I titani Iperione, l’Altissimo, e Theia, la Divina, ebbero tre splendidi figli: Elios, l’instancabile Sole sul carro dorato; Eos, la fanciulla dalle rosee braccia; e Selene, la Luna luminosa dalle lunghe trecce. I tre fratelli ricevono in dono, alla nascita, un fulgore senza pari, ma anche un gravoso compito: quello di non potersi incontrare mai, e sempre dover rincorrersi nella volta celeste, per dare ad ogni ora luce all’umanità. Così ogni giorno al seguito del cocchio argenteo di Selene si vedono manifestarsi i colori caldi e rassicuranti delle ali di Eos l’Aurora, la quale lascia poi il passo all’indomabile carro infuocato di Elios.
Sospese lassù per l’eternità, a queste divinità astrali, fisse e costanti e alte nel cielo, capita di osservare spesso e volentieri le varie esistenze degli esseri umani. Così, una notte, gli occhi di Selene, mentre si trova a brillare bianca e algida sulla valle di Olimpia, cadono su un bellissimo giovane di nome Endimione. Stupendo, aggraziatissimo, eppure misterioso Endimione: forse un astronomo sempre intento a scrutare la volta di Urano; forse un cacciatore che insegue col fare dell’ombra le sue prede selvatiche; forse un pastore che fa riparare le sue greggi nelle grotte dopo che cala il sole; o addirittura il re stesso di Olimpia, figlio di Zeus, che non trova pace nelle sue notti e passa il tempo a suonare la cetra. 327px-Sebastiano_Ricci_015Sempre sveglio di notte, però, Endimione, sempre sotto lo sguardo della Dea bianca.
Richiamata dal suono melodioso dello strumento a corde e dall’aspetto meraviglioso del giovane, Selene si innamora perdutamente; eppure il suo viaggio deve continuare, ha solo poche ore per portare il carro a destinazione, verso Ponente, dove si tuffa ad ogni alba nelle fredde acque di Oceano, le quali ogni giorno rinnovano lo splendore della sua pelle morbida e candida. Selene, però, è affranta, vuole rivedere il bellissimo mortale, lo vuole rivedere per sempre, non tollera l’idea di trascorrere la sua immortale esistenza priva di quella immacolata compagnia.
Fato vuole che Zeus avesse fatto una singolare promessa a quel figlio avuto dall’ennesima concupiscenza mortale: sarebbe stato Endimione a scegliere quando e come morire. Selene supplica allora il Padre tonante degli dei: convincerà Endimione, la loro passione si deve consumare in eterno. Con l’aiuto di Eros che è amore Selene parla a Endimione, subito catturato dallo splendore della dea d’argento vestita, subito perdutamente invaghito. Immediatamente viene interpellato Hypnos, il Sonno etereo figlio della Notte: con la compiacenza di Zeus, Endimione dormirà per sempre, Selene lo andrà a trovare ogni sera nella stessa grotta, dove lo sfiorerà, l’osservarà, lo bacerà. Endimione, per contro, diverrà l’oggetto eterno di un amore divino, un amore immobile, inerte, ma sempre giovane e bello: a convincerlo a fare il grande passo è la prospettiva di eternare la propria grazia. Grazia che cattura anche lo sfuggente l’alato Hypnos: come ulteriore, singolare dono, il dio notturno fa a Endimione un altro sortilegio. Dormirà, sì, ma sempre con gli occhi aperti, in modo che il mondo possa ammirare in eterno la meraviglia più completa del suo volto.
Selene continua ogni notte a visitare Endimione, così come ogni notte la Luna solca il cielo stellato. Dalla loro unione silente nascono cinquanta figlie, tanti sono i mesi lunari che scandiscono i Sacri Giochi che ogni quattro anni si svolgono a Olimpia. Endimione ancora dorme in quella grotta del Monte Latmo, in Asia Minore, dove gli dei lo hanno deposto. Ancora sogna quell’amore lucente che lo stregò in una sola, singola notte, ancora fissa con lo sguardo immobile lo splendore argenteo della Luna che si staglia nel blu più profondo.

Il dipinto nell’articolo è “Selene e Endimione” (1796) di Sebastiano Ricci, ora alla Chiswick House di Londra. In copertina nella home del blog dettaglio da “Diana e Endimione” (1705-10 ca) di Francesco Solimena dalla collezione della Walker Art Gallery di Liverpool.

Posted by Paolo Armelli