L’attenzione mediatica che ha circondato la transizione di Caitlyn Jenner, già Bruce, soprattutto in seguito alla copertina a lei dedicata su Vanity Fair, in cui rivela per la prima volta compiutamente il suo essere femminile, ha risvolti importanti che vanno al di là del glamour e del gossip. L’intera vicenda è interessante in quanto pone molti quesiti sulla visibilità e sulla rappresentazione delle persone transgender. Questo tipo di attenzione ha ricadute, non troppo sorprendentemente, anche sul nostro uso del linguaggio e, in modo ancora più puntuale, sulla grammatica.

Uno degli aspetti più controversi dell’esposizione pubblica di Jenner durante la sua transizione è stato proprio l’uso che lei faceva dei termini e dei pronomi per indicare se stessa: all’inizio, probabilmente fino al momento dell’operazione di femminilizzazione facciale, era infatti restia ad utilizzare per sé il soggetto femminile “she” e a negare il vecchio nome “Bruce“, cosa che è stata ribaltata proprio con l’exploit della cover su Vanity Fair. In quanto personaggio pubblico e paladina dei diritti trans, questi suoi tentennamenti hanno attirato su Caitlyn Jenner alcune critiche da parte della stessa comunità LGBTQI. Come spiega Meredith Talusan su Buzzfeed: “Jenner si è risparmiata le sofferenze del presentarsi come una donna e di subire outing attraverso il misgendering (l’erronea assegnazione del genere) e il deadnaming (il termine usato nella comunità trans per indicare i riferimenti al nome assegnato alla nascita). (…) Jenner ha tutto il diritto di definire le proprie priorità in quanto individuo, ma la sua celebrità e il suo ruolo di attivista per la più ampia comunità transessuale stanno a significare che lei è in una posizione influente per determinare l’ideale pubblico dell’accettazione di una femminilità trans.

Talusan racconta come, nelle comuni esperienze di molte persone trans, l’utilizzo di pronomi erronei (riferiti al sesso biologico d’origine e non all’identità sessuale) e l’ostinazione altrui ad utilizzare i nomi di battesimo in luogo di quelli autodeterminati sono fra le esperienze più dolorose e oltraggianti che questi individui subiscono di frequente durante e dopo la loro transizione, spesso con conseguenze psicologiche notevoli. La stessa confusione terminologica si è riscontrata nei media proprio nel mezzo della copertura del caso di Jenner: l’Associated Press (che pure ha delle linee guida precise nel caso di transgenderismo) ha dato la notizia riferendosi a Jenner impiegando “Bruce” e “he“, mentre il Daily Mail ha utilizzato, anche nell’ambito di stessi articoli, entrambi i pronomi, maschile e femminile (“Caitlyn launched a stinging attack on ex-wife Kris as he unveiled his new female identity”, “she felt ‘mistreated’”), ambiguità capitate anche al New York Times in frasi tipo “As Bruce Jenner, she had been on the cover of Playgirl.” Lo stesso Buzz Bissinger, autore del lungo pezzo dedicato a Jenner su Vanity Fair e che con lei ha passato moltissime ore in questi mesi, ha ammesso di aver patito nelle interviste di un continua “confusione pronominale“, optando poi per “he” nel riferirsi a Jenner prima dell’operazione e per “she” quando parlava di lei dopo l’operazione.

Questi esempi sono stati riportati da Liesl Schillinger su T magazine in un articolo che offre anche una panoramica dei tentativi della lingua di adeguarsi alle tante sfaccettature della sessualità contemporanea. D’altronde molte lingue rispecchiano una distribuzione dei generi binaria che si è assestata nei secoli ma che non è per forza di cose immutabile (alcune hanno forme relittuali del genere neutro, esistente in latino e ancora oggi in tedesco, che infatti usa il corrispettivo di “it” per riferirsi ai bambini, senza distinzione di sesso). Nel tempo la lingua inglese ha sviluppato una serie di pronomi neutrali come “A”, “Ou”, “ey,” “em”, “eir”, “peh,” “pehm”, “peh’s”‘ “xe,” “xem”, “xyr” ecc., formule che non sono mai entrate con successo nell’uso comune per la loro astrusità. Istituzioni come il Sarah Lawrence College di Bronxville, New York, hanno invece messo a punto alcune norme rivolte all’impiego di una lingua gender-neutral più vicina all’uso comune: si ricorre, ad esempio, a etichette generiche (“student, person, individual“) e al pronome “they“/”them” per indicare un singolare neutro (“If a friend is assaulted, assure them it was not their fault“, senza indicare se si tratta dunque di maschio, femmina o trans).


(Un’illustrazione riferita al racconto di L. Frank Baum, “John the Cherub” del 1906, in cui l’autore indica il/la protagonista sempre con “it”, volendo mantenere indefinito se fosse maschio o femmina.)

Interrogarsi su queste questioni grammaticali non è semplicemente un tecnicismo da studiosi della lingua ma anche un modo di adattare gli strumenti espressivi alla sensibilità e al rispetto delle persone. Un fatto ancora meno scontato se si pensa a culture, come quelle latine, in cui l’accettazione delle persone transgender non è ancora sedimentata nella società, ma a soprattutto a lingue, come l’italiano o lo spagnolo che, a meno di ardite giravolte grafiche (car* ragazz*, mis herman@s), mantengono un impianto grammaticale intriso di sessismo. 

Posted by Paolo Armelli