Quando comprate un vestito da Zara e una commessa vi aiuta voi pensate giustamente che quella commessa è pagata per quello che fa e da lei pretendete un servizio appunto per questo. Vi siete mai domandati, invece, quando leggete un articolo scritto su un giornale o online, se chi l’ha scritto è stato pagato oppure no? Pretendereste lo stesso di ricevere ils ervizio di essere informati?

Nei giorni scorsi in molti hanno condiviso la notizia che Luca Sofri avrebbe detto al Festival del Giornalismo di Perugia che il lavoro giornalistico non deve necessariamente essere pagato. In realtà, andando a indagare (giornalisticamente?) e vedendo il video qui sotto del suo speech (dal minuto 54:55), si capisce che quel virgolettato è una semplificazione (giornalistica?) ma piuttosto fuorviante. In verità Sofri ha fatto un discorso complicato, e forse contraddittorio e vago su alcuni punti, ma il succo di quello che dice lui è: avendo il giornalismo una sua etica e una sua missione e una sua passione che si connotano anche in termini di utilità sociale e civile, spesso uno che fa questo mestiere sceglie di non essere pagato per alcune attività che svolge appunto seguendo questa etica, missione, passione. In altri termini: in genere ci si fa pagare, ma a volte (in determinate condizioni magari di affinità con le cose a cui si partecipa, o per fare un favore ecc.) la ricompensa si sceglie che non sia economica ma di soddisfazione personale. Ci deve essere una scelta di chi scrive, appunto, non di chi richiede.

Sofri poi parla delle collaborazioni del Post e di quelle di altre testate, e qui la cosa si fa effettivamente più spinosa: il Post ha pochissimo budget (è una realtà piccola con effettivi problemi a pareggiare il bilancio, essendo fatto con pochissimi mezzi) e quindi quando riceve proposte di collaborazione esterna in molti casi la richiede gratuitamente, ammesso che il collaboratore accetti di cedere i suoi contenuti perché appunto mosso da motivazioni altre, non economiche (visibilità, passione ecc.); ovvio che magari altre testate con più mezzi adottano la stessa tecnica della richiesta di cessione gratuita, vuoi mosse dalla stessa logica vuoi perché effettivamente vogliono sfruttare i poveri collaboratori (che anche quello del Post sia, alla fin fine, uno sfruttamento oppure no c’è da discutere, ma forse lo è).

Veniamo alla questione generale: pagare per avere dei contenuti. Il quadro della situazione: i media sono in crisi nera, non ci sono soldi (anzi spesso ci sono più sperperi che soldi), la conformazione del sistema attuale dell’informazione – con internet, la mobilità ecc. – richiede un numero spropositato di contenuti (della qualità parliamo un’altra volta). Dunque serve un numero consistente di collaboratori. Che non si possono pagare (quasi mai). Uno che inizia a fare questo lavoro (come me, circa) in questa situazione ci vive costantemente. Per essere presente, visibile, condivisibile bisogna produrre contenuti in continuazione (post sui blog, articoli sulle testate, tweet ecc.). Qual è la percentuale di tutti questi contenuti – la cui produzione occupa potenzialmente delle giornate intere – che viene pagata? Il 5%, a farla grande. Ci si campa? No, nel modo più assoluto. E allora perché farlo?

Qui si ritorna al discorso di Sofri, che faccio mio solo in parte per dire un’altra cosa. Questo sistema (media in crisi che sfruttano chiunque per fare comunque soldi loro) fa schifo nel modo più assoluto ed è abbietto e irrispettoso. Io sono convinto che in qualche modo prima o poi imploderà (per la questione della qualità, ma ne parliamo un’altra volta) e può essere che dal crollo del sistema editoriale poi magari si rifonderà un sistema più equo e in cui vige la regola “pubblichiamo solo ciò che paghiamo”. Nel frattempo che fare? Sopravvivere, dico io. Ma non sopravvivere noi come aspiranti giornalisti-blogger-produttori di contenuti spiantanti e senza un soldo, ma sopravvivere tutti come sistema di persone che informano e vengono informate. Perché potremmo benissimo andare a fare i commessi da Zara domani (consci che si vien sfruttati anche lì), ma se stiamo qui a scrivere delle cose è perché magari abbiamo (più o meno) un’etica, una missione, una passione. Non ci facciamo pagare sempre nella prospettiva di essere pagati in futuro, ovvio. Ma non ci facciamo pagare anche per avere comunque una nostra voce, per poter dire delle cose, per avere un pubblico che ci ascolta e a cui auspicabilmente trasmettiamo qualcosa (è una specie di continuo ricatto ambiguo e per noi stessi necessario). Nel frattempo cerchiamo soldi altrove, facendo altri lavori.

Ripeto, è uno schifo e molte realtà giornalistiche (anche insospettabilmente e in modi così subdoli da non sembrare nemmeno tali) se ne approfittano in modo vergognoso. Ma la nostra è una specie di resistenza, a voler scomodare un confronto improprio. E questa non è una giustificazione allo sfruttamento, ma solo una presa d’atto della situazione. Che accettiamo malvolentieri, facendo sacrifici e subendo angherie, perché seguiamo etica, missione, passione. Sperando che quelli che son venuti prima di noi e dietro di loro non lasceranno nulla se non macerie, siano così intelligenti da dare la possibilità a qualcuno di proseguire da dove loro hanno fallito.

Posted by Paolo Armelli