IMG_0905È uscito in questi giorni per Henry Beyle, casa editrice milanese “minuscola” (così si definisce) che pubblica preziosità letterarie con grande cura di stampa, impaginazione e edizione, Giacomo Joyce, opera postuma di James Joyce scritta durante i suoi anni triestini. Racconta dell’invaghimento di Joyce nei confronti di una giovane sua allieva, da identificare probabilmente in Amalia Popper, ispiratrice di altre poesie successive dell’autore irlandese e in seguito traduttrice di cinque racconti dei Dubliners. Come ricorda Franca Cavagnoli, traduttrice e curatrice di quest’edizione, questo amore platonico fu “affidato a otto fogli di carta da disegno ripiegati in due e conservati in una cartellina azzurro pallido“. Dopo la morte di Joyce, questo scritto fu ritrovato dal fratello Stanislaus e pubblicato nel 1968 da Faber & Faber.

Joyce racconta questa passione intellettuale in una specie di poema sentimentale in prosa libera, composto di frammenti lampanti che si succedono a gran velocità. Ci fornisce così una testimonianza assai particolare degli anni dello scrittore a Trieste, città che gli fu cara e in cui scrisse gran parte di Dubliners, tutto il Portrait e alcuni capitoli di Ulysses. Lo stile è ricco e fluente, coloristico e immaginifico. Altro aspetto fondamentale, accuratamente rispettato dalla traduzione italiana, è la musicalità accalorata di questa prosa costellata di ripetizioni, allitterazioni e periodi spezzati. Un paio di passi basteranno per dar conto della ricchezza di questo piccolo capolavoro joyciano per molto tempo perduto:

I rush out of the tobacco-shop and call her name. She turns and halts to hear my jumbled words of lessons, hours, lessons, hours: and slowly her pale cheeks are flushed with a kindling opal light. Nay, nay, be not afraid!

Mi precipito fuori dalla tabaccheria e la chiamo. Lei si volta e si ferma per sentire i miei garbugli di parole che parlano di lezioni, ore, lezioni, ore: e pian piano le sue guance pallide avvampano di una luce opalescente, della legna da ardere. No, no, non avere paura!

*

Long lewdly leering lips: dark-blooded molluscs

Lunghe lascivamente licenziose labbra: molluschi di sangue scuro

*

She walks before me along the corridor and as she walks a dark coil of her hair slowly uncoils and falls. Slowly uncoiling, falling hair. She does not know and walks before me simple and proud.

Cammina davanti a me lungo il corridoio e mentre cammina una scura spira di capelli pian piano si scioglie e cade. Piano piano i capelli si sciolgono, cadono. Lei non lo sa e cammina davanti a me, semplice e fiera.

IMG_0758.JPGIl valore dell’opera, oltre ad essere testimonianza vivace del talento modernista joyciano, sta anche in ciò che ci rivela intimamente del suo autore, il quale, nonostante si camuffi nei vari nomignoli (Giacomo, Jamesy, Jim…), è sempre chiaramente riconoscibile. La forza di questo episodio amoroso della sua vita che Joyce mette su carta sta al contempo nella sua sfacciataggine e nella sua riservatezza. Il sentimento del professore nei confronti della fanciulla è nitido e bruciante ma complicato, nei fatti e nella letteratura, da una modalità che rende questo stesso sentimento sfuggente, enigmatico. Mai consumatosi, si sublima nell’ultima frase, lapidaria e al tempo stesso velatamente (freudianamente) ambigua: “Amami, ama il mio ombrello“.

(L’illustrazione è tratta da qui)

Posted by Paolo Armelli