In un lunghissimo pezzo apparso online ieri, il New Yorker racconta storia, retroscena e metodologia di TMZ, uno dei più famosi siti americani dedicati al gossip e agli scandali legati alle celebrità. Fu creato nel 2005 da una joint venture fra il portale statunitense AOL e una società di produzione televisiva, la Telepictures, appunto per mettere a frutto l’enorme catalogo di cronaca rosa, giudiziaria e gossip che tanto avvince il pubblico americano. Il brand viene dall’abbreviazione di Thirty-Mile Zone, una vecchia espressione dell’industria cinematografica che stava ad individuare la zona coperta a Los Angeles dagli stabilimenti cinematografici stessi.

In brevissimo tempo TMZ ha imposto una nuova modalità, si potrebbe dire senza scrupoli, di gestire le celebrity news, mescolando giornalismo investigativo e compravendita di scandali: si punta ad avere solo notizie in esclusiva, mai date da altri; gli scoop diventano virali attraverso video e foto su cui il marchio TMZ compare in modo estensivo e ben chiaro (una tecnica chiama “bugging“); tutti i titoli sono strillati, esagerati, spesso molto ironici. Dal primo video pubblicato nel novembre 2005 (Paris Hilton che lascia ubriaca un locale ma fa subito dopo un incidente sulla sua Bentley), fu chiaro l’obiettivo: macinare milioni di click con contenuti che più o meno moralmente suscitassero l’insaziabile appetito voyeuristico degli utenti.

Il fondatore del sito, Harvey Levin, anch’egli ormai divenuto un personaggio che suscita enorme attenzione mediatica (il suo aspetto palestrato e superabbronzato, a 63 anni, aiuta), era un giornalista giudiziario con il pallino delle celebrità: il primo caso a cui si appassionò morbosamente fu, nel 1994, la morte dell’ex moglie di O. J. Simpson e del suo amico Ronald Goldman. Da lì, nei suoi vari programmi televisivi nei canali locali californiani, l’attenzione fu sempre rivolta ai casi giudiziari che coinvolgevano persone famose. L’intento, soprattuto, era quello di smascherare i tentativi di veicolare notizie false o tendenziose per riabilitare le celebrità. La sua missione non era quella di far passare le star come persone cattive, ma come persone reali, che attraessero la sintonia del pubblico (e poi: “Ciò che amo del mio lavoro è creare e mantenere in vita le celebrità“). In molti lo considerano un profeta della verità, colui che ha squarciato il velo delle bugie hollywoodiane; altri lo considerano un arrivista senza scrupoli, rappresentate di un sistema d’informazione morboso e malato (Alec Baldwin, protagonista di uno scoop TMZ per un messaggio in segreteria in cui insultava la figlia, l’ha definito “una pustola purulenta nell’ano dei media americani“).

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Fra gli scoop messi a colpo da TMZ negli anni ci sono lo sfogo antisemita di Mel Gibson ubriaco nel 2006, le violenze subite da Rihanna da parte del suo ex Chris Brown nel 2009, la notizia prima di tutti della morte di Michael Jackson oltre alle telefonate al 911 partite dalla casa della star, il video dell’aggressione di Solange Knowles a Jay-Z, marito della sorella Beyoncé, dopo il Met Gala del 2014. In un modo o nell’altro la redazione del sito riesce a mettere mano a video amatoriali, foto segnaletiche, riprese di telecamere a circuito chiuso, sex tape privati, materiali secretati da polizia o tribunali, svariate informazioni private. Tutto ciò grazie anche a un’amplissima rete di tippers, persone dalle professioni più disparate (camerieri, impiegate in saloni di bellezza, autisti, hostess, facchini nei tribunali, e perfino poliziotti e giornalisti) che, in cambio di una somma di denaro spesso consistente, vende le soffiate ai reporter di TMZ, i quali però negano di pagare per accedere a notizie o materiali scottanti (alcune indiscrezioni però dicono che il video di Solange Knowles, ad esempio, fu pagato 250mila dollari). Nonostante tutto, dice il New Yorker, “TMZ assomiglia più a un’agenzia di intelligence che a un mezzo di informazione, avendo trasformato il suo territorio, Los Angeles, in una città di informatori“.

Ma non è tutto. In un sistema piuttosto controverso, TMZ ha contatti assidui con avvocati e agenti delle star, ufficiali giudiziari, divi dei reality show: il dubbio è che certi scoop vengano orchestrati (oppure volutamente tenuti sotto traccia) per via di accordi coi diretti interessati o con i loro rappresentanti. Quando nel 2009 la redazione riuscì a mettere le mani su un video in cui Justin Bieber, allora quindicenne, cambiava in senso razzista le parole di una sua canzone, la decisione fu quella di non pubblicarlo (“Non avete idea di quante storie che finiscono sulle nostre scrivanie non facciamo“, ha dichiarato Levine). Probabilmente si agì in quel modo in seguito a contatti fra Levine e il publicist di Bieber. Da quel momento, in ogni caso, la linea dura condotta dal sito nei confronti di Bieber si convertì in una serie di succose esclusive (da scene dietro le quinte a indiscrezioni sui regali che il cantante faceva all’allora fidanzata Selena Gomez), tutto sommato positive sia per la reputazione dell’artista che per i click generati dal sito. A dimostrazione che la filosofia di Levine era in qualche modo fondata: lavorare sul cortocircuito della rappresentazione dello star system per plasmarla a proprio vantaggio.

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Anche se la linea di demarcazione è sottilissima, Levine e i suoi collaboratori hanno sempre difeso la correttezza del loro approccio giornalistico: “Siamo sul pezzo dal 9 anni,” ha dichiarato il fondatore, “e abbiamo pubblicato per primi storie che sono finite poi in ogni telegiornale d’America“. Nel corso degli anni sono stati fatti dei tentativi per ottenere scoop su argomenti ritenuti più seri: nel 2012, ad esempio, TMZ ha pubblicato un video in cui quattro marine in Afghanistan urinavano sui cadaveri di alcuni ribelli, facendo partire un’indagine e un’azione disciplinare nei confronti dei militari; “potreste prendermi e portami in Afghanistan e userei gli stessi principi che uso con Britney Spears“, ha commentato sempre Levine. Sta di fatto, però, che certi tentativi di incorporare contenuti più tradizionali e pacati nel sito (anche assumendo giornalisti da testate come Variety) non hanno riscontrato il successo sperato e sono stati subito abbandonati. Quello che vogliono i visitatori sono i contenuti da tabloid, il resto è visto come alieno. Secondo un articolo di BuzzFeed del 2014, le visite al sito si attestavano a poco più di 27 milioni di visitatori (sebbene con una crescita non nell’ordine delle aspettative rispetto agli anni prima): nell’impero degli scandali qualche scricchiolio si avverte. La necessità di produrre in continuazione scoop inediti e che riescano anche a rivolgersi al target del sito (che include anche un pubblico non generalmente interessato al gossip, come i maschi bianchi) mette sotto sforzo lo stesso sistema produttivo del sito. Che però marcia ancora divorando click dopo click: se ci si pensa, una metafora più ampia di tutto il sistema informativo, americano come mondiale.

Posted by Paolo Armelli