White light, white light goin’ messin’ up my mind

White light, and don’t you know it’s gonna make me go blind

VELVET UNDERGROUND

 

Il tempo non era stato clemente, quel giorno. Nemmeno la vita, d’altronde, voleva esserlo.

Le nuvole azzurre si distinguevano tristi nella distesa grigiastra che copriva il cielo, mettendo freddo a tutta la città, a tutto il mondo si sarebbe detto.

Non la vedevo da molto tempo. Mi ero già ripromesso di non volerne più sapere nulla. Non dopo quello che aveva fatto, non dopo quello che mi aveva fatto. Avevo deciso di ignorarla. Avevo smesso di frequentare i posti in cui lei di solito andava, avevo smesso perfino di andare a correre lungo gli argini del fiume, sicuro che lei sarebbe stata lì ogni sera.

Invece eccomi lì, incastrato in una situazione da cui non sapevo come uscire, invischiato in una conversazione che non sapevo come continuare. Eravamo seduti al nostro solito bar – forse ci eravamo addirittura visti lì, la prima volta. Eravamo seduti anche al solito posto, nella saletta più appartata. Unici ad occupare la stanza, sembravamo (eravamo) disperati con nessun altro posto in cui stare.

Lei continuava a parlare, a dire cose senza senso. Ad un certo punto scoppiai, non potendone più: mi alzai di scatto, rovesciando un caffè macchiato che avevo ordinato ma nemmeno toccato; stringendo i pugni dalla rabbia, mi diressi velocemente ma senza correre verso la porta, abbastanza in fretta  da non permetterle di seguirmi.

Fu il mio addio silenzioso, teatrale e inutile, a lei, alle sue storie, alle sue bugie.

Appena uscito dalla porta a vetri del bar e attraversato in una falcata il colonnato di fronte, mi misi a camminare con decisione, rallentando però piano, per non voler sentire il ritmo del mondo che sembrava voler opprimermi. Quando fui sicuro di essere totalmente fuori da ogni sua possibile visuale, infilato ormai il portico dei negozi che davano sulla piazza, mi misi a correre. E a piangere. Dal cielo, all’improvviso ancora più cupo e pesante, iniziò a cadere una pioggerellina fine che poi si fece sempre più fitta. Ad ogni metro, aumentava la velocità della mia corsa e l’intensità della pioggia.

Le lacrime e le gocce d’acqua avevano formato sui miei occhi una barriera fra me e le cose: le vedevo sfuocate, lontane, non più mie. Era come avere un altro paio di occhi, diversi dai miei. Eppure vedevo tutto, e non vedevo niente.

Il colonnato alle mie spalle, il parcheggio a pagamento semivuoto, la libreria, il totem della biblioteca, l’edificio in eterna costruzione, il negozio di occhiali, i cartelloni delle lauree, le transenne traforate, il baretto con gli ombrelloni fuori in strada, l’estintore rosso in stile americano, gli alberelli appena piantati, la fontana, le poste, un altro parcheggio, l’edicola, il cinema, la pizzeria, i cestini bianchi e verdi, le colline in lontananza…

Correvo, correvo.

Nella mia corsa forsennata verso nessun luogo, attraversai la strada. Forse quella che separa dalla stazione degli autobus. Non mi importava dove andavo: attraversai e basta.

Senza guardare.

Non appena mi resi conto, mi voltai di scatto verso sinistra. Due piccoli punti gialli, anch’essi sfuocati, anch’essi lontani: due piccoli punti gialli, così affascinanti, così ipnotici. Non potevo smettere di fissarli, mentre la pioggia continuava a sferzarmi insistente e loro si facevano più grandi, e più grandi, e più grandi… Non avvertivo nessun pericolo, solo la bellezza e il fascino di quei fari. Il dolce barlume dell’oblio. Bastarono pochi attimi, e l’oblio arrivò.

Quelle luci mi furono immediatamente addosso, mi entrarono dentro. Sentii il mio corpo ripiegarsi letteralmente su se stesso: l’auto mi colpì dritto allo stomaco, il busto si flesse in avanti e il viso sbatté sul cofano. Non ne distinsi nemmeno il colore, con gli occhi che mi si oscuravano di una luce rossa e brillante. Vedevo solo rosso e, al contempo, avvertivo il sapore acido e metallico del sangue che mi riempiva naso e bocca. Non sentivo più niente, non volevo più sentire nulla.

Ero morto.

No, invece.

Ero più vivo di prima.

 ***

Non ho idea di quanto avessi dormito. Di quanto fossi rimasto svenuto, meglio. Aprii gli occhi lentamente, e questi mi bruciarono come mai prima, imbattendosi in una luce così bianca e forte da sembrare quasi tagliente. Credevo di essere in una stanza d’ospedale e tesi le orecchie in cerca dei suoni freddi dei macchinari. Invece, quando finalmente misi a fuoco, mi accorsi di essere proprio davanti alla stazione, nell’esatto punto in cui mi ero fatto investire.

Mi alzai a rilento, temendo di sentire male. Invece nulla: non avvertivo alcun dolore. Mi toccai i vestiti ed erano intatti, portai la mano al naso pensando di tastare il sangue raffermo ma non trovai nulla. Nessuna ferita.

Mi girai attorno preoccupato, come straniato: non c’era nessuno. Anzi, non c’era nulla: né l’auto contro cui avevo sbattuto, né altri veicoli parcheggiati, né persone che camminavano o entravano nei negozi. Dall’altra parte della stazione, sulla strada solitamente attraversata da auto e camion in quantità, non passava nessuno. Rimasi seduto sul marciapiede, in attesa. In attesa di qualcosa o qualcuno che non passava, che – temevo – non sarebbe passato per parecchio tempo.

Nel tentativo di capire l’ora, cercai di allungare lo sguardo fino all’orologio del palazzo del municipio, dall’altra parte della piazza, ma non riuscii a distinguere le lancette. Anche il cielo era indefinito, immerso com’era in una distesa bianca e lucente che infondeva su tutto una luce pallida e cruda.

Passarono i giorni, o almeno credo, dato che non veniva mai notte e non riuscivo a distinguere il passare del tempo. Vagai un po’ per la città ed era completamente disabitata,  inanimata dappertutto: negozi, strade, case.

Ero solo. Come avevo voluto. Forse.

***

Non mi pareva di essere morto. Anzi. Dopo aver goduto per qualche periodo di quella straniante solitudine, iniziai a patire la mia condizione di superstite in quella città così bianca e deserta e dolorosa.

Non c’era nessuno, non c’era niente. Avevo fame, la luce albina mi impediva di dormire, i dubbi e l’incomprensibilità di tutto quell’oblio mi ferivano la mente come lame.

Ero caduto in un limbo assurdo e crudele.

Ben presto, però, tutte le preoccupazioni passarono, perdendo senso, e ogni domanda che riuscivo appena a formulare non aveva già più consistenza.

Ero vuoto, riarso, abbattuto.

Ad un certo momento, non so quando, mi sdraiai sfinito su una panchina di fronte alla fontana al centro della piazza. Stranamente i suoi zampilli erano l’unico accenno di movimento in quello statico mondo a parte. Nell’imperturbabile alba bianca, la statua che rappresentava una Dafne cangiante in albero, pur nella sua fissità, portava eternamente scolpito nella pietra un moto, una mutazione. Da ninfa ad albero, da vittima braccata a sacrato ornamento.

Simbolo di anelito, speranza, salvezza.

Fu proprio osservando la statua, bianca come bianco appariva il resto del mondo, che ebbi la folgorazione. Mi salvai anch’io, in quel momento.

Disgregazione, mutamento, rinascita.

Dovevo ricominciare. Tutto. Da capo. Ancora.

Fu in quel momento che riuscii a prendere sonno. Ma esso era bianco, luminoso e sospeso come tutte le cose. Ad un certo punto, la luce si ritirò, divenendo sempre più piccola, sempre più piccola, tanto da ridursi a due punti, due fari. Due fari che stavano diventano gialli. Sotto la pioggia.

 ***

La pioggia continuava a cadere incessantemente. Ero ancora in mezzo alla strada, fradicio e con la testa che pulsava dalla confusione. L’auto che aveva rischiato d’investirmi sbandò leggermente per evitarmi, invadendo la corsia opposta per poi tornare velocemente nella propria prima di scontrarsi col veicolo in arrivo dal verso contrario. I suoni infuriati dei clacson mi riportarono alla realtà.

Non distinguevo più verità e immaginazione, presente e  passato. Però sapevo cosa fare.

Mi voltai e iniziai a correre dall’altra parte, tornando sui miei passi. Attraversai di nuovo la piazza, ancora una volta non mettendo a fuoco nulla se non la mia meta.

Le colline in lontananza, i cestini bianchi e verdi, la pizzeria, il cinema, l’edicola, l’altro parcheggio, le poste, la fontana, gli alberelli appena piantati, l’estintore rosso in stile americano, il baretto con gli ombrelloni fuori in strada, le transenne traforate, i cartelloni delle lauree, il negozio di occhiali, l’edificio in eterna costruzione, il totem della biblioteca, la libreria, il parcheggio a pagamento semivuoto, il colonnato, alle mie spalle…

Correvo, correvo.

La raggiunsi in pochi attimi, ansimando per la fatica e per l’angoscia. Mi ritrovai di nuovo di fronte al bar in cui l’avevo lasciata, proprio sotto l’orologio del Municipio.

Ma lei non c’era più. Era la fine, e un nuovo inizio.

E il mondo continuava a piangere.

Posted by Paolo Armelli