Di Nymphomaniac di Lars Von Trier vi hanno parlato tutti dappertutto, prevalentemente presentandovelo come una specie di lungo porno d’autore per stuzzicare le vostre (nostre) aspettative di pubblico medio. In realtà è qualcosa di peggio sotto diversi punti di vista: innanzitutto perché è un film hardcore mancato (ne esistono due versioni, entrambe divise in due parti, una più edulcorata e l’altra con tutte le lunghe ed esplicite sessioni di sesso), ma soprattutto perché – volendoci trovare giustificazione artistica, scelta doverosa per uno con la carriera di Von Trier – l’indagine cinematografica su un tema così ampio e complesso (al di là dei giudizi morali la ninfomania è un intenso e intrigante pozzo di umanità sofferente) viene raccontata in un modo da banalizzare qualsiasi tentativo di elevarla o cercarvi profondità. La storia (il pretesto): Joe, interpretata da una sempre vivida Charlotte Gainsbourg (ma aveva proprio bisogno anche di questo ruolo?), viene ritrovata picchiata e svenuta dal vecchio Seligman (Stellan Skarsgard), che la accoglie in casa sua e l’ascolta raccontare tutte le vicende che, fin da piccola, hanno caratterizzato la sua sregolata esistenza di ninfomane. Si compie un confronto – qui l’idea è interessante e piena di significati – fra una donna visceralmente ossessionata dal sesso e un uomo erudito ma assessuato, che con i propri riferimenti alla storia della letteratura, dell’arte della religione cerca di giustificare e in qualche modo salvare i comportamenti della donna. Ma questa cornice “nobile” è del tutto svilita da un racconto a ritroso delle avventure sessuali di lei, del tutto normali se viste nello spettro di possibili esperienze, inclinazioni e depravazioni erotiche che esistono al mondo: il problema è che molto spesso le situazioni sono palesi cliché da siti porno in streaming (il sadomaso, il sesso coi neri superdotati, il lesbismo con la “figlia”, il sesso di gruppo ecc.) e le interrelazioni sono trattate con toni grotteschi, esagerati (vedi la scena con protagonista Uma Thurman, la moglie tradita), per non parlare delle improbabili svolte e coincidenze narrative (il film vorrebbe essere anche ciclico, con numeri e situazioni e personaggi che ritornano in vari episodi della pellicola, ma senza un vero palinsesto a giustificarli).

chapter_2_photo_by_Christian_Geisnaes

La prima parte è decisamente la più grottesca e involontariamente comica, la più volutamente stucchevole, con la sua fotografia e le sue ambientazioni da porno tedesco degli anni ’70  (si salva, forse, solo la scena della malattia e del decesso del padre della protagonista, interpretato da un redivivo Christian Slater, in cui ci sono un paio di momenti che fanno breccia nella superficialità generale). La seconda parte, invece, acquista una dimensione più cupa, introspettiva, man mano che Joe cresce e mescola la sua ossessione ad altre esperienze più o meno traumatiche come la maternità, la violenza, l’abbandono, la morte. Ma, anche lì, tutto ciò che von Trier accenna di profondo, ambiguo e imperscrutabile viene calpestato da svolte narrative improbabili, digressioni didattiche antiritmiche, infarciture ideologiche improprie (indovinate: alla fine la sex addiction è una battaglia della donna contro la dominante maschile, non ve l’aspettavate, nè?); il discusso regista non manca di infilare quando uno meno se lo aspetta frasettine su antisionismo e pseudofascismo, ma quello uno lo mette anche in conto. Anche in questa parte ci sono dei momenti di profondità (il discorso apologetico sulla pedolofia non consumata, ad esempio, che instilla parecchi dubbi sullo spettatore), ma la sensazione finale è che non basti affidarsi a un’esasperata estetica genitale – anche la versione “censurata” presenta molte scene esplicite e parecchi primi piani di peni e vagine –  per raccontare una storia di perdizione, solitudine e redenzione. A tutto ciò si aggiunge un finale che toglie la minima speranza di salvezza al film (c’entrano un insospettabile vecchio porco e una porta chiusa).

Nymphomaniac è un film interessante? Sì, è un (ennesimo) tentativo di esplorare la sessualità e i suoi meandri più oscuri che la morale comune tende a sotterrare. Non si può proprio dire, invece, che sia un film riuscito, o che riesca a bilanciare la sua esplicita natura erotica con un contraltare di motivazione artistica, ideologica, narrativa altrettando di spessore. C’è quasi un’esasperata ricerca dell’effetto, dello stupore, del progressismo sessuale, ma che sui titoli di coda appare come un esercizio (masturbatorio?) fine a se stesso.

Posted by Paolo Armelli