Pubblicato originariamente su Wired.it:

“I filtri di Instagram hanno rovinato tutto”: lo dichiara Patrick, il protagonista della nuova serie della Hbo “Looking”, riferendosi al fatto che sulle tante applicazioni che aiutano i gay (ma sempre più anche gli etero) a trovare appuntamenti online, ormai non si riesce più a capire se una persona è realmente attraente oppure no, tanto le foto dei profili sono ritoccate. Frivolezze a parte, è un dato di fatto che nell’epoca dei selfie e di Photoshop ormai le fotografie sembrano non essere più un mezzo molto attendibile per ritrarre la realtà.

Il fotoritocco è divenuto una prassi molto diffusa, e se prima era legato a determinati mondi come quello della moda e dello spettacolo, ora da quegli stessi settori si converte in un fenomeno che ha delle ricadute di confronto sociale. Nelle scorse settimane, ad esempio, sul web ha tenuto campo un acceso dibattito riguardante il servizio di copertina su Vogue America con protagonista Lena Dunham: le foto dell’autrice e protagonista di un’altra produzione Hbo, “Girls“, nel suo telefilm ha sempre rappresentato un’immagine femminile autentica e non patinata, noncurante dei canoni modaioli, e proprio per questo le sue immagini ritoccate per ridurne le curve e i piccoli difetti hanno rinnovato le polemiche sulla rappresentazione della donna sulle riviste fashion e scatenato accuse di incoerenza nei confronto di Dunham stessa, che comunque si è detta soddisfatta della servizio a lei dedicato.

Il confine fra verità e vanità, soprattutto nel caso di magazine patinati, diviene sempre più labile proprio per via della possibilità di ritoccare pesantemente le foto (la stessa realizzatrice del servizio su Vogue, l’apprezzata fotografa Anne Leibowitz, è famosa ormai anche per utilizzare la fotocomposizione per creare i suoi ammiratissimi ritratti). Il sito americano Jezebel, che da tempo pubblica immagini non ritoccate dai set fotografici delle riviste patinate, ha addirittura offerto 10mila dollari a chi procurasse le foto al naturale dello shooting di Dunham: le foto sono arrivate in tempo record, dimostrando pesanti interventi di miglioramento, ma l’operazione è stata criticata a sua volta per un eccesso di rigore e confusione fra dibattito politico e rappresentazione di spettacolo (il sito Buzzfeed ha realizzato, in proposito, un’ironica galleria sui fotoritocchi delle principesse Disney).

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Photoshop e gli altri effetti che migliorano le immagini con cui ci presentiamo agli  altri e con cui rappresentiamo il mondo si frappongono proprio come un filtro fra noi e la realtà. Oramai l’arte e lo spettacolo usano gli effetti speciali abitualmente per ottenere risultati che, diversamente, sarebbero impensabili. L’attesissimo nuovo film di Lars Von Trier, “Nymphomaniac” (in Italia da marzo), è incentrato sulle ossessioni sessuali dei protagonisti, fra gli altri gli attori Charlotte Gainsbourg, Shia LaBoeuf e Uma Thurman, rappresentate in modo esplicito, senza censure e nei dettagli più intimi; il fatto è che le scene più spinte del lungometraggio sono state interpretate da attori porno professionisti le cui figure sono state sovrapposte digitalmente a quelle degli interpreti principali. Di recente poi, per citare un altro caso, si è fatto parecchio notare il video “Nouveau Parfum” della cantante francoungherese Boggie, in cui il volto dell’artista viene photoshoppato per tutta la durata della canzone a sottolineare la fissazione della star per la prestanza estetica (illusione nell’illusione, gli effetti su Bogie sono realizzati solo col trucco e non con un computer). Insomma il fotoritocco diventa non un mezzo di miglioramento estetico fino a se stesso, ma una forma d’espressione artistica in sé.

Ma rimaneggiare le immagini è una pratica che ha superato i confini della sola arte o dei magazine più attenti all’apparenza, sconfinando anche nelle forme fotografiche che più di tutte dovrebbero rappresentare la realtà. Ai tempi della rielezione di Obama nel novembre 2012 si era parlato molto della foto twittata sul suo account ufficiale, in cui baciava la moglie Michelle: quell’immagine batté immediatamente ogni record di condivisione sui social, ma in realtà era vecchia di quattro mesi e molti sollevarono polemiche su quella specie di “falso” temporale. Ancora più clamoroso e recente è il caso del fotoreporter Narciso Contreras, vincitore l’anno scorso del premio Pulitzer nella sezione fotografica: la settimana scorsa Contreras ha confessato di aver manipolato una sua famosa immagine scattata fra i ribelli siriani e in tutta risposta l’Associated Press per cui lavorava gli ha revocato il contratto e ritirato dal proprio catalogo tutte le foto da lui scattate.

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Qual è il limite della verità nell’epoca di Photoshop? Viene da chiedersi anche se oramai la nostra attenzione visiva ed estetica non si stia abituando alla vista di immagini quasi sempre non originali (di nuovo, la moda dei selfie modificati su Instagram ne è una dimostrazione). Eppure ambiti più istituzionali e ufficiali, il giornalismo in primis, dovrebbero garantire una soglia di autenticità anche a livello iconografico. Almeno finché varrà ancora la vecchia massima “vedere per credere”.

Posted by Paolo Armelli