Buona parte dei libri che recensisco mi vengono inviati gratuitamente dalle case editrici. E nemmeno da tutte, solo quelle che “conosco”, o con cui ho rapporti. Presumo accada così anche ai colleghi* che parlano di musica, film, per non parlare dello sfavillante mondo della moda. La prassi delle gratuità e dei regali ai giornalisti è piuttosto diffusa, in varie forme (regali, inviti, sconti, cene ecc.) e anche in varie distorsioni. In realtà è una prassi anche utile e comoda: nel mio caso permette agli editori di inviarmi e segnalarmi titoli che magari nelle librerie non ci sono ancora, e quindi di creare anteprime o anticipazioni. In altri casi è un modo per mettere chi scrive nella possibilità di accedere al contenuto di cui si vuol far parlare senza limitazioni (di costo, di luogo ecc.). Sempre per parlare di me – ma non credo sia cosa rara, soprattutto in questi tempi di ristrettezze – gli uffici stampa delle case editrici mi mandano i titoli quasi sempre solo se sanno che possono interessarmi o che sono in linea con le testate su cui scrivo (che è poi il mestiere dell’ufficio stampa: intercettare gli interessi e le inclinazioni dei giornalisti per facilitare il reciproco lavoro).

Da lì poi scattano i quesiti che sfociano dal pratico al morale: se un editore mi regala un libro sono costretto a parlarne? Ma soprattutto: sono costretto a parlarne bene? Tutto questo dipende ancora una volta dalla propria posizione (se il direttore del Corriere o l’ultimo dei freelance), dal proprio rapporto personale con gli addetti stampa e ancora dal proprio livello di coscienza rispetto ai temi della deontologia professionale. Come in tutte le cose ci sono eccessi opposti (chi parla di tutto per compiacere e chi parla solo degli amici), ma anche le buone mediazioni. Non so se la mediazione che applico io sia buona ma è la seguente: se mi segnali un libro ti dico se può interessarmi o meno, nel primo caso se me lo mandi e mi piace dopo aver letto ne parlo, altrimenti velo pietoso. Un metodo che mi sono imposto e che in realtà è sempre venuto naturale anche nei rapporti che ho stretto con gli uffici stampa con cui ho interagito finora (diciamo che finora me la sono potuta permettere questa mediazione, in futuro chissà; non nego che in passato – ma raramente – da primissimo esordiente, mi è capitato di turarmi il naso in nome della tanto sbandierata visibilità).

Il tema della sovrapposizione fra metodi di promozione e ricadute di informazione è tornato “scottante” in questi giorni perché Laura Pausini, per lanciare il suo ultimo disco, Simili, ha messo in piedi un’iniziativa piuttosto originale, per non dire altro: ha invitato – si presume completamente a spese proprie – 8 giornalisti italiani a Miami (dove è “bloccata” dalle registrazioni di un talent) in modo che potessero ascoltare in anteprima il disco, organizzando lo stesso giorno a Milano una conferenza stampa via Skype con gli altri “esclusi” (parecchio scalpore ha fatto, ad esempio, l’esclusione di alcuni grandi nomi del giornalismo musicale rispetto ad altri: ma questo dice anche di molti giornalisti per cui certi favori hanno l’aria di “diritti acquisiti e inalienabili”). Anche chi non è avezzo a queste dinamiche può risultare evidente la stranezza di questa modalità, che non è di per sé deprecabile (tutto sta nella risposta alla domanda: tutti e 8 quei giornalisti-invitati di lusso scriveranno bene del disco?) ma mostra in tutta la sua evidenza questo nervo scoperto di quegli incentivi che potrebbero potenzialmente minare l’imparzialità giornalistica. La cantante comunque liquida senza mezzi termini la polemica: “Io faccio la cantante, mi piacerebbe che la vera notizia vera fosse relativa alla musica (…). Ora faccio io polemica: non rispondo alle polemiche perché mi sono rotta il cazzo. I bambini stanno all’asilo… Non se ne può più“. (Nota a margine: parlare delle polemiche sulla conferenza stampa del nuovo disco di Laura Pausini è comunque un modo per veicolare la notizia che esiste un nuovo disco di Laura Pasini. WIN-WIN!)

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(Foto da Soundsblog)

Questo è solo un caso eclatante, uno dei tanti, ma anche una punta dell’iceberg ben evidente di una problematica ben più diffusa.  Eclatante per due ordini di ragione. Una riguarda, dall’interno, la professione stessa del giornalista e le idiosincrasie che sta attraversando in questo periodo storico. Una persona presente al collegamento con Pausini da Milano mi scrive: “Sembra il de profundis della professione giornalistica: da un lato una elite che sembra spassarsela allegramente a spese dell’etica e della deontologia, dall’altro un esercito di ragazzi reporter all’arrembaggio con su scritto in fronte “iolavorogratis”.” A parte qualche eccezione, infatti, alla conferenza stampa italiana sono state invitate le testate medie o piccole che spesso si avvalgono di manovalanza giovane e mal pagata (perché i giornalisti professionisti e di più lungo corso sono o un costo da eliminare al più presto o una risorsa che invece si spende nella “connivenza” con brand e uffici marketing). Presumo che per ogni giovane giornalista musicale essere invitati alla conferenza della Pausini, anche se via satellite, sia stata un’occasione da non perdere – quasi di soddisfazione – anche a costo di subire un trattamento di serie B (serie B che è anche giusto sopportare: si chiama gavetta).

L’altra ragione per cui questa benedetta conferenza stampa è significativa di qualcosa d’altro attiene, invece, al rapporto di fiducia che intercorre (o dovrebbe intercorrere) fra il giornalista e il suo lettore. Se mi scrivi bene di un disco (di un libro, di una sfilata ecc.) io lettore dovrei andare sul sicuro e fidarmi di te, pensando che quel disco (libro, sfilata ecc.) ti sia piaciuto in quanto tale e non perché hai avuto possibilità di conoscerlo a bordo piscina di un hotel in Florida. (Lasciamo qui solo in parentesi, per brevità e anche carità, tutto il discorso del branded journalism, ovvero del lavoro fatto da giornalisti professionisti per marchi che pagano le loro testate per produrre contenuti ibridi, a metà fra l’articolo e la pubblicità.) Al contrario, se uno viene a sapere che una casa discografica (editrice, di moda ecc.) ha trattato con favore il giornalista, poi dovrebbe aspettarsi un trattamento ancora più severo rispetto a quei prodotti. Invece molto spesso questi dubbi non sfiorano neanche i lettori (altra parentesi che lasciamo cadere: esistono ancora i lettori?) perché non sono neanche consci che certe cose possono accadere, che certi favori sono la prassi.

Non è quasi per nulla un discorso morale – tutti sbagliamo, tutti abbiamo simpatie e debolezze, a tutti piacciono i regali -, è più un discorso pratico e di metodo. Ci sono casi in cui la trasparenza giornalistica è fondamentale e viene già praticata: in questo articolo del Guardian che stronca Lana Del Rey si specifica che l’incontro fra giornalista e cantante è stato sovvenzionato dalla casa editrice (“Tim Jonze’s trip to New Orleans was paid for by Polydor”), fatto che rende ancora più affidabile questo autore, facendo capire che non si fa “comprare” da viaggi stampa pagati; per parlare dell’Italia, uno dei pochi casi nel mondo dei libri che va in questo senso è FedericoNovaro.eu (disclaimer doveroso: io sono collaboratore – non pagato – di quel sito), in cui puntualmente viene specificato chi compra i volumi di cui si parla o si specifica se sono stati inviati dalle case editrici. Un’obiezione abbastanza diffusa e forse legittima è anche che a volte i modi di influenzare gli autori di pezzi giornalistici sono meno evidenti e più parcellizzati, e a volte non è neanche semplice o originale specificare chi abbia comprato cosa. Ma è un inizio e anche un indizio di un tema che può sembrare banale a chi non vi è immerso ma che sta anche in qualche modo cambiando la professione giornalistica stessa. Affrontarlo senza moralismi da giusto/sbagliato, ma analizzarne le varie fumature di liceità e di opportunità è un altro passo avanti. Per coltivare lettori più attenti e critici, per migliorarsi anche come giornalisti.

*Forse è doveroso precisare che io non sono neanche giornalista. Non lo sono nel senso che non sono iscritto all’Ordine né ho passato alcun esame. Se questo costituisca una differenza sostanziale oppure no, questo non lo so dire nemmeno io. 

Posted by Paolo Armelli