Articolo pubblicato sul nuovo Wired.it.

Come un ritornello che sembra aver sostituito il motto tardonovecentesco sulla morte di Dio, da Nietzsche in poi, è ormai qualche decennio che da più parti si sente parlare più o meno insistentemente della morte dei libri. Già la diffusione di Internet, con la sua modalità intertestuale di comunicazione, pareva aver messo in discussione la solidità della galassia Gutenberg così come l’aveva teorizzata McLuhan: alla soglia del ventunesimo secolo il libro sembrava un mezzo troppo statico e superato per sopravvivere all’interconnessione del web. Eppure romanzi, saggi e raccolte di poesie sono giunti fino a oggi in formato cartaceo conservando il loro “fascino culturale” pur soffrendo di fronte alla contrazione delle vendite (e spesso anche della qualità).

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Negli ultimi anni c’è stata un’ulteriore accelerazione verso il cambiamento: gli ebook, in formati digitali elaborati a partire dagli anni Novanta, non hanno mai rappresentato una minaccia per la lettura tradizionale fino a che non sono stati lanciati sul mercato a partire dai primi anni Duemila (il Sony Librie, ad esempio, è del 2004) e-reader pratici e relativamente economici. Ma questo è solo l’inizio, perché la diffusione degli e-book (che pure pare in flessione nell’ultimo anno) porta con sé anche altre istanze di cambiamento: i testi possono diventare dinamici, venire aggiornati, integrati con video, suoni e altri contenuti aggiuntivi. I libri insomma si trasformano in qualcosa di diverso, più un mezzo multimediale o un’applicazione digitale, che non un’opera di letteratura compiuta in se stessa. Senza contare, poi, che il tempo che passiamo di fronte a uno schermo durante il giorno è spesso dedicato prevalentemente ai dispositivi mobili (leggi: ai giochini sullo smartphone). Ecco dunque che ritorna l’incubo della morte del libro.

Siamo davvero di fronte al tramonto della lettura in favore invece di contenuti più complessi fatti soprattutto di animazioni, musica e immagini? Come ogni volta in questi ultimi decenni, è probabilmente troppo avventato dichiarare trapassata una modalità così solida e radicata nella nostra cultura come il testo letterario. Rassicurazioni di questo tipo vengono proprio dal mondo delle applicazioni digitali stesse: sempre più spesso assistiamo a progetti che impiegano la parola letteraria in modi innovativi e interattivi. Ha grande successo in queste settimane Device 6, un thriller sotto forma di videogioco, in cui il mondo in cui si muovono i personaggi è interamente (e “letteralmente”) costruito dalle parole. Sullo schermo le lettere e le frasi si dispongono, s’intrecciano e si muovono in modo da rappresentare verosimilmente movimenti, suoni, situazioni, emozioni. L’esperienza dinamica e avvincente del giocatore ha trovato un successo che ha i suoi precedenti in altre app come Stride & Prejudice, un game in cui i personaggi scorrono sui testi dell’opera di Jane Austen, o Type:Rider, avventura fra caratteri tipografici e segni di punteggiatura.

Già nel 1845 lo scrittore decadente Théophile Gautier lamentava che i giornali avrebbero ucciso i libri esattamente come i libri avevano fatto tramontare le opere architettoniche. Evidentemente si sbagliava, così come si sbagliano quelli che troppo precocemente annunciano la morte della lettura. Piuttosto le parole troveranno nuove forme, perché la letteratura – per utilizzare una metafora abusata – è un po’ come l’acqua: non conta dove la versi, l’importante è il contenuto.

Posted by Paolo Armelli