Il New Yorker, nel mondo del giornalismo e in particolare in quello della carta stampata, è un’istituzione incrollabile. Non solo per il suo inimitabile mix di articoli, saggi, poesia, narrativa e segnalazioni più leggere sul mondo delle arti e della società americana, per l’esaustiva lunghezza dei suoi pezzi e per le vignette taglientissime. Ma anche perché cura con precisione estrema due aspetti fondamentali della scrittura giornalistica: da una parte il fact-checking, condotto con scrupolo indefesso, e dall’altra l’attenzione alla lingua. Il copyediting della rivista segue regole chiarissime e inderogabili. Un assaggio di questa perizia linguistica lo si ha leggendo il lungo pezzo di Mary Norris intitolato Holy Writ, apparso sul numero del 23 febbraio e ora disponibile anche online.

Norris racconta la sua particolare professione all’interno del New Yorker: da oltre vent’anni, lei è infatti una “O.K.’er”, una posizione che esiste solo in questo magazine. Si tratta non solo di correggere le bozze dei pezzi ma anche di gestirne la pubblicazione assieme all’editor, all’autore, al fact checker e al secondo correttore di bozze (il New Yorker prevede infatti che la lettura di bozze avvenga da parte di due persone differenti), prima che esso vada in stampa. Ciò significa che Norris deve attenersi scrupolosamente alle prescrizioni linguistiche interne, in particolare quelle dettate dalla storica grammatica e correttrice della testata, Eleanor Gould.

Una delle cose che mi piacciono di più del mio lavoro,” confida Morris nel pezzo, “è che coinvolge la tua intera persona: non solo la conoscenza della grammatica e della punteggiatura e delle lingue straniere e della letteratura ma anche le tue esperienze di viaggio, giardinaggio, nautica, canto, idraulica, sul Cattolicesimo, la “Midwesternizzazione”, la mozzarella, la metro A, il New Jersey.” Anche se il luogo comune vuole i correttori come persone estremamente severe e inflessibili, Morris dice di diventarlo solo quando si tratta delle virgole: non è un caso che sia definita “comma queen“.

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In effetti il New Yorker ha una prassi molto particolare riguardo a questo particolare segno di interpunzione, soprattutto quando si tratta di virgole seriali (serial commas). Si tratta di virgole messe a dividere gli elementi di un elenco: quando Aldo Manuzio, stampatore del Cinquecento, inventò a Venezia questo segno lo fece proprio per evitare confusioni e per separare gli elementi delle frasi (komma in greco significa proprio “tagliato via”). Gli anglosassoni hanno questo particolare uso della virgola seriale, detta anche virgola oxfordiana perché in uso presso la Oxford University Press: si impiega quando si elenca una lista di elementi prima dell’ultimo lemma anche se preceduto dalla congiunzione “e”, ad esempio nell’espressione “Lions, tigers, and bears“.

Norris ammette che effettivamente l’uso di questa virgola nella maggior parte dei casi è ridondante perché già la congiunzione copulativa ha il significato di aggiungere un elemento ad un elenco (potremmo dire allo stesso modo “Lions and tigers and bears” o “Lions, tigers, bears“). In altre lingue come ad esempio l’italiano, l’uso congiunto di virgola ed “e” risulta piuttosto inappropriato (il segno di punteggiatura prima della congiunzione è in generale ammesso solo se si tratta di virgola incidentale: “Ho visto tanti animali, ad esempio leoni e tigri, e ho dato da mangiare agli orsi”). Norris però cita ad esempio alcune frasi in cui la virgola seriale è necessaria ad evitare ambiguità di senso:

We invited the strippers, J.F.K. and Stalin.” (in questo caso sembra che le spogliarelliste siano J.F.K. e Stalin; “the strippers, J.F.K., and Stalin” indica, invece, che ci sono tre distinti complementi oggetto)

This book is dedicated to my parents, Ayn Rand and God.

And there was the country-and-Western singer who was joined onstage by his two ex-wives, Kris Kristofferson and Waylon Jennings.

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L’uso delle virgole al New Yorker è quasi sempre motivato da ragioni di significato (come disse lo scrittore americano E.B. White, che collaborò con questo giornale: “Le virgole nel New Yorker cadono con la precisione dei coltelli in un numero da circo, delineano la vittima“). Ad esempio le virgole non vengono usate con le subordinate determinative (restrictive clause), quelle cioè che restringono il significato di un altro elemento della frase e sono quindi fondamentali al significato: “She was a graduate of a school that had very high standards“, da una scuola con alti standard, non da altre; vengono invece introdotte quando si tratta di subordinate non determinative (nonrestrictive clause): “He graduated from another school, which would admit anyone with a pulse“, la frase funziona anche senza la parte dopo la virgola, non resta sospesa.

Insomma il New Yorker utilizza la virgola non come mero segnale per indicare al lettore quando prendere fiato (che è l’altra delle sue funzioni fondamentali) ma per dare un ordine di senso alle frasi, stabilire la gerarchia delle informazioni e la logica con cui esse sono fornite al lettore. Ci sono altri giornali, come l’altrettanto prestigioso New York Times, che preferiscono delegare l’individuazione di questa gerarchia ai lettori senza impiegare una punteggiatura troppo complessa. Norris non condanna questo tipo di atteggiamento ma fa un interessante parallelo con l’imparare ad andare in auto; si può semplicemente mettersi al volante e guidare oppure aprire il cofano e studiare motore e meccanismi: “Per comprendere come funziona la lingua, per padroneggiarne le meccaniche, devi rimboccarti le maniche e unirti agli sciagurati macchiati d’unto mentre ti indicano le varie componenti. Ma se non fa per te, puoi sempre inserire la chiave e accendere“.

Posted by Paolo Armelli