2005_italy_vanityfair-iman_abdulmajidRicordo ancora il primo numero che comprai: era l’agosto del 2005, ero con amici al mare a Lignano Sabbiadoro e volevo leggere la rubrica su televisione e musica di Luca Sofri (che avevo da poco scoperto e su cui tenevo una specie di rubrica antologica, “Vorrei scrivere come Luca Sofri”, sul mio blog di allora), praticamente lo comprai solo per quello. In copertina c’era la bellezza assoluta, esotica, differente di Iman, mentre la testata Vanity Fair campeggiava con una tonalità verde acido: fu amore a prima vista, e da allora l’ho comprato sempre, anche quando mi faceva arrabbiare (come in ogni rapporto che si rispetti), non abbonandomi mai perché l’acquisto in edicola è una specie di rituale, di corteggiamento reiterato.
Questa passione nacque poiché a me, all’epoca ancora negli anni della formazione del sé, non era mai capitato di incontrare un magazine che mi rispecchiasse così tanto, in così tanti aspetti: complesso ma non difficile; patinato ma non superficiale; un po’ pettegolo ma mai gossipparo; autorevole ma mai noioso; ironico ma mai irriverente; ibrido ma mai privo di identità; colorato ma non esagerato; sostanzioso ma non autoreferenziale; ben scritto e curato ma mai stucchevole; contemporaneo ma anche classico; insomma alto ma anche basso, proprio come me, che cerco di leggere il mondo attraverso la contaminazione. E poi Vanity Fair è il primo femminile italiano che parla anche a un maschio come me, maschio atipico ve lo concedo, ma sempre maschio (e per leggerlo non devo nemmeno nasconderlo dentro a una copia di Men’s Health, per dire).
Il successo di una rivista è fatto di tante cose, e spesso anche – ancora una volta – di alti e bassi, di cose che piacciono e non piacciono, di amo et odi. In tanti anni di copertine, di interviste, di reportage, di scoop, di scandali e di esclusive alcune cose controverse ci sono state (l’ultima in ordine di tempo l’intervista esclusiva a Berlusconi e Pascale). E poi ci sono le tirature, la pubblicità, i conti da far tornare: quanti pensieri. Ma credo che il successo di una rivista si legga anche nella misura in cui ha contribuito a cambiare il panorama in cui è nato (in questo caso l’editoria italiana e più in particolare il settore dei newsmagazine settimanali). Vanity Fair, a detta mia e di molti altri, ha cercato di spingere l’asticella verso l’alto nella direzione della qualità: da poche altre parti leggete reportage così autorevoli e embedded dall’Iraq, dalla Siria, dall’Africa; pochi altri vi raccontano le esistenze varie ma verissime dei famigliari delle vittime dei pirati della strada, delle donne perseguitate dagli stalker, dei bambini affetti da malattie che non hanno nemmeno un nome; quasi nessuno vi racconta le star cercando di squarciare quel velo di Maya oltre il quale si nascondo persone spesso fragili, tridimensionali, a volte pure sgradevolmente reali; pochi altri giornali hanno trovato il coraggio di dedicare copertine a campagne sociali come quella contro la limitazione della fecondazione assistita o per la sensibilizzazione verso i matrimoni dello stesso sesso. Insomma, pochi altri hanno trovato una formula altrettanto valida e accattivante per raccontare il mondo e la vita: non quella vacua che ci propinano i giornaletti; non quella monolitica che ci impongono i giornaloni impegnati. Quella che sta nel mezzo, che poi è la via giusta.
E come ci riesce Vanity Fair a fare questo? Grazie alle sue firme. Ovviamente quelle grandi grandissime, da Enrico Mentana a Mina, da Daria Bignardi a Pino Corrias, da Giorgio dell’Arti a Gad Lerner, fino agli ultimi (discutibili?) acquisti come Baricco, Gramellini, Serra. Ma anche e soprattutto alle firme delle giornaliste sempre in prima linea, che non cadono mai nello stereotipo pur esprimendo sempre gran quantità di umanità, grazia, talento e simpatia: Paola Jacobbi, Simona Siri, Silvia Nucini, Marina Cappa, Laura Pezzino, Laura Fiengo, Silvia Bombino, Raffaella Serini, Enrica Brocardo, Imma Vitelli; e poi anche i maschietti, dal direttore Luca Dini all’immancabile oroscopista Antonio Capitani, e poi Giovanni Audifreddi, Luca Bianchini, Matteo Gamba, Luca Ventura, Ferdinando Cotugno (e pure a quelli che ora sono altrove: Andrea Scarpa, Daniele Bresciani e l’ex direttore Carlo Verdelli). Difficile trovare una testata che metta assieme così tante persone e così tutte variamente di grandi capacità (e sicuramente ne ho dimenticata qualcuna).
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Questa sempre una “lettera d’amore” esagerata, in qualche modo, perché io sono un semplice lettore. Su Vanity ci sono apparso fugacemente quattro cinque volte, quasi sempre per grazie a Daria Bignardi (soprattutto qui e qui, ancora mi emoziono!), ma io l’ho chiamata la “My Road to Vanity Fair”, citando una canzone dimenticabilissima di Paul McCartney. Perché oggi che Vanity Fair Italia compie dieci anni, e in copertina a celebrare l’evento torna Monica Bellucci esattamente come un decennio fa, io mi rendo conto che assieme a questo giornale ho fatto una specie di percorso. Da allora la rivista è cambiata molto, in fondo rimanendo però la stessa. Io invece sono cresciuto, sono cambiato e mi sono formato dei punti di riferimento e una mia visione del mondo anche grazie e nonostante Vanity. Quasi fosse un amico, più che un pezzo di carta. Un traguardo, anche, e sempre un sogno. Perché siamo fatti di tutte le passioni che ci animano, quelle alte, quelle basse ma soprattutto quelle che stanno in mezzo.

Posted by Paolo Armelli