Precisissimo nel disegno, raffinato conoscitore delle linee femminili, intellettuale appassionato di ogni forma d’arte e di bellezza, introverso e tendente all’insicurezza più cupa, ma in fondo anche animo ribelle e iconoclasta: tutto questo era Yves Saint Laurent, l’ultimo grande couturier francese morto nel 2008. E tutto questo è Yves Saint Laurent, il biopic di Jalil Lesper uscito in Francia all’inizio dell’anno e qui da noi da pochi giorni. Il film è una biografia fedele che racconta la storia del giovane pieds noirs (così venivano chiamati i francesi nati in Algeria, colonia fino al 1972), notato giovanissimo da Christian Dior, a cui succederà nel 1957, appena ventunenne. Da lì sarà un’ascesa inesorabile: nel 1962 fonda la propria maison eponima, nel 1966 è il primo stilista d’alta moda ad aprire un negozio di prêt-à-porter, Saint Laurent rive gauche; dagli inizi rigorosi, essenziali eppure estremamente fantasiosi e femminili (a consacrarlo è la collezione “Trapèzes”, nel segno della continuità Dior eppure già oltre) fino alle sperimentazioni più ardite, che lo porteranno a trasporre i quadri di Mondrian, Van Gogh, Matisse sugli abiti, o a sublimare potentemente l’immaginario dei costumi tradizionali asiatici o di quelli artistici russi (“Ballets Russes” sarà una delle sue ultime, epocali sfilate d’haute couture, nel 1976, e così si conclude anche il fim), o ancora a introdurre per primo nei défilé femminili l’animalier o i capi maschili (“Libération” del 1970, altra collezione-scandalo che segnò un’era di emancipazione).

Viene facile raccontare questo film attraverso i dati oggettivi della geniale carriera di Saint Laurent perché la pellicola è sostanzialmente questo, quasi mancasse, a volte, un vero piglio registico o di sceneggiatura a dettare il passo. In aggiunta c’è l’avvincente percorso biografico, che nel caso dello stilista si identifica principalmente nel suo rapporto col compagno di una vita Pierre Bergé: i due si amarono dal primo momento, furono soci e amanti inseparabili, anche se si fecero molto soffrire, fra tradimenti e reciproche sopraffazioni. Eppure non si lasciarono mai e Bergé fu un punto fermo fondamentale anche quando Saint Laurent, abbandonata la goffaggine dell’adolescente ex seminarista cresciuto troppo in fretta e dal talento troppo grande, rispose ai propri demoni interiori (la timidezza, l’insicurezza, la depressione) con altri demoni più pericolosi: l’alcool, le droghe, la depravazione (i miei “faux amis“, li chiamava). A dare corpo in modo eccellente a questa vicenda amorosa intensa e assai complessa ci pensano i due attori protagonisti, entrambi della Comèdie Française: Pierre Niney è Yves, in una somiglianza che è quasi impressionante; Guillaume Gallienne, già trasformista straordinario nel recente Tutto suo madre, è il paziente, saggio, “quadrato” Bergé.

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Una biografia, questa, che non fa sconti sui lati oscuri della vita dello stilista, ma che risulta in fondo una celebrazione neutra della sua vita (con, forse, un piede calcato nella direzione di un’agiografia di Bergé, supervisore attento della pellicola e descritto come puntuale salvatore del suo amato). Tutto nel film è però studiato in modo meticoloso per far risaltare l’eccezionalità di un’esistenza, di un talento come pochi: i costumi sono quelli originali dell’archivio storico della maison (la haute couture chiuse nel 2002, quando Yves si ritirò dalle scene, mentre il pret-à-porter a marchio Saint Laurent è continuato sotto la proprietà PPR-Gucci con Tom Ford, Stefano Pilati e oggi Hedi Slimane); attrici bellissime danno volto e movenze a quelle che sono state le muse predilette e fondamentali dell’artista, da Victoire a Betty Catroux fino a Loulou de la Falaise; i luoghi sono quelli di una Parigi immortalmente bella (da cartolina?), ma soprattutto del calore suggestivo del Jardin Majorelle, che la coppia Saint Laurent-Bergé acquistò a Marrakech e dove oggi riposano le ceneri dello stilista. Tutto curatissimo, dunque, tutto disegnato come se fosse un perfetto, complesso, ricco, stravagante disegno di Yves Saint Laurent; l’unica pecca è quella per cui, appena si intravede una profondità, una spigolosità, un abisso nero, essi vengono appena accennati, come pennellate superficiali che solo adombrano un quadro luminoso (forse farà diversamente Saint Laurent di Bertrand Bonello, produzione completamente diversa prevista per fine anno e che coprirà gli eventi dal 1976 in poi).

Con i suoi difetti appena accennati, Yves Saint Laurent rimane un film che colpisce e che fa sognare, com’è inevitabile di fronte al racconto di quelle esistenze che vestono, nel tocco luminoso del talento come nelle oscurità gelide della depressione, quell’abito perfetto che siamo soliti chiamare genio.

Posted by Paolo Armelli