Orfeo dal nome famoso è figlio del re di Tracia Eagro e di Calliope, musa patrona della poesia epica. Poeta e suonatore di lira inarrivabile, Orfeo impara dalla madre l’incanto dei suoni musicali e nei suoi viaggi in Egitto acquisisce i segreti dell’ipnosi, del sonno e dei misteri della morte. Nessuno può resistere al suono del suo strumento che riesce a rappacificare gli uomini, ammansire gli animali, domare gli elementi naturali e addormentare perfino gli dei. Tutte le donne rimangono ammaliate dal suo talento, gli uomini ne invidiano il fascino.
Ma solo una donna riesce a conquistarne il cuore: è Euridice, la più bella delle Driadi, le quali sono le ninfe che abitano le querce, e come le loro piante sono forti, rigogliose e sagge. L’amore della verde fanciulla è totale, i due si sposano celebrati da Armonia e Natura. Tuttavia la loro unione suscita la gelosia di molti, e fra questi anche di Aristeo, gigante figlio di Apollo, che dal padre ha ereditato l’iroso e imprevedibile carattere. Mentre Orfeo suona per far ballare le ninfe accorse allo sposalizio, il brutale discendente del Sole si avvicina a Euridice per rapirla, scatenandone la fuga disperata. La splendida giovane corre senza posa fino a quando innavvertitamente poggia il piede su una serpe venefica. L’effetto del veleno è immediato ed Euridice cade agli Inferi senza speranza.
Perso il suo unico amore, Orfeo è inconsolabile, piange per sette mesi senza interruzione, e il suo melodico lamento avvolge il mondo come un manto. Gli dei si impietosiscono e concedono, nella loro alta magnanimità, l’accesso all’Oltretomba, rara eccezione per un essere umano ancora vivente. Orfeo supera i vari ostacoli che rendono il mondo dei morti invalicabile: col suo canto convince Caronte a traghettarlo oltre lo Stige, alle porta del castello di Ade placa Cerbero con la sua lira. Sempre con la sua musica ipnotica riesce ad addormentare il dio degli Inferi, mentre le sue dolci parole piene di melanconia impietosiscono la regina Perserfone, che nella storia di Euridice rispecchia i suoi ricordi di fanciulla sottratta alla luce del Sole con la forza.

20131225-192751.jpg Approfittando del sonno del marito, la figlia di Demetra fa chiamare Hermes e gli chiede di accompagnare Orfeo e l’amata fuori dai bui antri dell’Orco. Ma le regole del Fato sono rigide e inamovibili: i vivi non possono per nessuna ragione vedere le anime dei defunti, e finché non abbiano raggiunto e superato la soglia dell’Ade, il lirico non dovrà mai voltarsi per guardare la sua sposa. Ma Euridice continua a lamentarsi perché teme che l’uomo non la voglia guardare per via della sua bellezza sfiorita dal gelo della morte, e Orfeo è esasperato dall’impazienza di ricongiungersi con lei. Ai primi bagliori egli crede di essere già arrivato in superficie e, curioso oltre non mai, si volta prima che il tempo sia giunto. La tragedia si completa: il fantasma di Euridice si allontana e si dissolve nell’eternità dell’ombra.
Ritornato fra i viventi, Orfeo è come morto: non suonerà più la sua lira, non guarderà più nessuna donna, il suo sarà un eterno, disperato vagare. Nelle sue peregrinazioni il tormentato amante si imbatte in un gruppo di Menadi. Le baccanti, prese dalla furia incontenibile dei culti intitolati a Dioniso, lo lusingano e lo vogliono far loro, ma l’uomo è risoluto nel suo voto di sconsolata astinenza. Le lussuriose danzatrici sono accecate dalla passione e della follia misterica, lo catturano e lo fanno a pezzi coi loro tirsi, divorandone le carni. Dalla loro furia si salva solo la testa di Orfeo, che assieme alla lira viene gettata nel fiume Ebro dove continua a cantare senza pace. I resti del cantore giungono fino all’isola di Lesbo, i cui abitanti vi danno pietosa sepoltura dopo averne appreso l’arte della poesia. Solo allora le divinità d’Olimpo, mosse a commozione dalla tragica vicenda, possono finalmente ricevere in cielo Orfeo, che sarà eternato nella memoria del mondo attraverso il suo strumento, tramutato nella costellazione di Lira.

Qui il gruppo scultoreo di “Orfeo e Euridice” (1775-76, Museo Correr, Venezia) di Antonio Canova (1757-1822), in home del blog Jean Raoux (1677-1734), Orphée et Eurydice” (1718-20, Getty Museum, Los Angeles)

Posted by Paolo Armelli