sospesi sul filo divertito di un racconto sempre inaspettato. Anche quelli che potremmo definire i temi centrali di questa storia – la definizione di sé in un contesto magnatico e problematico e l’accettazione di una diversità stratificata su più livelli – vengono assorbiti dall’unicità di una personalità che difficilmente avrete trovato così ricca in altre pagine. Alla fine non interesserà più dare un nome né alla gatta né alla ragazza. Vorrete però rimanere ancora con loro, sapere cosa ne sarà delle loro vite. Augurerete loro il meglio e farete il tifo.

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Posted by Paolo Armelli