Nicola Gardini insegna letteratura comparata a Oxford, è autore di interessanti saggi letterari (fra cui Rinascimento, Einaudi, 2010 e Lacuna, Einaudi, 2015) e sullo stato della cultura in Italia (I baroni, Feltrinelli, 2009), traduce da greco, latino e inglese, oltre a collaborare con Sole 24 Ore, Corriere della sera e Times Literary Supplement. Ma è anche e soprattutto uno scrittore dalla penna consapevole e felicissima, tornando spesso sui temi fondamentali del sé e del rapporto con gli altri, in un superamento dell’autobiografismo che diventa vita di tutti: così avviene ne Lo sconosciuto (Sironi/Beat), ispirato dall’Alzheimer che aveva colpito il padre, e poi anche in Le parole perdute di Amelia Lynd (2012) e Fauci (2013), entrambi pubblicati da Feltrinelli. Sempre per lo stesso editore è uscito in queste settimane La vita non vissuta.

Questo romanzo riprende i suoi temi fondamentali, che si potrebbero riassumere nella triade generazione, degenerazione e rigenerazione, in un contesto completamente diverso e per certi versi insolito: è la storia, infatti, di Valerio, affermato professore universitario, che abbandona un vita di sicurezze (cattedra in America, moglie, figlia) per riscoprire la propria omosessualità nell’amore per un giovane artista di nome Paolo. Assieme alla nuova esistenza col ragazzo, però, arriverà anche la convivenza con una rivelazione terribile e disturbante: sono entrambi sieropositivi.

Mentre una riflessione più ampia sul libro si trova qui, ho incontrato l’autore al Festivaletteratura 2015 di Mantova per fargli un po’ di domande su com’è nato e cosa significa La vita non vissuta per lui.

ZOM

Questa è una storia di omosessualità, amore, malattia, vita e morte: la domanda più comune che ti viene posta è probabilmente quanto di autobiografico ci sia.

Questo è un cortocircuito interessante ma anche per certi versi irritante: capita spesso che i lettori si immedesimino o si riconoscano in certi miei personaggi, tuttavia spesso non capiscono che io tengo molto alla separazione fra vita e scrittura. La scrittura è qualcosa d’altro, è un evento a sé: semmai è qualcosa che amplia, amplifica la vita ma non coincide con essa. È come fare una torta: ovviamente uso gli ingredienti della vita vera, delle esperienze che ho vissuto, delle storie di amici o conoscenti che ho sentito. Ma il risultato finale è un mescolamento in cui le singole cose non si riconoscono più l’una dall’altra.

Quindi, però, qualcosa di personale c’è sempre?

Soprattutto nel mio caso non c’è libro che non sia personale, dovrebbe essere così per tutti gli scrittori. Io però sono convinto che dobbiamo leggere non per ritrovare la nostra stessa vita, ma per viverne di altre, per essere anche altro da noi. Un po’ questo è il senso de La vita non vissuta. Ovviamente in Valerio, il protagonista, c’è molto di me, ma dice anche cose che non mi rispecchiano completamente.

Valerio, in effetti, non è un personaggio totalmente positivo, ha molte asperità e ambiguità.

Lui è vittima di una specie di narcisismo necessario, deve concentrarsi su se stesso per non cedere alla disgregazione insita nella malattia stessa. Le tenta tutte, in effetti, per vivere così come voleva vivere dopo aver negato per tanti anni la sua volontà. Poi arriva la sieropositività che non è una vera e propria punizione, ma una specie di segnale di uno sfasamento, di un ritardo. D’altronde è il concetto proprio della “vita non vissuta” che tutti abbiamo: entriamo nello specchio della vita che avremmo sempre voluto vivere e già da lui questa vita si specchia e si moltiplica in tante altre immagini. Fondamentale è la volontà di sconfinare oltre sé stessi mantenendo sé stessi.

Quanto è fondamentale in questo percorso la malattia?

Importa nel senso in cui la letteratura somiglia alla medicina: entrambe indagano i sintomi, gli indizi. Non è un caso che molti scrittori parlino di malattia. Sono stato molto colpito, ad esempio, dal lavoro di Rita Sharon, medico e studiosa che insegna scrittura medica alla Columbia a New York: dalla scrittura creativa per medici e infermieri nascono cose terribili e magnifiche. Dovremmo tutti farci un giro in un ospedale ogni tanto.

Sentivi anche un’urgenza sociale o politica nel parlare di HIV?

Certamente sentivo il bisogno di combattere la confusione che spesso molti, anche personaggi o scrittori importanti, fanno fra HIV e Aids. Era importante dare informazioni su un fenomeno di cui non si parla più, che sembra passato di moda. Ormai c’è uno stigma tale che non si può più dire di non poter dire di essere o conoscere un sieropositivo. Ma, al di là del puro dato informativo, ho voluto anche trasmettere la risonanza spirituale della descrizione della malattia. Per certi versi, nei suoi rapporti che ha con l’organismo e con l’io, l’HIV è una condizione estremamente poetica.

Rifletti molto sul limite fra vita e morte, malattia e salute.

Sono molto affascinato del concetto del confine, in questo romanzo si vede molto nella scena in cui Valerio è terrorizzato dall’entrare negli Stati Uniti. Per me, appunto, il confine è un tema interessante, tanto che spero di lavorarci su un nuovo libro: ci devono essere sempre dei limiti, ovviamente, ma devono essere come margini amplissimi, su cui stanno un sacco di cose. Anche la malattia in qualche modo riflette in ognuno la paura del contatto, che talvolta può divenire contagio. In quei casi, tuttavia, siamo di fronte alla morte che incontra la vita e viceversa.

 

 

 

Posted by Paolo Armelli