Della retribuzione dei giornalisti, o più in generale, in questi tempi di informazione fluida e digitale, dei produttori di contenuto di vario tipo, si parla da molto tempo e con diverse complessità. Un tentativo di sottolineare i rischi di considerare questo tipo di lavoro sempre e comunque gratuito lo avevo accennato qui. A questo argomento, nel magma del mondo editoriale attuale, si aggiunge quello della riproducibilità estremamente facilitata di quegli stessi contenuti.
Mi è capitato di riflettere sul tema dopo aver notato un post sul blog del Corriere Vicentino, magazine locale dalle alterne vicende che proprio quest’anno compie 15 anni e a cui anche io ho collaborato (gratuitamente) in passato. Il post in questione riguardava la vicenda delle suore di clausura in visibilio per il Papa a Napoli: ciò che mi colpiva del pezzo era soprattutto il fatto di essere scritto particolarmente male e di riportare in modo assolutamente poco evidente i titoli dei paragrafi. La cosa paradossale è che il pezzo non era nemmeno scritto dal Corriere Vicentino, ma copiato paro paro dal Corriere del Mezzogiorno, pubblicazione del Corriere della Sera. Sul blog si cita la fonte, questo è vero, ma ci si dimentica bellamente che sul sito originale campeggia la scritta “riproduzione riservata”, formula introdotta da qualche anno da testate giornalistiche ed editoriali appunto per tutelarsi da questi copia-incolla incontrollati.

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Proprio oggi un altro caso simile ha fatto parlare sul web: Massimo Mantellini, esperto di tecnologia nonché storico blogger italiano, ha fatto notare che un suo pezzo pubblicato su Il Post è stato copiato e pubblicato su Il Foglio, senza peraltro chiedere il permesso a lui né tantomeno, pare, alla testata. Alcuni non si stupiscono particolarmente dato che l’edizione del lunedì del Foglio funziona così da anni: pesca dalla rete contributi interessanti e li pubblica sul proprio giornale (guadagnandoci – poco, dato il numero delle copie vendute – ma dopo che ha guadagnato a monte con i contributi statali).
Dove sta il problema? Il fatto è che una cosa è fare rassegna stampa (ma anche qui si cita di solito parzialmente il pezzo, mai totalmente), altra è vendere un prodotto editoriale realizzato a costo zero riutilizzando prodotti editoriali pagati da altri altrove. C’è anche da dire che si può sempre chiedere il permesso all’autore e per varie ragioni (visibilità, favori ecc.) l’autore può concederne la riproduzione senza problemi. Invece in questi casi citati sembra che sia il Corriere Vicentino sia Il Foglio (e con loro moltissimi altri) cerchino di macinare visualizzazioni o copie a spese di altri che quei contenuti li pagano.
È una pratica particolarmente diffusa (forse da sempre?) e in questi anni sempre di più: nel mio piccolo mi capita spesso che miei pezzi scritti per il sito di Wired vengano copiati da cima a fondo su siti fantoccio appositamente creati per vivere di contenuti altrui e macinare clic (e quindi pubblicità, generando guadagno da prodotti che hanno pagato altri, sostanzialmente).
Con l’avvento del digitale i contorni del trattamento del copyright e del diritto d’autore hanno subito forti sfumature ed è anche vero che nel caso del giornalismo certe esigenze di diffusione e (ri)pubblicazione ricadono nell’ambito della libertà di stampa e di informazione. Credo però che a nessuno farebbe piacere ritrovarsi pubblicato a propria insaputa su una testata su cui magari non aveva nessun piacere a vedere stampato il proprio nome. È un terreno minato, i cui limiti sono meno netti (a volte per fortuna) di quanto si possa volere. Eppure in certi caso basterebbe un po’ di etica professionale, o perlomeno di buone maniere.

Posted by Paolo Armelli