Con l’espressione genderqueer si raggruppano una serie di identità di genere che non si definiscono nell’opposizione binaria maschile-femminile: queste definizioni comprendono coloro che percepiscono sé stessi come appartenenti a entrambi, a più o a tutti i generi (bigender, trigender, pangender), o che si collocano al di fuori della definizione di genere (agender, neutrosis ecc.), o ancora che si sentono di navigare fra l’uno e l’altro genere senza stabilità (genderfluid). In quanto stiamo parlando di identità sessuali e non di orientamenti, molto spesso è difficile concepire che possano esistere generi sessuali che vadano oltre l’essere maschio e l’essere femmina biologicamente parlando. Sono casistiche difficili da definire in sé e che moltiplicano potenzialmente all’infinito le modalità di interazione fra i sessi. Eppure queste identità esistono e devono far fronte con le discriminazioni (anche involontarie) di cui la società è impregnata.

Una testimonianza interessante è quella della giornalista e femminista Laurie Penny, che ha parlato della sua esperienza su BuzzFeed News. Laurie tiene particolarmente a questa definizione doppia, “giornalista e femminista“, perché proprio nel suo contrastato rapporto con il femminismo è riuscit* [VEDI NOTA SOTTO] a meglio focalizzarsi sulla propria personalità. Nel caso di Laurie il genere è solo una maschera che si usa per semplificare sé stessi nel rapporto con gli altri: “Da un punto di vista politico sono una donna, perché è così che le persone mi vedono e così è come lo Stato mi tratta. E a volte sono anche un ragazzo. Il genere è qualcosa che io recito, quando mi metto la fascia contenitiva o lo smalto alle unghie. Quando cammino per strada. Quando parlo al mio capo. Quando bacio *l mi* partner mentre indossa il trucco e i tacchi“.

Lauri ha sempre saputo che l’essere femmina era per l*i un fatto solo esteriore, fisico. Il problema era anche che l’unico modello alternativo alla femminilità stereotipata è sempre stato considerato il lesbismo, mentre l*i, pur essendo fuori dal genere femminile, non si sentiva lesbica, appunto per questo sfasamento fra identità di genere e orientamento sessuale: “Le donne di cui avevo sentito parlare e che erano autorizzate a vestirsi e parlare come uomini erano tutte lesbiche. Ho sperato spesso di essere lesbica. Ma avevo fantasie praticamente solo sui ragazzi, e se fantasticavi sui ragazzi dovevi comportarti come le ragazze“. Cosa che Laurie – che all’epoca si chiamava Laura – non ha mai fatto, nascost* com’era nei suoi lunghi camicioni neri senza forma.

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L’accettazione del proprio (non)genere era complicata nel caso di Laurie dal suo sentirsi femminista e, in particolare, di appoggiare allora le idee di femministe della seconda generazione come Germaine Greer: per questa studiosa e per le sue colleghe la liberazione doveva sempre e comunque partire dalla comprensione del fatto che nella vita si è sempre e comunque, per prima cosa, donne: “L’insistenza militante sulla femminilità sopra ogni cosa è una parte della regione per cui ci ho messo un decennio prima di ammettere che, oltre ad essere femminista, ero anche genderqueer“.

Il processo di accettazione è passato, nel caso di Laurie come in tanti altri numerosissimi casi, attraverso pesanti disturbi alimentari: “Sono stat* anoressic* per la maggior parte della mia giovinezza a causa di una serie complessa e dolorosa di ragioni, fra cui anche la disforia di genere“. All’età di 17 anni viene ricoverat* per disordini alimentari acuti, viene praticamente internat* e pesat* ogni giorno: paradossalmente è lì che viene a contatto pienamente con la propria identità: “Mi sono ritrovat* con tutte le mie curve annullate dall’inedia, i cappelli rasati fino alle ossa del cranio, androgin* come uno scheletro, finalmente insistendo che le persone mi chiamassero non più Laura, ma Laurie“. Raggiungere quello stadio di massima androginia, comunque, non segnò la fine del percorso: i medici prima insistettero sul fatto che fosse un’omosessuale repressa e che dovesse fare coming out per sentirsi melgio, poi l* spinsero a rientrare nei ranghi di una piena e condivisa femminilità: “Se non ero una lesbica, allora la strada per una buona salute mentale era quella di accettare la mia femminilità. (…) Per cinque anni provai a fatica a riprendermi. Ce la misi tutta per essere una brava ragazza“.

Ma i vestiti, i trucchi e i tacchi alti non erano la soluzione: la vera identità di Laurie riemergeva con insistenza in alcuni casi, come quando beveva un bicchiere di troppo o guardava il  Rocky Horror Picture Show. Fu invece frequentando sempre più la comunità trans che Laurie arrivò alla soluzione del suo essere combattut* fra la propria identità e il proprio accentuato femminismo: “Greer considerava le donne trans come una “fantomatica parodia” della femminilità. I suoi commenti su di loro esemplifica la battaglia generazionale fra le femministe di seconda generazione che cercavano di espandere la definizione di donna e le nuove, più giovani femministe alla ricerca di nuove categorie di genere in quanto tali“. La crudeltà di un certo tipo di femminismo, che accusava le trans di infiltrarsi negli spazi rivendicati dalle donne biologiche, aiutò Laurie a comprendere che lottare per l’uguaglianza di genere e la transfobia significava anche mettersi contro quel certo tipo di femminismo.

Solo riconoscendo che la “mascolinità” e la “femminilità” sono categorie inventate, messe in piedi per controllare in modo violento gli esseri umani“, conclude Laurie, “possiamo comprendere la natura del sessismo,  della misoginia, del mondo in cui siamo tutti alla fin fine sopraffatti dall’identità di genere“. Probabilmente è complesso comprendere fino in fondo un discorso di questo genere, rimanendo all’interno di un’identità che ci fa definire come uomini o come donne: ciò non toglie che possiamo ammettere l’esistenza di identità di genere differenti, che sfuggono a una semplice opposizione binaria e che colorano l’umanità di diverse sfaccettature. Sfaccettature che possono lasciarci perplessi, spaesati, ma che meritano la nostra attenzione e il nostro rispetto.

 

NOTA. Parlare di persone che non si riconoscono nell’opposizione maschio/femmina è una sfida anche linguistica. Lingue come l’italiano nella maggior parte dei casi impongono una scelta sessuale rispetto ai soggetti di cui si parla, soprattutto per quanto riguarda i pronomi (lui/lei), gli articoli (il/la) e le terminazioni di sostantivi (scrittore/scrittrice) e degli aggettivi (riuscito/a). Lingue con strutture morfologiche tendenzialmente più neutre (o opache), come l’inglese, incappano meno in questo tipo di problematiche e spesso le aggirano (utilizzanto they/them al posto di he-she/him-her, ad esempio). È mia convinzione che attraverso una maggior sensibilità linguistica si possa veicolare una maggiore sensibilità sociale, anche se la lingua è questione di convenzione e che prima che evolva (o ritorni alle origini: il latino aveva il genere neutro) bisogna che l’intera comunità dei parlanti senta questo cambiamento come necessario. Per conto mio, nel mentre, ho utilizzato l’asterisco per eliminare i fattori linguistici discriminanti (l*i per lei/lui, *l per lo/la, -* per -o/-a): è un compromesso un po’ troppo schematico e valido solo per lo scritto, ma evidenzia almeno una volontà di porre l’attenzione sul problema. E di rispettare anche linguisticamente queste persone.

Posted by Paolo Armelli