Pubblicato originariamente su Wired.it:

I buchi neri non esistono: è il clamoroso ripensamento contenuto in un recente studio inviato alla rivista Nature da Stephen Hawking, uno dei più grandi scienziati esperti della teoria dei black holes. Finora, nell’ambito della teoria della relatività generale, si definiva come buco nero una regione dello spaziotempo il cui campo gravitazionale è talmente forte da non permettere ad alcuna particella da esso attirata, e nemmeno alla luce, di uscirne. Come già spiegato in questo articolo di Wired.it, Hawking confuta oggi quest’accezione, affermando che la spiegazione del processo come descritto dall’impostazione classica necessiterebbe dell’unificazione della teoria della gravità con le altre forze della Natura. Cade così, con questo cambio di prospettiva, non solo uno dei fondamenti astrofisici che hanno caratterizzato fino ad oggi la scienza, ma anche uno degli elementi più suggestivi che più hanno influenzato arte, cinema e letteratura, in particolare la fantascienza.

Sebbene il fenomeno fosse conosciuto fin dal diciottesimo secolo, il termine “buco nero” è stato coniato solo negli anni Sessanta e fin da subito colpì l’immaginario di scrittori e sceneggiatori, anche per via dei tanti misteri legati a una manifestazione celeste così oscura e indecifrabile. Quegli anni rappresentano anche l’inizio dell’epoca d’oro della fantascienza americana, che man mano ingloba – spesso semplificandola o distorcendola – la teoria dei buchi neri: nel primo romanzo di Arthur C. Clarke, “The City and the Stars” (in italiano “La città e le stelle”), si fa riferimento a un Sole nero che funge da prigione da cui è impossibile fuggire; anche uno dei migliori racconti di Isaac Asimov, “The Billiard Ball” (“La palla da biliardo“, 1966), è incentrato su una partita di biliardo portata alle estreme conseguenze dall’uso di un dispositivo generatore di antigravità che fa sparire e ricomparire gli oggetti attraverso buchi dimensionali. Fra gli altri classici della fantascienza che giocano col concetto dei buchi neri troviamo il libro di Joe Haldeman “The Forever War” (“La guerra eterna”, 1974), in cui un conflitto intergalattico si protrae per migliaia di anni, che però ai protagonisti paiono semplici decenni per via delle dilatazioni spaziotemporali; il romanzo “Contact” (1985) di Carl Sagan, invece, narra di come la protagonista Ellie (interpretata da Jodie Foster nell’omonimo film del 1997) riesca a costruire un veicolo spaziale e viaggiare nella Via Lattea sfruttando i wormholes, varianti dei buchi neri che fungono da ponti spaziotemporali; in anni più recenti, “Earth” (“Terra”, 1990) di David Brin tratta di un buco nero artificiale che minaccia il centro del nostro pianeta, mentre “Exultant” (2003) di Stephen Baxter parla di una razza di alieni, gli Xeelee, che colonizza un enorme buco nero nel cuore della galassia.

the-black-hole-film

A inaugurare la fortuna dei buchi neri nel mondo del cinema ci ha pensato invece la Disney, con un film del 1979 intitolato “The Black Hole”, uno dei primi tentativi della casa cinematografica di rivolgersi a un pubblico adulto, tentando di rivaleggiare in budget con il blockbuster dell’epoca “Star Wars” (tant’è che anche di questo film è previsto un remake, in lavorazione dal 2013): i passeggeri dell’astronave Palomino scoprono un buco nero con accanto un’altra nave spaziale, la Cygnus, il cui comandante ha lobotomizzato il vecchio equipaggio per trasformarlo in un esercito di androidi che vuole guidare oltre il buco nero stesso, in una dimensione da Inferno dantesco. In mezzo agli innumerevoli lungometraggi di fantascienza che hanno visto i buchi gravitazionali come principale minaccia di distruzione per la Terra o l’universo, è sicuramente da segnalare il recente reboot di Star Trek, firmato nel 2009 da J.J. Abrams, in cui Spock assiste alla distruzione del suo pianeta Vulcano a causa di un buco nero creato dal nemico romulano Nero. Sul fronte della televisione, invece, fra le produzioni che più fanno riferimento all’argomento c’è sicuramente “Doctor Who”, alla fine della cui serie classica si copre che il TARDIS, la cabina telefonica con funzioni da macchina del tempo, è alimentata dall’Occhio dell’Armonia, un buco nero artificiale custodito dai Signori del Tempo.

Super Mario Galaxy - buco nero

Per il fatto di concentrare quantità incommensurabili di energia e di permettere improbabili salti dimensionali, i buchi neri hanno rappresentato una strumento di immaginazione molto prezioso anche per tutti i prodotti rivolti ai più giovani: nei videogiochi della serie “Super Mario Galaxy”, ad esempio, sono un ostacolo molto comune in cui Mario e Luigi vengono risucchiati se cadono da un burrone; nell’anime giapponese Il mistero della pietra azzurra, la potenza del generatore del Nuovo Nautilus è prodotta dallo sfregamento di due piccoli buchi neri; nel film d’animazione Disney del 2002, “Treasure Planet” (“Il pianeta del tesoro”), per citare un ultimo esempio, l’esplosione di una supernova genera un gorgo che porta a un buco nero, evento che darà il via a varie  altre vicessitudini. Sembra proprio, in altre parole, che se anche i buchi neri dovessero cessare d’esistere nelle discipline scientifiche ufficiali, il loro ruolo rimarrà ancora a lungo impresso nell’immaginario fantastico di numerosi autori, lettori e spettatori.

Posted by Paolo Armelli