9788830438637_la_presentatrice_mortaÈ un libro piuttosto insolito, La presentatrice morta (Longanesi) di Peppi Nocera, uno dei più importanti autori televisivi italiani da Non è la Rai a Matricole-Meteore, da X Factor al recentissimo successo di Bake Off Italia su Real Time. Insolito perché è raro che un romanzo italiano abbia un narratore così presente, per non dire invadente nella storia, un narratore che guida il lettore quasi fosse il regista di un film di parole (“Fine dei sogni, e siamo costretti a tornare indietro di ventiquattro ore“, “Ma andiamo avanti con la storia“, “Entriamo anche noi [nella stanza], va‘”), quando non si trasforma in un commentatore ironico che strizza l’occhio o punzecchia chi legge (“Be’, allora perché soffermarsi così tanto…? Ma perché sta per succedere un fattaccio!“, “Vorreste sbirciare il suo quadro astrale, vero? Be’, fatevi i cazzi vostri“).

Già si capisce che anche il linguaggio di questo narratore è del tutto sui generis, anticonvenzionale. La trama – il titolo è chiaro – verte su una conduttrice televisiva dal successo ormai scricchiolante, appunto per questo ancor più avida malvagia e ricattatrice che mai, la quale proprio nel giorno del cinquantottesimo compleanno (e all’indomani della rivelazione di una serie di scandali che l’avrebbero per sempre compromessa) viene trovata morta nella propria stanza. Questo è il pretesto, per Nocera, di costruire due livelli narrativi che si sovrappongono e poi s’intrecciano: da una parte il “giallo”, o meglio il noir, che circonda la morte della presentatrice, con i sospetti che avvolgono praticamente chiunque avesse a che fare con lei, compresi i familiari, ma anche con la misteriosa comparsa di un’altra donna, Etta Benetti, destinata a prenderne il posto in tutto e per tutto; dall’altra lo scrittore si diverte – ma è un divertimento dolceamaro – a dipingere gli ambienti patinati eppure squallidi, ipocriti e cafoni della Roma dell’ambiente televisivo, dei Parioli, di Roma Nord (“Uh, i party a Roma… Devi essere di buon umore, un po’ guardone, pronto al dileggio attivo e passivo… Bisogna essere pronti al pick your crime e cioè stare attenti, ma molto attenti“).

Il veleno delle dicerie, la pochezza delle ripicche personali, la superficialità dei giudizi, la mostruosità delle dipendenze da sostanze stupefacenti o da interventi di chirurgia plastica: è un ambiente malato, bifronte, sempre pronto a ballare sul cadavere più fresco. È una “grande bruttezza”, raccontata qui con un’ironia avvincente e un’inventiva pantagruelica del linguaggio, sempre sul filo che si tende fra il sorriso compiaciuto e la perplessità disgustata: “promettiamo d’ora in poi di non fare questi giochetti, onde evitare pericolosi parallelismi con trailer/promo a effetto di miniserie o film tv, con cui in un minuto scarso si cerca di smuovere l’attenzione di pensionati dalla prostata debole o ninfette al quarto anno d’istituto tecnico per il turismo con àtelevisiòne come sognonercassetto, broker con ulcera perforante o scultori concettuali negati“. O ancora: “I bassotti sono le commesse di Hermès del mondo canino: gran toni, gran supponenza, sopportano a stento la Proprietà con la quale sono costretti a mantenere un regime di pax di convenienza solo perché hanno ben presente che è la fonte del loro sostentamente, ma in realtà, se solo potessero, la infibulerebbero senza un minimo di pietas”. È, insomma, uno stile espressionistico e fluviale che concatena immagini ricercate, talvolta snaturate, che ricorda alla lontana i postmoderni, da Palahniuk a Easton Ellis, passando per il Tommaso Ottonieri di Crema Acida. Il tutto è però mantenuto su un livello più leggero, semiserio, per certi versi più glam, e certi passi del libro sono vittima della fragilità dello stesso mondo che racconta (per non parlare dell’aggettivo “assertivo”). Perché di tutto questo squallore si riesce perfino, a tratti, a riderne, nel più ricercato umorismo nero.

Tale mondo è soprattutto quello della televisione, dunque, spietato e malato, che Nocera conosce in prima persona e sublima in certi punti della sua narrazione (i più esperti del settore hanno cercato nei vari personaggi e nei vari episodi riferimenti reali al nostro panorama catodico). Il bilancio è, in ogni caso, poco lusinghiero anche se di brillante sincerità: “Chi fa televisione sono se la passa benissimo. Il mobbing, il compromesso, la fatica, la frustrazione sono la norma in ogni tipo di lavoro di gruppo. Ma se lavori in televisione sei soggetto, a prescindere dall’incarico che ricopri, a ben altri dash di ansia e disperazione. (…) Tutto questo delirio incerto, tutto il monte-ore spenso a filosofeggiare su una scaletta centellinata in ogni singolo punto con entusiamo e professionalità (…) vengono oggettivati, valutati e digeriti alle dieci di mattina del giorno dopo:come una mannaia impietosa, come un premio allo sforzo, come uno schiaffo alla tua presunzione o come un merito immeritato, alle dieci di mattina escono i dati di ascolto e tutti quelli che con la televisione ci pagano dalle bollette alla scuola per i figli sono colti da questa febbre che assegna una percentuale al tuo programma.Tutto diventa numero, cioè, tutto diventa dato quantificabile e traducibile in pubblicità (“più che marketing, un marchettificio“) e dunque in denaro. Eda Dolci è proprio prigioniera di questa trappola autoalimentante fatta di concorrenza negli ascolti e sempre maggior ingordigia di denaro e potere, ingordigia che la spinge a farsi parecchi nemici, fra cui la più crudele è proprio lei stessa.

Il mistero della morte della vedette televisiva si fa sempre più fitto soprattutto nella seconda parte del libro, quando piano piano e con un meccanismo a svelamento si inizia a far luce sugli intrighi che le giravano attorno. Ad evitare la pesantezza da detective story, il cui timore è peraltro palesato (“È tutto un repertorio di spy story di serie B, sembra di stare in uno di quei film degli anni Sessanta“), ci sono una serie di personaggi strampalati e perfino divertenti nella loro tragedia: la filippina che sa tutto ed è forte come un lottatore di arti marziali; l’ereditiera greca che non sa farsi i fatti propri e corrompe chinque; la fidanzata di Arianna Dolci, figlia di Eda, che è una FtoM e a un certo punto si fa chiamare Augù. E poi, accanto a una serie di macchiette variamente orribili (il chirurgo coprofago, il marchettaro bisessuale, l’imprenditore sadomaso ecc.), due figure che si stagliano per la loro fragilità e dedizione estrema alla verità: Matteo Dolci, l’altro figlio, e l’amica di famiglia Carla Lessing. Due figure laterali, che non cercano il clamore riservato degli altri personaggi, che si ritirano in loro stessi e fanno in silenzio e segreto il loro percorso di ricerca. In tutta questa spasmodica e sterile ricerca della ribalta, dell’acclamazione, del far parlar di sé, la lezione, l’auspicio scritto fra le righe di Nocera sembra essere proprio questo: “In un futuro prossimo ognuno potrà ambire a quindici minuti di anonimato“.

Posted by Paolo Armelli