E anche quest’anno gli Academy Awards ce li siamo lasciati alle spalle, e con essi anche questa stagione di premiazioni con annessi red carpet. È stata l’edizione del “volemose bene“, con un presentatore brillante come Neil Patrick Harris ma che – già si sapeva – non ha raggiunto le vette della Ellen Degeneres dell’anno scorso (però la gag con le statuette  fatte in lego, anche a sottolineare la mancata nomination a The Lego Movie, o il mettere in imbarazzo le seat fillers sono stati notevoli). Nell’edizione degli Oscar più bianca e tradizionale di sempre, i premi sono andati distribuiti come nel patto del Nazareno: quattro a Birdman (coi principali miglior film e miglior regista a Inarritu), quattro a Grand Budapest Hotel, tre al super-indie Whiplash. Grande sorpresa per il miglior attore protagonista, riconoscimento andato a Eddie Redmayne de La teoria del tutto invece che (scandalo!!1!11!! gomblotto!!!11!1) a Michael Keaton. Soddisfazione magna invece per Juliane Moore che, dopo millemila nomination, si porta a casa la statuetta di best actress per Still Alice. L’Italia torna ad aggiudicarsi uno degli illustri premi tecnici, i migliori costumi a Milena Canonero (già alla sua quarta statuetta), e sarà così per un altro giubileo fino alla prossima Grande Bellezza.

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Ma veniamo al sodo, ovvero agli abiti. Poteva un’edizione smortarella tipo la mozzarella del PennyMarket avere un red carpet al contrario vivace e friccicarello? Sì, poteva, ma non è stato il caso. Vestiti tutti sobri, tutti belli eleganti, tutti noiosetti. Ma i nostri sfizi da trashcarpet ce li siamo tolti ugualmente, come dimostra la carrellata che segue:

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Iniziamo con Patricia Arquette, già medium di Medium, vincitrice della statuetta come miglior attrice non protagonista di Boyhood (unico contentino per un film superfavorito ma – giustamente – snobbato dall’Academy). Il suo discorso di ringraziamento è stato uno dei più forti della serata (e della storia), ribadendo il diritto delle donne a un’equa retribuzione (avete capito produttori di Boyhood?). Non la prenda come un offesa maschilista, in ogni caso, ma la Nutella bi-color non è buona nemmeno in barattolo, figuriamoci sui vestiti.

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Solange Knowles, dovete anche un po’ capirla: sono sette anni e mezzo che è troppo indaffarata a produrre il suo primo album (di cui hanno perso le tracce pure i parenti) e a picchiare gli energumeni negli ascensori. Perdonatela se non ha tempo, come voi, di perdere tempo con gli stylist. Però bisogna ammettere che ha senso pratico: si è arrotolata addosso direttamente il tappeto rosso e via andare (un tappeto rosso di Christian Siriano, in ogni caso).

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Che al sottoscritto Scarlett Johansson stia simpatica come le vecchie che ti passano davanti dal pescivendolo e si comprano le ultime due orate, è cosa risaputa. Ma non crediate che sia per questo che critico ogni suo outfit. No. Semplicemente non trovo ammissibile che lei sfrutti il red carpet per rinegoziare il suo contratto con la Marvel e imporsi come prossima protagonista di She-Hulk, complice il suo Versace color Borghezio. (E non fatemi parlare del suo girovita, perché se una farfalla che sbatte le ali causa tsunami in Giappone, una volta che la Scarlett si è tolta sta guaina può anche essere che siano scomparsi pure gli anelli di Saturno.)

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Pare che ieri sera Jared Leto, sempre più un ibrido fra Jesus Christ Superstar e un hipster milanese imbruttito coi soldi, andasse in giro a chiedere a tutti: “Cono o coppetta? Crema o frutta? Pistacchio o vaniglia?”.

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Guardando will.i.am, invece, le cose che vengono in mente sono due: o che il progetto dell’ultimo album solista di Fergie sia andato così male che ormai è ridotto a vendere i pop corn al Dolby Theater oppure che stesse pregando Wes Anderson di prenderlo nel suo prossimo film Grand Budapest Hotel 2.

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Keira Knightley, tanto criticata per la sua piatta performance in The Imitation Game, sembra prenderla con sportività. Non le interessa l’etichetta hollywoodiana: per lei va bene sfilare sul tappeto rosso anche con una tenda della doccia a fiori su cui il suo nipotino aveva fatto le prove per imparare a scrivere in corsivo. Ah no, scusate, quello è un Valentino.

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Quando Naomi Watts è andata da Armani Privé per scegliere l’abito non riusciva a staccarsi di dosso l’ultimo copione che sta visionando: la storia di una carcerata chiusa in una cella talmente piccola da non vedere altro che il muro di mattoni di fronte a sé. Ed ecco le conseguenze di eccedere col metodo Stanilavski.

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Ma la regina dello scalpore ieri sera era lei, Lady Gaga, chiamata a cantare un medley da The Sound of Music, scambiandosi poi un commosso abbraccio con la mitica Julie Andrews. E dire che il suo abito di Azzedine Alaïa sembrava anche abbastanza sobrio rispetto ai suoi standard. Ad attirare l’attenzione dei fotografi (e anche del web, che ha creato subito un meme) sono stati i guanti in simil-lattice che fanno tanto cameriera panamense: a forza di sentirsi dire che alle vere dive lei può solo spicciare casa, la Germanotta si è completamente calata nella parte.

ps. Menzione d’onore per l’outfit più coraggioso va comunque al conduttore Neil Patrick Harris, che volendo omaggiare il personaggio di Michael Keaton in Birdman (scandalo!!1!11!! gomblotto!!!11!1) si è presentato sul palco così:

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Posted by Paolo Armelli