Esce in questi giorni in tutto il mondo dopo una lunga attesa ARTPOP, il terzo album di Lady Gaga, dopo The Fame (Monster) e Born This Way. La gestazione di questo ambizioso progetto discografico è durata parecchi mesi, iniziata com’era a ridosso del Born This Way Ball, continuata anche nel periodo buio della convalescenza della cantante dopo l’operazione all’anca e costellato da un sacco di gossip e anticipazioni, fra cui quelli riguardanti l’app multimediale ad accompagnamento del disco e la collaborazione con nomi di spicco (ma forse anche un po’ superati) dell’arte contemporanea come Jeff Koons, autore della copertina, e Marina Abramovic.

Artpop_coverE infatti il concetto alla base di ARTPOP e proprio quello di invertire il flusso impostato dalla scuola di Andy Warhol: se prima era stata l’arte a farsi popolare, Lady Gaga vuole fare del pop qualcosa di concettualmente artistico. Ci riesce solo in parte e solo superficialmente, quasi solo esteticamente, nonostante l’album nel suo complesso risulti molto ben prodotto e in alcuni punti addirittura innovativo. Il problema è però che ARTPOP è costretto a riflettere in molti aspetti tutta l’esuberanza e la sfuggevole multiformità della cantante; in esso convivono varie anime che messe assieme quasi stridono, e coesistono senza amalgamarsi in un lavoro che prende direzioni diverse fra loro e imprevedibili.

C’è un’anima più scura, dalla produzione elettronica sporca (“Swine”, “Sexxx Dreams”), dalle sonorità urbane che toccano l’hip hop (“Jewels n’ Drugs” feat. T.I., Too Short and Twista) e l’r’n’b (“Do What U Want” col redivivo R.Kelly); c’è quella struggente delle due ballate, “Dope” e “Gyspy”, sacrificate alla fine della tracklist in uno strascicato tributo ai fan e alla vita nomade da tournée; e poi ancora quella catchy e sempliciotta di canzoncine carine un po’ vuote come “Mary Jane Holland” (inno alla marijuana), “Manicure”, “Fashion!” (meglio la canzone omonima, ma senza !, del 2008) e  “Donatella”, dedicata alla Versace e forse la migliore di questo filone; e infine c’è la vena sontuosa e un po’ retro, quella forse più convincente e nuova del disco, quella che rielabora sonorità anni ’80 in una chiave produttiva ampia e modernissima come in “Venus” o “Artpop”, che sorprende con giochi sonori imprevisti come in “Aura”, che riesce a essere astutamente ossessiva come in “Applause”, il primo singolo che qualche perplessità faceva trapelare, e “G.U.Y.” (l’ossessione per le sigle e lo spelling poi un giorno Gaga ce la spiegherà).

In generale ARTPOP è un disco che, per essere pubblicato in un anno ad alta saturazione dancepop come è il 2013 (in fila ci sono ancora Katy Perry, Britney Spears, Miley Cyrus e la veneranda ma sempre egregia Cher), è più che soddisfacente, tuttavia lo è meno se consideriamo quella carica di dirompenza e cambiamento che Lady Gaga aveva sempre voluto farci credere di incarnare. Chiariamo che la sua libertà artistica è comunque notevole, e alcuni momenti dell’album lo dimostrano: ma c’è qualcosa di intentato, di lasciato a metà, un accontentarsi. Può esserne una dimostrazione ulteriore la promozione nervosa e scellerata che ne ha accompagnato l’uscita: “Applause” lo scorso agosto è stato anticipato di una settimana per via dei leak, e non ha avuto performance di classifica esaltanti come si sperava; l’onore del secondo singolo è passato in pochi giorni dall’annunciato “Venus” al più rassicurante “Do What U Want”; in due mesi, poi, Gaga ci ha fatto ascoltare, fra esibizioni live (all’iTunes Festival, al party di lancio in Germania e agli You Tube Music Awards) praticamente tutte le tracce, azzerando quasi del tutto ogni aspettativa.

Il rapporto coi fan, la ricerca spasmodica della fama e dell’iconizzazione estetica, l’amore per la moda, il sesso e le droghe, le continue contraddizione fra verità artistica e falsità dell’animo umano: in ARTPOP ci sono tutti questi temi, in altre parole c’è tutta Lady Gaga. Ed è questo il problema, la mancanza di una direzione e di un’impronta che sappiano scegliere se stesse, una cosa che uno come Andy Warhol, di per sé genio ma anche freddo calcolatore, sapeva fare benissimo.

Posted by Paolo Armelli