Esce domani anche in Italia Kiss Me Once, il dodicesimo album in studio della cantante Kylie Minogue, atteso impazientemente dai fan dopo Aphrodite di quattro anni fa, ma anche da molti appassionati ancora convinti che il pop sia una cosa seria. Nonostante nel nostro Paese le vendite siano sempre state altalenanti e la sua fama non del tutto brillante, in molti l’hanno rivalutata – ed è tutto dire – solo per “Limpido”, il recente duetto con Laura Pausini; ma anche chi non le riconosce statura di diva indiscussa, considera Minogue un’artista comunque da tenere d’occhio per capire dove si muove un certo tipo di scena musicale.

Con una fama ben più consistente nel Regno Unito, nella nativa Australia e in insospettabili paesi dell’Asia e del Sudamerica, di certo Kylie Minogue è stata protagonista delle ultime quattro decadi della musica commerciale (si vedano le rivisitazioni orchestrali delle sue hit in The Abbey Road Sessions dell’anno scorso). Anche i più scettici sono costretti ad ammetterlo: che si tratti del chew-pop preconfezionato che le propinavano Stock, Aitken e Waterman negli anni Ottanta, delle esperienze un po’ indie dei Novanta o del prepotente ritorno in auge nelle vesti di nu-disco diva, Kylie ha continuamente dato un valore aggiunto a qualsiasi cosa facesse. Mai strillata, mai prepotente, sempre moderatamente sperimentale eppure mai troppo indecifrabile, la carriera dell’ex protagonista di Neighbours ha lasciato il segno nell’immaginario pop proprio perché ha evitato spesso il paradosso che domina quel particolare mondo musicale: l’immagine, curatissima, deve essere comunque un veicolo della sostanza, non sostituirsi ad essa.

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Kylie, in fondo, è una “natural”, come si dice in inglese: fa quello che deve fare apparentemente senza sforzo. E, a differenza di personalità molto più ingombranti come possono essere Madonna o Lady Gaga (la trinità dell’europop, in fondo, è più o meno questa), lo fa mantenendo un atteggiamento conciliante nei confronti di media e fan: ha sempre scelto i produttori giusti, i collaboratori giusti, gli stilisti giusti (il libro Kylie Fashion uscito per Taschen due anni fa è proprio una celebrazione di venticinque anni di costumi camaleontici e spesso avanguardisti), perfino i fidanzati giusti: in passato è stata legata al fotografo francese Stephane Sednaoui e, prima ancora, a Michael Hutchens degli INXS, che le ha dedicato “Suicide Blonde”. Ostinata nell’accattivarsi sempre larghe fette di pubblico mainstream, ha cercato al contempo collaborazioni originali e alternative, dal cantautore maledetto Nick Cave nella struggente “Where The Wild Roses Grow” ai registi indipendenti che l’hanno accolta nelle loro pellicole (il più recente è Leos Carax per il suo Holy Motors, in concorso a Cannes nel 2012).

La sensazione, comune a fan entusiasti e no, è che la stella di Minogue brilli pur senza tutta la luce che meriterebbe: prima del 2001, anno in cui dominò le classifiche mondiali con la sopracitata “Can’t Get You Out Of My Head” e l’album Fever, Kylie Minogue ha ben conosciuto gli alti e i bassi della fama, tanto che il suo motto, quando con mezzi limitatissimi doveva comunque mettere in piedi spettacoli pop degni di questo nome, era “In case of doubt add more glitter”, i brillantini come unico modo di camuffare il low budget. La sindrome dell’eterna seconda – a meno che la Ciccone non ceda la corona, è destinata a rimanere per sempre la Principessa del pop – sembra anche essere il motore che la fa lavorare con più metodo e dedizione e, negli ultimi anni, la diva australiana ha sapientemente compreso di dover diversificare il suo business: oltre alla musica e alla recitazione, ha lanciato a suo nome profumi e linee di homeswear e nell’ultimo periodo è diventata giudice del talent musicale The Voice sia in Australia sia in Uk, dove la sua sola presenza ha risollevato di molto gli ascolti.

Uno dei crucci di Kylie è sempre stato poi il mercato americano, l’Eldorado tanto agognato di ogni star che si rispetti: lì ha sfondato solo due volte, agli esordi e nei primi Duemila. Gli Australiani sono però tenaci: l’annuncio l’anno scorso di un cambio nel suo management, in cui lo storico collaboratore Terry Blamey è stato sostituito dal colosso Roc Nation di Jay Z, è stato letto come un ulteriore tentativo di riposizionare la sua carriera oltreoceano. Il nuovo album Kiss Me Once, dalla gestazione, per ammissione della stessa artista, parecchio travagliata, è atteso anche per questo motivo: le undici tracce, prodotte da grandi nomi come Pharrell, Ariel Rechtshaid – produttore della girl band rivelazione Haim – e MNEK, con la connazionale Sia a fare da executive producer, sembrano sfacciatamente pensate per accattivarsi il pubblico USA. Accanto a brani tipicamente nelle corde della cantante (“If Only”, “Fine” e il brillantissimo primo singolo “Into The Blue”), si trovano pezzi molto più contaminati come “Million Miles” e la stessa title track; c’è poi sesso, tanto sesso, che trasuda anche solo da titoli come “Sexy Love” (un po’ la “All For You” di Janet Jackson dei giorni nostri), “Sexercise” e “Les Sex”, un pezzo quasi assurdo ma perfettamente orecchiabile.

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Kiss Me Once, che a tratti sembra remixare elementi di alcuni suoi dischi precedenti, fra cui X del 2007 e i suoni urban di Body Language del 2003, nasconde anche momenti insoliti e inaspettati, come la traccia prodotta da Pharrell nel stile più tipicamente electrofunk, “I Was Gonna Cancel”, scritta – racconta Kylie – in un giorno tanto emotivamente instabile da far rischiare di annullare le sessioni di registrazione; o come “Feels So Good”, la riproposizione in veste Kylie-esque di “Indiana”, pezzo del cantautore britannico Tom Aspaul, uno dei produttori delle Sugababes delle origini; anche “Beautiful”, il duetto tanto chiacchierato con Enrique Iglesias (altro occhiolino agli amici americani), dopo un paio di ascolti fa apparire raffinato perfino l’abusato vocoder. Perché la cifra ultima di Kylie sembra essere questa: aggiungere classe e consapevolezza a qualsiasi cosa, che si tratti di un’intensa ballad, un pruriginoso pezzo dance o una linea di lenzuola per la casa, senza dimenticare un pizzico di divismo. Dove ha presentato, ad esempio, le nuove canzoni di Kiss Me Once per la prima volta? In un vecchio pub londinese, ma arredato con un sacco di lustrini.

Posted by Paolo Armelli