Sebbene il luogo comune rappresenti la fotografia di moda come qualcosa di patinato, freddo e asettico, a ben esplorare questo mondo si possono scoprire eccessi e zone d’ombra dove effettivamente si sperimenta della creatività anomala. Questo è sicuramente il caso di Terry Richardson, fotografo americano quasi cinquantenne, divenuto un’icona grazie al suo stile essenziale quanto trasgressivo. Figlio di un altro celebre fotografo di moda, Bob (dalla carriera fulminante e brevissima, sfociata poi in una vita di schizzofrenia e vagabondaggio, dopo aver abbandonato moglie e figlio), Richardson si è imposto sulla scena internazionale per i suoi scatti puri, dominati da un flash abbagliante, venati quasi sempre da una sensualità esplicita e impudica, ritratta dal vero senza photoshop o postproduzioni. Con questo suo stile senza pregiudizi e limiti, ha realizzato diverse campagne pubblicitarie (fra tutti Gucci, Marc Jacobs, Sisley) e collaborato con i giornali più quotati, da Gq a Harper’s Bazaar, da i-D a Vogue, Rolling Stone e Vice; suoi sono i ritratti più memorabili di gran parte delle celebrity di questo mondo, da Obama a Miley Cyrus (per cui ha girato il video così tanto chiacchierato per Wrecking Ball – più di 650 milioni di visualizzazioni su YouTube), da Jared Leto a (perfino!) Angela Lansbury, fino a Beyoncé e a Lady Gaga, di cui è assiduo collaboratore e con cui ha realizzato il book Lady Gaga x Terry Richardson, senza parlare degli immancabili enfants maudits dei nostri tempi, Kate Moss, Macaulay Culkin, Lindsay Lohan…

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Una parete bianca, un flash potente – come si diceva, la nudità più o meno esposta delle modelle o degli attori, e poi la sua stessa presenza di fronte all’obiettivo, con gli occhialoni e la camicia di flanella da boscaiolo che lo contraddistinguono: questi egli elementi principali del suo stile. Tutto è eccessivo, sfrontato, volutamente volgare e per questo sottilmente ricercato (Tom Ford dice che Richardson abbia la capacità sempre più rara nella fotografia patinata di “catturare il momento davvero autentico“). In effetti è la sua cifra stilistica: mettere in scena la volgarità e l’eccesso della vita quotidiana, fotografarne  il lato più disturbante, il lato più vero. Ed ecco dunque lo sperma, i freak,  il suo enorme pene in evidenza (spesso e volentieri eretto), le scene di sesso non proprio simulate, le situazioni di abuso, la violenza (quelle sì simulate, si spera). C’è tutta una dimensione unapologetic, come si dice in inglese, e proprio per questa sua illimitata sfrontatezza, i giornali vogliono Richardson per fotografare ciò che altri ritrarrebbero solo esprimendo, attraverso gli scatti, un giudizio di sorta. Invece per Terry Richardson la realtà è lì, illuminata nel suo squallore, nel suo essere in quanto tale (a questo link molte foto esplicite dei suoi lavori più “classici”, compresi alcuni shoot della monografia che gli ha dedicato Taschen, Terryworld).

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Chiaro è che il suo atteggiamento così eterodosso nei confronti, soprattutto, del sesso non può lasciare tutti tranquilli. Nel suo ultimo pezzo di copertina, il New York Magazine ricostruisce gli scandali che stanno minando la credibilità di Richardson negli ultimi tempi, dopo le perplessità che si sono accumulate, a dire il vero, in tutti gli ultimi anni. Una delle accuse più recenti viene da una modella inglese, Emma Appleton, che ha postato un messaggio privato su Facebook mandato dall’account di Richardson (rivelatosi poi falso), in cui le diceva: “se scopi con me ti faccio fare uno shooting a New York per Vogue“. Acclarata l’infondatezza del fatto, non si sono fermate le rivelazioni: come racconta il sito femminista Jezebel, la modella Jamie Peck, 19enne all’epoca delle foto scattate col fotografa, lo accusa di essersi denudato e di averla indotta a masturbarlo su un divano, e questa è un’esperienza che anche molte altre giovani donne hanno confessato. Dall’entourage di Richardson viene la difesa più netta: è acclarato e documentato, ad esempio, che Terry abbia l’abitudine di denudarsi mentre fotografa, soprattutto per invertire i ruoli e mettere “a proprio agio” le modelle prima di scatti di nudo; lui stesso afferma: “Non siamo mai solo io e la ragazza. Ci sono sempre assistenti, altre  persone, o le modelle si portano degli amici per divertimento. Sempre di giorno, senza droghe né alcool. E’ come un evneto, c’è energia, c’è divertimento, eccitazione nel fare queste immagini forti, tutto qua. Persone che collaborano ed esplorano la sessualità e si fanno foto.”

Secondo dichiarazioni passate (come una dell’artista su un calendario realizzato per Vice nel 2002: “I think every person there fucked someone. It was intense“), molti degli shooting di Richardson finivan0 in qualche modo per passare il limite di una sessualità solo esibita e fotografata. Forse è anche inevitabile che ciò accada, quando si entra in un immaginario così esplicito e per certi versi così malato (l’articolo del New York Magazine ripercorre l’infanzia e l’adolescenza di Richardson evidenziando enormi problemi di abbandono da parte dei genitori, precoce abuso di sostanze, ossessione per tematiche forti come il sesso e la violenza). Di certo prendere una modella neomaggiorenne e metterla di fronte all’enorme pene di uno dei fotografi più gettotati è metafora di un dominio indotto, del maschio prevaricatore ecc. (“A Kate Moss, a Miley Cyrus non è stato chiesto di prendere in mano un cazzo. Ma queste altre ragazze, diciannovenni di Nonsisadove (…) diranno veramente di no? Tornando così al paesello? Non c’è vera scelta, è una falsa scelta”, ha dichiarato al Magazine un’agente fotografico).

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C’è anche da dire che indulgere eccessivamente nella morale (quando non siano riscontrabili effettivi reati o abusi, ovvio, e in caso di modelle completamente consenzienti) significa anche non cogliere gran parte del messaggio che le foto di Terry Richardson vogliono trasmettere. Non semplicemente un messaggio di liberazione, probabilmente, ma anche un’analisi delle ombre più sporche che animano questa società. Un po’ come David LaChapelle fa esasperando la lucentezza e il gonfiore e l’innaturalità artistica delle celebrity che immortale, allo stesso tempo Richardson prende gli abitanti più oscuri del capitalismo americano e li ritrae nel loro tentativo di salvare l’anima in un mondo corrotto, nonostante tutte le devianze che appaiono in foto. C’è dell’intimità, c’è una sfrontatezza pura in tutto questo squallore. C’è il bisogno di passare un limite, di sporcarsi le mani la faccia i genitali, c’è una vita messa in pericolo dalla vita stessa. Credo che Richardson abbia trovato uno stile estremamente convincente e contemporaneo per ritrarre tutto ciò (almeno fino a una decina d’anni fa, a dire il vero), ma forse dovrebbe evitare che la sua mania trasformi la sua arte in abuso e sopruso di potere. Perché essendo quella linea morale così sottile e così difficilmente interpretabile, probabilmente rimarrebbe solo quello: un vecchio bavoso superdotato che, con la scusa delle foto, si fa fare servizietti dalle modelle cretine.

Posted by Paolo Armelli