61678f-3ZX2IB4NIgiaba Scego è una scrittrice italiana di origini somale. Vive da anni a Roma e nelle sue opere si è sempre occupata di identità, migrazioni e dialoghi fra le culture: in Pecore nere (Laterza, 2005; scritto con Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi Kakese e Laila Wadia) raccontava ad esempio l’esperienza di giovani italiani di seconda generazione; in Roma negata (Ediesse, 2014) rappresenta, attraverso le foto di Rino Bianchi, il suo viaggio nella Capitale attraverso i monumenti, spesso dimenticati ma ben presenti nel tessuto urbano, dell’epoca coloniale e fascista. Quest’anno ha invece pubblicato per Giunti Adua, un romanzo sulla vita di una donna matura, originaria della Somalia ma trasferitasi in Italia negli anni Settanta.

Adua, chiamata così dal padre Zoppe in onore dell’unica vittoria africana contro le forze colonialiste italiane, minata nel corpo e nello spirito da un’esistenza di abusi, inizia un viaggio a ritroso, una migrazione al contrario attraverso ricordi e radici. Le memorie del padre e della terra lontana, così come il suo ambiguo rapporto con un profugo sbarcato a Lampedusa, che lei chiama ironicamente (e perfidamente) “Titanic” e tratta con maternalistica sufficienza, sono un modo intenso e sofferto per ricostruire un’esistenza, nella prospettiva di poter ritornare in patria dove, nel 2013 (anno d’ambientazione del libro), è “scoppiata la pace“.

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A Mantova, in occasione del Festivaletteratura 2015, ho incontrato l’autrice per parlare delle tematiche e dello stile del suo romanzo.

In Adua si intrecciano diversi livelli temporali e diversi temi: la Somalia all’epoca del colonialismo, l’Italia degli anni Settanta e quella di oggi. In che modo questo intreccio è importante anche per i problemi che stiamo affrontando nell’attualità?

Ciò che succede oggi, secondo me, è indissolubilmente legato al colonialismo, ma non solo in Italia anche in Europa. Tutto deriva da quella filiazione antica: il problema dei confini, gli stereotipi, le rigidità. Non si può comprendere questo presenta senza porci domande e conoscere bene il passato, cosa che in Italia, sia sul fascismo che più in generale sul colonialismo, non è mai avvenuta completamente. In Adua ho voluto mostrare come personaggi, attraversati da grandi eventi storici, riescono a vivere con le proprie ferite e i propri non detti.

Questi personaggi non sono mai completamente negativi né completamente positivi. In particolare il padre Zoppe, interprete che si è quasi “venduto” al collaborazionismo coi fascisti e che poi tratta in modo duro la figlia Adua.

Zoppe è stato comprato praticamente, in una nuova forma di schiavismo. Dopo il suo periodo al servizio dei fascisti ha dovuto ricostruirsi una vita e anche riscrivere la propria storia. In lui ho voluto mostrare le conseguenze della violenza dei sistemi totalitari sulla vita delle persone. Anche Adua, col suo bagaglio di rabbia e sofferenza, tratta male il marito che chiama Titanic. Questo è un modo che hanno spesso le stesse comunità per chiamare i profughi che arrivano in mare: eppure uno di loro una volta mi ha detto “Titanic è un film in cui muoiono tutti, invece io no che non sono morto“.

In effetti non sembra esserci buonismo nel tuo modo di raccontare i migranti.

Buonismo è una parola difficile, che bisogna usare con attenzione. Ho solo voluto mostrare tutte le sfumature dei migranti, tutte le ambiguità anche. Nelle comunità ci sono sia grande solidarietà sia pregiudizi. Lo stesso atteggiamento di Adua nei confronti di Titanic è riflesso di ciò che è successo a lei. Ho comunque voluto sottolineare una cosa: spesso si parla di migranti solo come numeri, io ho voluto parlare di persone. È il mio modo di raccontare realisticamente la realtà: l’intreccio dei mondi che è di fronte ai nostri occhi ogni giorno.

Quello di Adua è comunque un percorso per riappropriarsi di sé stessa e della propria identità.

Mi interessava mostrare cosa succede quando una persona è attraversata dalla violenza, cosa succede ai suoi sogni e alle sue speranze. Adua è inserita in un preciso momento storico: nel 2013 in Somalia si stava ricominciando a vivere dopo 25 anni di guerra, c’erano possibilità e opportunità. Io ho molto rispetto per ciò che sta succedendo ai siriani perché so cosa vuol dire perdere qualsiasi cosa, veder le proprie città cancellate. Ora Adua è di fronte a uno snodo, all’ipotesi di potersi ricostruire proprio dove è nata.

Molto importante nel romanzo è l’uso della lingua: Zoppe sfrutta la conoscenza delle lingue per lavorare per gli italiani che sono in realtà nemici del suo popolo. Sembra che si avveri la metafora traduzione-tradimento.

Mi ha sempre incuriosito questo fenomeno: il processo di traduzione in questo caso diventa un vero e proprio modo per tradire sé stessi e la propria patria. Nessuno ha mai parlato di questo, però: cosa vive l’interprete quando deve tradurre cose che lo mettono contro i propri ideali? Giocano un ruolo, in questo caso, che è pieno di responsabilità ma anche di ambiguità. In quegli anni, del resto, c’erano gli eroi della Resistenza così come i collaborazionisti. Ho anche voluto provocare un qualche turbamento in questo modo, stimolare delle domande.

Il tuo stile è molto denso delle suggestioni, delle immagini quasi magiche, dei colori forti delle terre africane. È un modo anche questo per restituire identità alla protagonista?

Nel romanzo parlo di somali ma il mio libro si inserisce, credo, propriamente nella letteratura italiana, cito anche Dante. Certo è un romanzo in-between, dove ci sono anche molte parole in somalo, ma sempre traslitterate per farle entrare nei suoni italiani. Ho voluto comunque prendere tutto ciò che la Somalia mi ha trasmesso e innestare le due cose insieme. Ogni personaggio poi ha il suo linguaggio specifico: quello poetico di Zoppe, quello immaginifico di suo padre indovino, quello duro ma anche sognante di Adua.

Adua poi in effetti il sogno del cinema, anche se spesso le attrici a cui si ispira sono le grandi dive hollywoodiane, da Marylin a Audrey Hepburn: tutte bianche. La sua esperienza col cinema in Italia invece è tutto il contrario, finisce in un giro di porno soft e abusi.

Ho voluto affrontare anche la questione della rappresentazione. Concretamente, i film che vedeva Adua e che venivano proiettati in Somalia all’epoca erano tutti provenienti dall’Italia o dagli Stati Uniti, qualcuno dall’India. Quando sullo schermo compariva un africano o uno straniero era sempre uno stereotipo. Le donne, soprattutto, sono solo un corpo da mostrare e usare. Anche oggi nelle fiction italiane quando si vede un nero è quasi sempre qualcosa di umiliante. Invece avere una rappresentazione degna in questi mezzi è anche un modo per riprendersi sé stessi e abbattere i pregiudizi.

Un’altra protagonista di Adua sembra essere la città di Roma.

Mi accorgo di essere ossessionata da Roma, ne parlo sempre. Ma perché è una città piena di bellezza eterna, anche se spesso non ce ne curiamo o non la viviamo. A volte uno sguardo esterno, altro può aiutare in questo. E appunto nel fatto che Adua si confidi con l’elefantino che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sopra Minerva è stato un modo di rappresentare la relazione che una persona ha con la sua città. Esattamente come la protagonista, anche la città ha bisogno di ricominciare a vedere sé stessa. Una curiosità, poi: la città somala che nomino, Magalo, in realtà non esiste, magalo in somalo significa proprio “città”. È stato un modo per condensare tante città insieme.

Posted by Paolo Armelli