È difficile dire in quanti modi diversi Her (Lei) di Spike Jonez, che l’altra notte si è aggiudicato l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale, sia un film toccante e contemporaneo. Toccante, ai limiti del disagio, proprio in quanto contemporaneo. Anche se l’ambientazione è quella di una città futuristica (un po’ Los Angeles, un po’ Shanghai) in cui uomo e computer sono completamente simbiotici, altri elementi – i colori pastello di arredamento e abiti, le vite alte dei pantaloni e le montature degli occhiali, i baffi anni Settanta – inducono uno straniamento temporale che è un po’ la chiave del film: in quella futuristica confusione emotiva ci troviamo già ora.

In effetti al centro della trama c’è la relazione fra Theodore (Joaquin Phoenix), scrittore di lettere per conto terzi, e Samantha, il sistema operativo interattivo che gli fa da assistente e confidente (la voce originale è di Scarlett Johansson, in italiano di una seducente e convincente Micaela Ramazzotti), che si fa via via più stretta e intima fino a diventare amore, amore fra un essere reale e un’entità virtuale ma senziente. Ovviamente un simile rapporto si fonda su un terreno di isolamento, solitudine, insicurezza, ma è anche favorito da strumenti tecnologici che – nella realtà come nella finzione – permettono di costruire interazioni digitali che sembrano più reali del vero. Siamo davvero così lontani da quel livello, quando passiamo le ore a chattare su Facebook, cerchiamo compagnia in strumenti di dating online, oppure ci facciamo cercare l’anima gemella da algoritmi elettronici?

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Ma Her non è una critica sociale sull’impoverimento delle relazioni umane a causa dei computer, è anzi una riflessione profonda e mai banale su questioni fondamentalmente reali. In effetti un sistema operativo come Samantha non è altro che la sublimazione del concetto archetipico dell’anima gemella, come se ognuno di noi, novello Pigmalione digitale, potesse crearsi il partner d’interazione ideale. Il problema è che i rapporti d’amore sono sentieri intrecciati ma che spesso possono crescere ramificando altrove (questo, ad esempio, è il motivo di rottura fra Theodore e la sua precedente compagna), e stare al passo all’evoluzione dell’altro è il punto cruciale di ogni storia.

C’è quasi un sottofondo platonico a questa vicenda di amore inconciliabile: dapprima è l’uomo, reale e incoerente, a non riuscire a dare verità a un rapporto con una donna troppo corrispondente all’ideale per essere vera; in seguito è quest’entità ideale a non poter dare riscontro continuativo all’imperfezione della limitatezza dell’essere umano, e quindi moltiplica il proprio “cuore” e lo dona a più soggetti (in una presa di coscienza e indipendenza che richiama quasi l’Al di 2001 Odissea nello Spazio). Sembrerà una situazione estremizzata dal rapporto uomo-macchina, ma lo stare al passo con l’altro non è la lama sottile su cui scorre ogni relazione amorosa? Non è l’insoddisfazione mai esaurita nel non poterci completare nell’altro, soprattutto quando questi non è più al nostro fianco, a trasformare ogni ricordo in una bugia e ogni presente in un’agonia?

Raccontare Her come una storia d’amore, seppur atipica e complessa, è comunque banalizzarlo. Perché questo film riflette su una varietà di temi che sono appunto il tessuto su cui, senza quasi accorgercene, stiamo costruendo la nostra contemporaneità: i limiti etici dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, ad esempio, oppure l’ossessione compulsiva con cui ci affezioniamo ai o attraverso i mezzi telematici, o ancora il senso di spaesamento che proviamo quando, nella folla, siamo ancora del tutto soli. Jonez non dà risposte, anzi la sua sembra – come nella perfetta e poetica scena finale – una contemplazione quasi stupita di questo brulicante scenario di stimoli e riflessioni. Tutto è condotto con una mano luminosa e delicata, in cui la proiezione futuristica non è mai eccessivamente marcata e in cui le atmosfere sono tinteggiate – a colori pastello, come si diceva – per darci un ultimo tocco di rassicurazione, complici le magnifiche colonne sonore di Arcade Fire e Karen O degli Yeah Yeah Yeahs (anche il pezzo The Moon Song era candidato agli Oscar).

Alla fine del film Theodore sembra ricevere un grande dono da parte del sistema operativo che forse ha amato e forse l’ha amato: è un dono di lucidità e maggiore consapevolezza, anche se ancora sfumata nel dubbio. Un po’ come si sente lo spettatore all’uscita della sala, come appena risvegliato da un bel sogno rivelatore di cui alcuni aspetti ci appaiono ancora sfumati.

Posted by Paolo Armelli