IMG_0821È difficile dire come si riconosce un vero scrittore. Eppure incontrando Fabio Genovesi, che ieri alla libreria Open di Milano ha presentato ai blogger letterari il suo ultimo libro Chi manda le onde (Mondadori), si ha l’impressione che lui sia davvero uno scrittore autentico. Un autore, cioè, che una volta uscito dai suoi romanzi non diviene a sua volta personaggio ma rimane scrittore, narratore inesausto di storie, aneddoti, vicende. Non prendendosi mai troppo sul serio, magari, ma non perdendo mai la concentrazione sulla passione per la scrittura e per le storie.

Questo gusto per le storie che si incatenano, intrecciano e non finiscono mai nasce per Genovesi da un puro dato biografico: “Passando tutto l’inverno a Forte dei Marmi,” confida, “sono costantemente a contatto con quasi esclusivamente con settantenni e finisco per imitarne lo stile, che è quello delle divagazioni“. Ma i riferimenti sono anche altri: “Il mio maestro di scrittura, poi, è il mago Anubi, che andava forte sulle tv locali a Livorno quando ero bimbo: come quel mago che cadeva in trance per predire il futuro, cerco di usare una specie di scrittura automatica quando compongo i romanzi. Non sta scrivendo Fabio in quel momento, ma sono i vari personaggi a prendere voce“.

Un processo di scrittura molto più difficoltoso di quanto si possa credere: Genovesi rivela che Chi manda le onde – scelto dalla casa editrice per correre al prossimo premio Strega – è costato 4 anni di lavoro, attraverso 25 stesure diverse scritte ognuna completamente da capo, le prime due perfino a mano (“Non amo il copia&incolla dei computer perché finisci per sezionare e ricomporre il testo in modo poco scorrevole“). Perfino i titoli sono stati tre. All’inizio doveva chiamarsi I regali del mare e poi, quasi definitivamente, Luna in fondo al mare (“Ma alla fine non volevo ricordasse una canzone di Gianni Togni“). Anche la trama era completamente diversa all’inizio: “Avevo cominciato con l’idea di scrivere di un ragazzino che si prepara per l’esame di terza media ma non ci riesce perché disturbato dall’assurda famiglia che gli vive accanto. Alla fine ho abbandonato lui e ho seguito la loro storia“.

chi-manda-le-onde-685x1024In effetti Chi manda le onde ha un intreccio molto differente: segue molte storie parallele, tutte ambientate a Forte dei Marmi, che poi s’aggrovigliano fino a diventare una sola. C’è Luna, una bambina albina emarginata ma che trova la salvezza nella sua fantasia quasi magica e in Zot, un compagno di scuola che viene da Chernobyl e si veste e parla come un vecchio; c’è poi la madre della bimba, Serena, una donna bellissima e piena di un’energia che neanche lei sa perché e come dominare, annientata da un grave lutto; e poi Sandro, quarantenne spiantato che non sa dove portare la sua vita (fa il professore che non spiega, il fungaiolo che si perde nel bosco, il catechista che bestemmia) ma che alla fine riesce a muovere quella degli altri; e infine Ferro, vecchio lunatico e sboccato, che si deve occupare a malavoglia di Zot, proteggendo nel frattempo la sua “casa dei fantasmi” dai tentativi d’invasione da parte dei russi. I quattro riusciranno sgangheratamente ad aiutarsi a vicenda, sopravvivendo alle onde della vita che si infrangono con violenza su di loro e dando vita a una strampalata ma affettuosa famiglia assolutamente non tradizionale: “Per me l’unica famiglia naturale è quella in cui c’è dell’affetto, il sangue e il DNA non c’entrano“, afferma Genovesi. “Trovo molto interessante che questi tempi di crisi ci mettano di fronte a numerose modalità di famiglia mai viste prima: sono una infinita materia narrativa. Ci sono ed è bello raccontarle“.

Il romanzo è comunque ricco di un sacco di altri temi. Ovviamente il mare domina con la sua potenza, decidendo quasi con una volontà propria dove le esistenze dei personaggi devono indirizzarsi: un mare che spesso è arrabbiato, fa del male (“La vita è un temporale, è una burrasca“, si legge nel libro), ma allo stesso tempo concede i suoi doni, svela percorsi. E poi ovviamente il tema della diversità, incarnato soprattutto in Luna, ragazzina coi capelli bianchi e dalla pelle così pallida e fragile ma dall’interiorità così complessa e acuta; d’altronde Genovesi a un certo punto scrive: “Siamo tutti normali, finché non ci conosci abbastanza“. Un altro aspetto interessante di questo libro è il trattamento delle diverse età della vita, tutte però con caratteristiche e qualità invertite: il più vitale di tutti sembra l’anziano Ferro, ma anche i due bambini mostrano una maturità insolita, mentre gli adulti della storia paiono quelli più in balia degli eventi. Per Genovesi è proprio una questione generazionale: “I quarantenni di oggi sono una generazione bistrattata, un po’ spersa: vivono in un tempo che è completamente cambiato rispetto a quello di chi li ha preceduti. Il loro disagio e la speranza di qualcosa di meglio in futuro è una materia molto interessante da narrare“.

In Chi manda le onde sono presenti, dunque, un’infinità di storie e tematiche che si accavallano, si sovrastano e scompaiono l’una nell’altra come fossero appunto le onde del mare. Un caratteristica comune nelle opere di questo scrittore: “Non riesco come altri miei colleghi a scrivere la storia di un personaggio solo mentre gli altri sono comparse, voglio seguire tutti. Amo i romanzi corali, in cui le persone si incontrano“. Tutto ciò si traduce in una varietà linguistica di grandissima ricchezza e naturalezza, perché ogni personaggio è raccontato a suo modo, con il proprio stile peculiare: “Non m’importa usare tutti i congiuntivi giusti o gli aggettivi belli, ma parlare con la voce autentica dei personaggi. Se li metti in gabbia, finiscono per vendicarsi facendo schifo“, rivela l’autore. Ad esempio con Serena usa sempre il “tu”, in una specie di continuo soliloquio: “Amo raccontare le donne che hanno un grande valore ma non se ne rendono conto, sono eternamente insicure. Per quello anche con Serena uso la seconda persona singolare, che è poi la persona di quando ci si guarda allo specchio“. Così come estremente naturale sembra il succedersi di varie vicende che apparentemente con la storia principale non c’entrano nulla, sono – appunto – divagazioni che poi non tornano più: “A volte le scene più belle sono quelle antieconomiche, quelle che non portano acqua alla storia. D’altronde un libro è come un albero: alcuni rami portano frutti, altri no ma sono belli ugualmente“.

In effetti il romanzo inizia e termina con una divagazione, prima parlando di Etruschi e poi di un palloncino con un biglietto attaccato. In mezzo però scorre tutta l’autentica varietà della vita, il suo flusso incessante che tutto porta via e tutto riporta indietro. Un continuo levare e un continuo donare. Come il mare magico di Luna e della sua strampalata ma meravigliosa famiglia.

 

Posted by Paolo Armelli