A considerare l’attenzione che viene spesa, nel dibattito pubblico della cultura italiana (o, per meglio dire in questo caso, della cultura in lingua italiana) sulla traduzione letteraria è quasi sorprendente constatare il successo di una manifestazione come Babel. Questo festival di letteratura e traduzione si tiene dal 2006 ogni anno a Bellinzona, nel Canton Ticino, e compie nell’edizione di quest’anno (dal 17 al 20 settembre) 10 anni, confermandosi un appuntamento molto seguito per chi vuole incontrare gli autori stranieri e i loro traduttori.

Babel è stato fin dagli esordi espressione di un preciso intento culturale ma anche politico, proprio a partire – si legge nella presentazione del festival – dalla considerazione della “traduzione come fatto ermeneutico ed estetico si associava quell’apertura verso l’altro che della traduzione è una premessa e una conseguenza“. Come afferma Fabio Pusterla, nel Comitato scientifico del festival, “Babel è stato anche il tentativo, che oggi si può dire almeno in parte riuscito, di trasformare l’assetto culturale della Svizzera italiana, di aprirlo alla circolazione europea delle idee, alle grandi letture“.

festival

Proprio alla Svizzera e al suo cruciale plurilinguismo è dedicata questa speciale, decima edizione. Dopo aver esplorato negli anni scorsi le peculiarità linguistiche ed autoriali di tutti i continenti (dall’Ungheria alle Antille, dai Balcani all’Africa francofona fino alla Polonia, passando per USA, Russia, Messico e Palestina), quest’anno segna il ritorno a una Patria condivisa e multisfaccettata, ricca proprio delle sue differenze espressive (il programma completo è qui). “C’è una forte tensione tra le lingue, tra lingua e dialetti, tra oralità e scrittura, e sta dando risultati letterari senza precedenti,” dicono gli organizzatori, “perché la lingua della Svizzera è la traduzione“.

Fra gli ospiti di questa edizione, iniziata ieri e che si concluderà domenica, ci saranno Noelle Revaz con Maurizia Balmelli, Arno Camenisch con Roberta Gado, Philippe Rahmy con Monica Pavani, Melinda Nadj Abonji, Jurczok, Jürg Kienberger e Claudia Carigiet. Come ogni anno spazio importantissimo anche alla didattica, con laboratori e workshop dedicati alla traduzione letteraria, e alla cinematografia con la rassegna cineBabel.

Perché segnalare ed essere genuinamente contenti di un caso insolito eppure lusinghiero come quello di Babel? La prima ragione è ovviamente quella di portare alla centralità del discorso culturale quello linguistico e, in modo ancor più preciso, quello sulla traduzione, mai troppo esplorato. In senso più lato, poi, il fatto che questo festival si svolga nella “neutrale” Svizzera (e quest’anno le sia anche dedicato) si riempie di connotazioni simboliche e speranze propizie. Nel cuore di un’Europa che in questi anni, continuano gli organizzatori, si è “chiusa nella paura e nel rancore, nella difesa di piccoli o grandi privilegi“, una comunità sempre più ampia coltiva il dialogo e l’incontro fra le culture oltre che fra le lingue in un terreno che solo così può essere fertile di comunanza e accoglienza. Nell’attesa, l’anno prossimo, di trovare nuove patrie e nuovi orizzonti.

Posted by Paolo Armelli