Eos è la divina fanciulla dalle braccia rosate e dalle dita che spandono fiori. Sorella del Sole e della Luna, è la prima dea d’Olimpo a destarsi, dovendo aprire i dorati cancelli del cielo per consentire il passo ai focosi destrieri del carro solare, e ogni mattino vola con le sue ali d’aurora sopra la terra, accompagnata dalle graziose Ore, prima di trovare ristoro nelle sue dimore in Africa.
Eternamente giovane, essenza femminile che ad ogni alba rigenera se stessa, la dea va in moglie del cugino Astreo, figlio dei titani Crio e Euribia, da cui ha una prole sterminata: tutte le stelle al cielo, ma soprattutto Fosforo, affezionatissimo figlio che al limitare di ogni notte annuncia in forma di astro l’arrivo della madre, e poi i venti che soffiano costanti il mondo, Zefiro, Borea, Noto ed Apeliote. Ma la giovane è bella e luminosa, conquista tutti i cuori maschile: una notte giace anche con il temibile Ares, ma ancora più temibile è la vendetta dell’amante di lui, Afrodite, dea dalle passioni indomabili; proprio Afrodite maledice Eos e la condanna a un desiderio sessuale inesauribile.

20131102-195137.jpgCosì ogni mattino nel suo viaggio rosato Eos si innamora di un mortale diverso. E lei a notare per prima Ganimede, il fanciullo poi amato e rapito da Zeus. Ed è lei anche a notare la bellezza indescrivibile di Titone, figlio di Laomedonte re di Troade, quindi fratello di Priamo. Rapsode abilissimo, Titone ammalia la dea con la sua lira. La regina dell’Alba è talmente invaghita del giovane che vuole farlo suo eterno amante: chiede a Zeus di donargli l’immortalità. La richiesta è esaudita ma il desiderio eccessivo è sempre avventato, e il Fato infingardo: la ragazzetta divina si dimentica, infatti, di chiedere per il suo amato mortale anche l’eterna giovinezza. Titone è visitato ogni mattina dalla sua innamorata, ogni mattina dell’eternità, ma pian piano sfiorisce, invecchia, appassisce, decade nell’aspetto e nell’animo. I suoi lamenti raggiungono il cielo, commuovono gli dei. Eos è sconvolta dall’obrobriosa vecchiaia del suo uomo, il suo amore è mutato in orrore. Impietosita, però, passati secoli inesorabili, lo trasforma in cicala, l’insetto dalla pelle secca che non può smettere di vibrare all’alba il suo lamento disperato, incessante, ossessivo.
Dall’unione con Titone, Eos ha due figli: il notturno Emazione e il solare Memnone. I due semidei crescono nel Corno d’Africa dove loro nutrici sono le Esperidi delicate, e hanno una preziosissima pelle scura, perché ogni mattino Eos li porta con sé e li espone ai potenti raggi di Helios. Emazione cresce efferato, diviene re di Etiopia ma viene ucciso da Eracle durante una delle peregrinazioni dell’eroe. Memnone è invece un semidio buono e generoso: divenuto re di Susa, la città fondata dal padre, accoglie il richiamo dello zio Priamo e guida gli eserciti etiopi, indiani ed assiri fino a Troia; lì si distingue come il guerriero più bello e coraggioso della parte troiana, sfoggiando un’inscalfibile armatura forgiata da Efesto. Troppo ardita è però la sua foga, arriva a uccidere il nocchiere Antiloco, favorito di Achille, e proprio da questo viene decapitato dopo estenuante battaglia. Eos, come ogni madre che dolorosa sopravvive al figlio, ogni mattino inizia il suo viaggio nel cielo piangendo lacrime candide e numerosissime. Quelle lacrime sono la rugiada che copre il mondo che si risveglia.

Il dipinto qui sopra è “Eos e Titone” (XVIII sec.) di Francesco de Mura (1698-1784), Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli; nella home del blog affresco di Guido Reni (1575-1642), “Apollo segue Aurora sul suo carro” (1612-14), Casino Rospiglioni Pallavicini, Roma.

Posted by Paolo Armelli